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Binomi di parole (12): Silenzio e rumore

L’omicidio di Giulia ha cambiato le cose: la sorella ha chiesto di fare rumore e all’improvviso dopo anni di torpore comunità studentesca, le ragazze, le donne e tanti uomini si sono svegliati e...

di Alessandra Calanchi - domenica 26 novembre 2023 - 714 letture

“La parola è d’argento, il silenzio è d’oro”, diceva mio nonno, e aveva ragione, come tutti i nonni.

Nel silenzio nascono le idee, si riordinano i pensieri, si gestisce la rabbia e soprattutto si evita di dire sciocchezze. Il bravo giornalista che dopo la morte dell’ennesima giovanissima vittima di femminicidio ha invitato a evitare la cacofonia ha ragione, come l’aveva mio nonno. La cagnara mediatica è un ulteriore attacco alla dignità della vittima e dei suoi familiari.

Per questo si usa fare un minuto di silenzio quando accadono questi fatti efferati o per ricordare stragi o per rendere omaggio alla memoria di qualcuno. Dentro di noi, dentro di ognuno di noi, si suppone che nasca o si rafforzi il germe della fratellanza o sorellanza, che l’indignazione trovi la sua strada per esprimersi correttamente ma esplicitamente alla fine di quel minuto che altrimenti rischia di rimanere simbolico, un vuoto rituale in cui si attende che il tempo trascorra mentre ognuno pensa ai fatti suoi. No, non è così che deve essere. Il minuto di silenzio è come l’inverno per i taoisti, quel piccolo seme di energia yang che cresce nello yin e che darà frutti in primavera e in estate. A questo serve l’inverno, a recuperare le forze, a preparare la fioritura.

L’omicidio di Giulia ha cambiato le cose: la sorella ha chiesto di fare rumore e all’improvviso dopo anni di torpore comunità studentesca, le ragazze, le donne e tanti uomini si sono svegliati e hanno fatto rumore battendo le mani, i piedi, usando la voce. È accaduto un piccolo miracolo e da quel rumore che non era cacofonia o cagnara, che non era neanche musica celestiale o parole retoriche, che non era rumore bianco o rock o rap è nata o meglio rinata una consapevolezza collettiva che riguarda i diritti calpestati, la dignità attaccata, i principi dimenticati. Rumore di scarpe, di mani, di voci, che non era sottofondo, ma la colonna sonora di una generazione che ha ritrovato le parole della protesta dopo anni di addomesticamento virtuale, di ipnosi forzata, di autoritarismo travestito da permissivismo protezionistico. Questo è il rumore buono, il rumore che non deve cessare, che deve opporsi sia al silenzio delle vittime sia alla cacofonia di chi vuole solo farci restare indietro, confondere le acque, chiuderci la bocca e le orecchie.

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Manifestazione per Giulia, 25 novembre 2023 - 01
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Manifestazione per Giulia, Roma 25 novembre 2023 - 02
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Manifestazione per Giulia, Roma 25 novembre 2023 - 03

Dobbiamo stare in guardia su più fronti e il primo è quello delle parole: dobbiamo stare attente e attenti perché le parole possono ferire e anche uccidere e la stampa è spesso responsabile di superficialità o stereotipi o lapsus mai neutrali. In un tg ho sentito ripetere per ben quattro volte sbagliato il titolo del film di Paola Cortellesi (più che mai importante in questo momento) e dire che è facile e se ne sta parlando da settimane, eppure non se n’è accorto nessuno in redazione … ovvio che non l’avevano visto, oppure che non capiscono che basta un piccolo articolo indeterminativo per spostare il senso della vicenda. L’effetto farfalla vale anche per la grammatica e la sintassi. E comunque, è la prima volta che sento sbagliare un titolo italiano e ho il dubbio che questo film stia dando veramente fastidio. Basta pensare alla veemenza con cui la prima ministra ha respinto l’idea di poter far parte di un sistema patriarcale - proprio lei che vuol farsi chiamare al maschile. Basti pensare all’ignoranza gretta e caparbia con cui tanti, troppi politici accusano la “teoria gender” (sic) senza informarsi, senza studiare, senza nemmeno rendersi conto che la parola “genere” esiste nella nostra grammatica italiana da tempi non sospetti, e plasma da secoli il pensiero e le relazioni.

Vedere tante persone giovani fare rumore nelle aule e scendere in manifestazione unite da una rivendicazione (così elementare per chi, come me, aveva la loro età negli anni 70) è stato commovente. Significa che qualcosa si è mosso. Ma significa anche ripartire quasi da zero, significa che in questi anni siamo rimaste troppo indietro, che abbiamo perso energia e convinzione e soprattutto che non siamo riuscite a passare la staffetta alle nuove generazioni.

Che bella la piazza di Roma.

Peccato che Giulia non c’era.


Questo articolo fa parte di una serie di articoli dedicati ai "binomi di parole".



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