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Cosa avrebbe detto Pasolini? La scuola

Possiamo solo sperare che i veri intellettuali del secolo scorso, se fossero ancora vivi, non si lascerebbero sopraffare dall’autoreferenzialità e scatenerebbero furiose lotte contro ogni forma di potere omologante.

di Evaristo Lodi - sabato 2 dicembre 2023 - 391 letture

Su cosa si scagliava quel poeta friulano: sui borghesi e sui fascisti; sulla cultura italiana imperante che, attraverso la scuola dell’obbligo, omologava le masse verso un benessere diffuso; sui giovani rampolli degli “italioti” ricchi e benestanti che si scontravano con la polizia; sul comune senso del pudore e su molto altro.

Ormai la scuola è diventato il ricettacolo della cattiva coscienza degli italiani: si deve insegnare tutto e il contrario di tutto e gli insegnanti devono essere professionalmente preparati (vedi Alessandra Calanchi).

Ormai sono alle soglie della pensione e qualcuno sicuramente dirà: «meno male» (sic!). La sensazione che mi porto dietro da un po’ di anni è che le nuove generazioni di insegnanti non sono preparate a sostenere l’impatto con la realtà. I missionari dell’educazione sono preparatissimi ma come bagaglio si portano dietro una metodologia didattica retorica e superficiale che li porta a scontrarsi ogni giorno con una realtà sociale ben differente.

Dobbiamo fare comunque dei distinguo: nella scuola dell’infanzia e in quella primaria la classe insegnante ha una codificazione più definita e precisa del proprio ruolo e tenta di colmare le carenze sistemiche con una dedizione esemplare alla propria missione. Già nella scuola secondaria di primo grado (insegno in quella di secondo grado ma i miei studenti fanno fatica a capire la differenza e preferiscono riconoscerla come scuola media) gli equilibri si incrinano e, al termine di questo ciclo, per lo più si sfasciano. L’adolescenza comincia ad affacciarsi e i conflitti generazionali iniziano a creare disagi a ogni livello: agli studenti, agli insegnanti e alle famiglie che, a volte, iniziano ad affrontare questo tipo di evoluzione con tensioni devastanti.

L’adolescenza irrompe prepotentemente alle superiori (così è più facile riconoscere la scuola secondaria di secondo grado) e l’istituzione non sa come reagire.

Non mi permetterei mai di sottovalutare Il disagio giovanile che è grave e profondo ma siamo davvero sicuri che la colpa, se di colpa vogliamo disquisire, sia del mondo della scuola?

Non credo; la scuola esprime quel disagio più profondo che le nuove generazioni di studenti e insegnanti esprimono ma che la società alimenta ogni giorno. Non bastava il disagio del lock-down; le esternazioni dell’allora ministra dell’Istruzione (tutti promossi) hanno creato frustrazione nel corpo insegnante ma anche nella gran parte degli studenti che esigevano un riconoscimento per l’impegno profuso, fino a quel momento.

Mi è capitato di frequentare un corso di Italiano L2 (significa per studenti stranieri, di lingua madre differente dall’italiano) in una delle più prestigiose università italiane (non dico quale perché è assolutamente inutile in quanto, su questa materia, il mondo accademico italiano sembra essere compatto). Per l’ennesima volta, ho scoperto che la sperimentazione è stata fatta solo con i bambini e non con gli adolescenti, meno che meno con gli adulti. Per la mia esperienza sul campo, le persone che arrivano in Italia, e sono tanti, desiderano ardentemente imparare la lingua, esattamente come ognuno di noi che si trovasse ad emigrare in un paese straniero. Solo i delinquenti non vogliono imparare la nostra lingua per un semplice motivo: la sanno già.

Ma torniamo al corso che ho frequentato: a parte gli equilibrismi iper tecnicistici che vi risparmio, alle mie ripetute domande sull’insegnamento agli adolescenti/adulti non c’è stata risposta o meglio mi è stato detto che devo fare i conti con le teorie pedagogiche e didattiche imperanti e che gli spunti di didattica ludica sono adeguati anche per gli adulti.

