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"La scuola per la pace": appello per una mobilitazione

In attesa del Settimo cavalleggeri, alcuni insegnanti torinesi e della provincia di Torino, di filosofia e non solo, hanno guardato e visto negli occhi dei loro studenti qualcosa che somiglia allo sbigottimento.

di francoplat - mercoledì 19 ottobre 2022 - 2288 letture

In tempi di guerra, la pace pare non godere di grande stima. Così racconta il mainstream che incanta, da mesi, il quotidiano con immagini di devastazione e minuziose rappresentazioni mortuarie, contribuendo all’assuefazione da raccapriccio tra una portata e l’altra del pranzo o della cena. Grazie alla potenza di fuoco mediatica, giorno dopo giorno siamo diventati cittadini onorari di un conflitto, lo abbiamo visto riprodotto dal solito buco della serratura, un po’ morboso e martellante, talmente seduttivo nella sua invadenza da risultare, ormai, famigliare. Conviviamo con l’orrore, da un lato, inorriditi dall’atrocità dei fatti e, dall’altro, rassicurati dalla cornice di fondo, quella alla quale ci ha abituati una storia pluridecennale, quella dei cattivi e dei buoni, da John Ford a Stallone, quella dei valori veri e quella dei valori falsi e maligni. Se fossimo ancora coperti da un ombrello culturale religioso, potremmo dire demoniaci. È noto che il bene prevarrà sul male, come nella migliore tradizione progressista e democratica.

In attesa del Settimo cavalleggeri, alcuni insegnanti torinesi e della provincia di Torino, di filosofia e non solo, hanno guardato e visto negli occhi dei loro studenti qualcosa che somiglia allo sbigottimento. E hanno ritenuto importante raccogliere il disorientamento al fondo di quegli occhi davanti alla prospettiva di un allargamento del conflitto, al suo ampliamento nucleare, per essere precisi. A partire da ciò, quei docenti hanno redatto un documento, un manifesto per la pace, convinti che sia opportuno uscire da un certo ottundimento collettivo, convinti che la scuola – come ha osservato Terry Silvestrini, una delle prime firmatarie del documento – debba farsi «lievito di pace», luogo di una risposta attiva alla deriva belligerante del ceto dirigente italiano, infatuato, a dispetto della nostra carta costituzionale, dai tuoni di guerra. Ai primi firmatari del documento, se ne sono aggiunti in pochi giorni centinaia, docenti ma non solo, anche pensionati, liberi professionisti, casalinghe, membri di associazioni; torinesi e piemontesi e di fuori regione.

«Per questo chiamiamo a una mobilitazione spontanea, che parta dalla scuola, dai posti di lavoro e che coinvolga sempre più persone. Individuiamo un’unica richiesta possibile: un immediato cessate il fuoco tra le parti e l’avvio di negoziati. Vogliamo che questa richiesta sia posta a tutte le istanze democratiche del paese: ai sindaci, alle regioni, al governo». Queste sono le finalità e l’impegno di questo movimento nato tra i corridoi e le aule scolastiche, questo è quanto si trova scritto nel documento «La scuola per la pace», allegato all’articolo.

Un primo momento di aggregazione c’è stato sabato 15 ottobre, circa una settimana dopo la divulgazione ufficiale del manifesto. A Torino, dinanzi la sede del Comune, si è chiesto ai firmatari e ai cittadini vicini alle istanze di pace di raccogliersi, di incontrarsi per cominciare a esporre i punti di vista, i proponimenti, gli obiettivi di fondo del documento. Chi scrive era in piazza, quel pomeriggio: attorno ai docenti ispiratori dell’incontro, c’erano altri cittadini ed enti, dall’associazione AGiTe (coordinamento di enti e cittadini contro l’atomica, le guerre e i terrorismi) all’Anpi provinciale torinese, da Emergency alla Sinistra ecologista, dal Circolo Maurice Lgbtq al Comitato delle mamme in piazza per la libertà e per il dissenso, dal Movimento Cinque Stelle torinese all’Opposizione studentesca d’alternativa (OSA) e altre ancora. L’enumerazione potrebbe dare l’idea di una piazza gremita, ma non è così, non lo era: davanti ai relatori, che di volta in volta si sono alternati al microfono, i manifestanti non superavano le due, trecento unità. Erano raccolti attorno al palco improvvisato – l’incontro è stato preparato, del resto, in pochissimi giorni – con bandiere e cartelli, slogan eterogenei: «rimettiamo la Nato nei libri di storia», fra gli altri.

Tra gli interventi, vi sono stati quelli degli ispiratori dell’iniziativa: i professori Giorgio Monestarolo e Marco Meotto, le professoresse Terry Silvestrini, Rosa Bartiromo e Cristina Bracchi, ai quali si è aggiunto Eric Gobetti, storico torinese e studioso del fascismo, della seconda guerra mondiale, della storia Jugoslava nel Novecento. Pur con accenti diversi, le relazioni hanno ribadito e ampliato alcuni dei passaggi sintetizzati nel manifesto, dallo scollamento tra il sentire comune contro la guerra dei cittadini e quello, omologato al volere dei poteri forti globali, dei Palazzi nostrani, al tema del disorientamento studentesco a cui occorre dare una risposta, dal problema della narrazione standardizzata della guerra, priva di controcanti critici, a quello dell’impetuosa “militarizzazione” della società. C’è stato spazio per ricordare le vittime della guerra, di ogni guerra, quelle palpitanti tra gli schermi televisivi e quelle offuscate dal silenzio di quegli stessi schermi – Yemen, Libia, ad esempio, o la guerra sotto casa dell’ultimo decennio dello scorso millennio, quella slava -, e per evocare le figure di alcuni intellettuali poco allineati, tra i quali Alessandro Barbero.

Una risposta tiepida da parte della città, dunque. Si è detto, la pace non gode di grande appeal. Era impensabile trascinare in piazza molte più persone di quante ce n’erano, troppo breve il tempo organizzativo, troppo ficcante il messaggio mediatico, troppo offuscate le coscienze. Appena girato l’angolo della piazza, nella commerciale e pedonale via Garibaldi, i torinesi sciamavano a crocchi e a coppie, abbracciati o allineati, in sosta davanti a una vetrina o a consumare un caffè, vagabondavano placidi e finalmente lontani da altre incombenze nel sabato del villaggio. Non è il caso di farne una puntuta questione morale, da un lato i buoni, gli impegnati, i sensibili e, dall’altro, i qualunquisti, gli egoisti, i disimpegnati, gli ottusi, i nemici della pace. Le zone grigie hanno rappresentato parte integrante e solida della storia di questo Paese e decenni e decenni di addestramento al valore supremo del benessere personale non hanno giovato alla costruzione di un’altra griglia valoriale, quella della prospettiva futura, del bene collettivo, della giustizia sociale ecc.

Per questo, forse, l’appello per la mobilitazione lanciato da alcuni insegnanti piemontesi merita di essere accolto e rilanciato, diffuso tra le aule delle scuole nazionali, dibattuto e consolidato, presentato come domanda ineludibile a chi ha dimenticato, o ha fatto finta di farlo, il significato cristallino dell’articolo 11 della Costituzione italiana: «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Occorre che la rete di scuole esca dai confini provinciali e assuma una configurazione più ampia, nazionale. Occorre che, anche tra dubbi e scetticismi, ci si muova pronunciando la parola pace come antidoto all’avvelenamento da epopea della guerra. Come un mantra laico davanti al lento rosolare delle emozioni tristi governate dal girarrosto mediatico.

Indirizzi e riferimenti per contattare i promotori dell’iniziativa sono presenti nel documento allegato.


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