Svolgo attività di volontariato per l’insegnamento dell’italiano ai migranti. Ora immaginate un migrante che vuole imparare la nostra lingua, che dorme all’aperto, che ha attraversato mari e monti per arrivare in Italia, che non ha di che mangiare e magari è analfabeta (i casi sono più di quello che ci possiamo immaginare). Dovrei farlo giocare con le parole italiane? Come minimo, dopo due lezioni, se ne va e non torna più.

Ma torniamo all’adolescenza, di cui ho una certa esperienza, su più versanti.

Siamo stati tutti adolescenti e abbiamo avuto varie esperienze, più o meno felici e/o tragiche. Non ho mai avuto, nei genitori, degli amici con cui confidarmi. Quelli li ho trovati fuori dalla famiglia. Sono stato fortunato, questo è certo, ma le mie tensioni adolescenziali sono state feroci, a tratti devastanti, fino al momento in cui non sono riuscito a trovare un equilibrio dentro di me.

In generale, gli adolescenti hanno un assoluto e naturale bisogno di disciplina rigida e di sapere fino a che punto possono spingersi prima di incorrere in sanzioni davvero pesanti. Non parlo di pesanti punizioni fisiche: da bambino, i miei genitori mi punivano anche fisicamente, solo sculacciate o sberle, ma ricordo con profonda vergogna e rabbia, ormai adolescente, quando mio padre mi diede uno sberlone per una mia insistenza fuori luogo. Non osò toccarmi più e, quando morì, fu il momento di uscire dalla fase adolescenziale e affrontare le sfide che la vita ti pone di fronte. Il mio amore per lui è vivo ancora oggi e il suo ricordo non mi abbandona. Non ho mai parlato con i miei genitori di come nascono i bambini o di come mi dovevo comportare con gli altri. Sto parlando degli anni Settanta e Ottanta, quando la droga era già presente e circolava per le strade, nascondendosi ai benpensanti. Quando all’interno delle famiglie, delle scuole e della Chiesa, molti venivano stuprati e perfino uccisi. Quando fuori dalle scuole fascisti e comunisti si picchiavano con catene, spranghe e bastoni e quando gli studenti occupavano le scuole, a volte in barba anche alla polizia. Ripeto, sono stato molto fortunato ma, dopo molti anni, mi sono ritrovato quelle facce, violente protagoniste di quegli anni, che hanno fatto carriera in politica e hanno ricoperto le più alte cariche dello Stato.

Quando Pasolini fu barbaramente ucciso, qualcuno, anzi molti dissero che se l’era meritato, perché era un frocio. Ricordo che, a pochi giorni dall’omicidio, in classe, si tenne un acceso dibattito con punti di vista che discordavano come il diavolo e l’acqua santa. La società era divisa e a scuola si respirava la medesima realtà. Presi posizione a favore del riconoscimento di ogni individuo al suo diritto di vivere e contro ogni forma di discriminazione.

E la scuola dov’era?

La scuola aveva omologato, incluso democraticamente, nascosto e inglobato ogni aspetto della società, proprio come il sistema richiedeva. Aveva rispettato il suo mandato puntigliosamente anzi in modo grottescamente pignolo. Erano gli anni del Circeo in cui i protagonisti, vittime e carnefici, provenivano da classi sociali differenti ma sempre dal mondo della scuola, fosse questa pubblica o privata.

Oggi da quasi tutti si sostiene che la scuola deve insegnare le responsabilità che i futuri cittadini dovranno assumersi per scongiurare le allarmanti tragedie che si ripetono sempre più spesso e che distolgono l’opinione pubblica dai problemi ben più gravi che stiamo vivendo.

Come ne siamo usciti da questa omologazione assurda e consumistica che Pasolini denunciò con veemenza? Quel lurido omosessuale la denunciava come una subdola imposizione del regime che aveva l’impronta fascista ma che la mascherava attraverso un democratico consumismo. Un discorso molto pericoloso da pronunciare allora come oggi.

Ne siamo usciti attraverso l’acrobazia autoreferenziale che ci spinge a riconoscerci solo nei gruppi che pensiamo abbiano i nostri stessi valori, le nostre stesse affinità e interessi o, peggio, le nostre stesse pulsioni ed emozioni. In qualsiasi ambito della società ci rifugiamo in gruppi (anche virtuali, sui social) dove possiamo esprimerci liberamente, senza essere tacciati da altri di essere inadeguati o, peggio ancora, di avere idee perverse che porteranno all’autodistruzione.

Cosa direbbe Pasolini? Forse anche lui, ormai anziano, tornerebbe al Vecchio Testamento?

«Un popolo che non comprende va a precipizio» (Osea 4, 14).

Una struggente nostalgia mi assale quando ripenso alla polemica sulla lingua italiana fra Calvino e Pasolini [1] che si scatenò negli anni Sessanta. Poi l’argomento ha lasciato lo spazio a quell’omologazione culturale, tanto temuta, per cui le discussioni si sono aggrappate all’accettazione dei nuovi termini quali “petaloso” o “xkè”. Quella polemica ha dovuto abdicare all’ondata autoreferenziale, provocata dall’edonismo consumistico che sfocia nell’estremismo:

«… estremismo (che è appunto la conflagrazione dovuta alla miscela di conformismo e nevrosi) [2]

E la scuola dov’è?

Annaspa in un brodo primordiale che inquina gli animi e le menti e non permette ad alcuno di uscire dall’omologazione autoreferenziale a cui ci siamo assuefatti. Si attorciglia fra le spire delle indicazioni ministeriali, riguardanti i programmi, e le giornate dedicate alla violenza, diretta in una qualsivoglia direzione. Per un adolescente andare a scuola oggi è come immergersi in un enorme talk show da cui vuole sfuggire con tutte le sue forze per generare risposte concrete alle pulsioni che lo pervadono e cerca disperatamente di mascherarle facendosi possedere dalla realtà virtuale.

Possiamo solo sperare che i veri intellettuali del secolo scorso, se fossero ancora vivi, non si lascerebbero sopraffare dall’autoreferenzialità e scatenerebbero furiose lotte contro ogni forma di potere omologante.

Pasolini direbbe che il mondo della scuola sta conflagrando verso un estremismo sistemico.

[1] La polemica è contenuta in : P.P. Pasolini, Diario linguistico (1965), contenuto in Empirismo eretico; Italo Calvino, Una pietra sopra, Discorsi di letteratura e società, (articolo raccolto in questo volume, pubblicato nel 1980)

«I fatti ci hanno condotto brutalmente alla realtà. Quella strada democratica e popolare dell’italianizzazione ha subito una violenta deviazione: un fenomeno nuovo, la nascente tecnocrazia, ancora senza la coscienza e forse senza la volontà dell’egemonia, sta prendendola di fatto. Essa non contesta più i vari possibili classicismi: li fa brutalmente cadere senza ideologizzarne la caduta. Vi sostituisce la sua efficienza comunicativa e basta. In realtà quello che essa tende a contestare e a mettere fuori gioco, è tutto il passato classico e classicistico dell’uomo: ossia l’umanesimo» (Pasolini).

«Questo saggio è l’ultimo mio tentativo di riassorbire tutte le obiezioni possibili in un disegno generale. Di lì in poi non posso più nascondermi la sproporzione tra la complessità del mondo e i miei mezzi d’interpretazione: per cui abbandono ogni tono di sfida baldanzosa e non tento più sintesi che si pretendano esaustive. La fiducia in un lungo sviluppo della società industriale che m’ha sostenuto fin qui (ripetuti accenni negli scritti di quest’epoca provano che io credevo in un progressivo avvicinamento di America e Russia come livello di vita e mentalità e sistema economico - sociale) si dimostra insostenibile, così come una possibilità di progettazione che non sia a breve scadenza, per tirare avanti alla meno peggio» (Calvino)

[2] Pasolini, Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia, 1974, contenuto in Scritti Corsari, Garzanti


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