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Mafie, politica e società: lo sguardo degli studenti

Ammesso che davvero interessi a qualcuno la loro opinione, gli studenti pensano che la mafia possa difficilmente essere sconfitta

di francoplat - mercoledì 29 maggio 2024 - 651 letture

Solo un discente su cinque, infatti, ritiene che le organizzazioni criminali mafiose siano estirpabili, i restanti quattro sono sostanzialmente convinti che lo Stato sia più debole dei clan.

A dirlo sono i dati provenienti da un questionario elaborato dal Centro Studi “Pio La Torre”, importante associazione no-profit di Palermo, attiva da decenni sul territorio italiano, in costante contatto con il mondo della scuola, al quale si rivolge e al quale propone preziose attività legate alla legalità e al contrasto alle mafie, com’è nella natura di un centro incardinato attorno a quella straordinaria figura di uomo politico e studioso del fenomeno mafioso che fu Pio La Torre, ucciso trentadue anni fa proprio in virtù della sua sovraesposizione contro le consorterie criminali (e non solo). Circa un mese fa, sono stati diffusi i risultati emersi dal questionario proposto a 1578 studenti, dai 14 ai 21 anni, delle scuole secondarie di secondo grado. «La mafia può essere sconfitta?», è una delle domande, alla quale solo il 20,6% dei giovani interpellati risponde positivamente; per il 49,8%, ossia per la metà, la risposta è negativa, mentre uno su tre afferma di non avere una risposta chiara in merito. Dunque, fra dubbiosi e pessimisti, l’80% dei discenti ritiene impossibile o poco probabile che lo Stato abbia la meglio su Cosa nostra e dintorni.

Due anni prima, nel 2022 ossia in piena pandemia, un questionario simile aveva fornito dati non troppo dissimili: allora, era stato il 43,53% dei ragazzi a ritenere le associazioni mafiose un avversario troppo forte per lo Stato, segno che, in due anni, è aumentata la percentuale degli scettici verso la capacità delle istituzioni di far fronte al fenomeno criminale. Pur con percentuali non perfettamente sovrapponibili, ieri come oggi, gli studenti ritenevano e ritengono che per affrontare il fenomeno mafioso fosse e sia necessario combattere la corruzione e il clientelismo della classe dirigente, così come centrale fosse e sia l’educazione alla legalità, oltre che «colpire la mafia nei suoi interessi economici». Parola di Pio La Torre.

Si tratta di percentuali e numeri che vanno distesi e collocati in un quadro di più ampio respiro, quello dei rapporti fra la cittadinanza e lo Stato, anche a partire da un ulteriore elemento affiorato dall’indagine: dovendo affrontare il tema legalità e il tema del contrasto alle mafie, i giovani sostengono che le figure di riferimento debbano essere gli insegnanti, seguiti – due anni fa – dai famigliari e, oggi, dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. E i politici nazionali e locali? Nel questionario del 2024, si trovano nella parte bassa della classifica: 7,44% per i primi e poco meno del 5% per gli amministratori locali. Un’analisi dettagliata non è qui possibile, ma alcune considerazioni possono essere avanzate. Da un lato, primariamente, pare accamparsi una sorta di divario fra la scuola e la politica, per quanto i docenti siano, a tutti gli effetti, parte integrante della macchina dello Stato. Eppure, agli occhi dei discenti, si palesa in tutta la sua algida realtà la distanza del ceto dirigente dal Paese, la sua quasi estraneità a temi tutt’altro che periferici o marginali. Non è tanto rilevante, forse, l’attenzione accordata ai docenti, con i quali i ragazzi interagiscono quotidianamente e che rappresentano, dunque, un punto di riferimento ordinario, nel bene o nel male. Ciò che qui interessa è sottolineare l’intima sfiducia nei confronti di chi governa lo Stato, nel suo apparato centrale e nelle sue diramazioni periferiche.

È una storia nota, certo, la disaffezione alla politica. Lo dicono con evidenza i dati elettorali, richiamati, peraltro, dal presidente emerito del Centro “Pio La Torre”, Vito Lo Monaco, nel suo commento al questionario qui richiamato: «la scarsa partecipazione dei cittadini al voto nei sistemi democratici – in Italia non supera il 50% nelle ultime elezioni – è un indicatore della loro sfiducia verso la classe dirigente e verso i partiti trasformati da organismi di rappresentanza dei vari strati sociali a ristretti gruppi di potere elettorale senza una visione strategica del cambiamento per eliminare disuguaglianze e ingiustizie sociali».

Una conseguenza, tragica agli occhi di scrive, di tale metamorfosi auto-centrata del sistema politico e refrattaria alla virtù ormai sbiadita del governo della cosa pubblica – ossia l’atto di servizio verso la comunità – emerge con nettezza da un’altra risposta dei giovani: il 90,66% di loro, infatti, ritiene che «la gente, in genere, guarda al proprio interesse». Risposta amara, non importa se offerta con disincanto, tristezza, con lucido realismo o con una sorta di tacita approvazione. Nell’immaginario giovanile è entrato prepotentemente, e diffusamente, il convitato di pietra comune a tanti Stati democratici e non solo, ossia l’egoismo. E se parte di questo convitato di pietra, celebrato o vituperato a seconda dei punti di vista, è figlio del vaticinio e dell’azione politica della signora Thatcher – «la società non esiste, esistono gli individui», 1987 – va detto anche che, in Italia, tale dominio dell’interesse personale è stato ulteriormente rafforzato da un altro modo di pensare, quello interno alla mentalità mafiosa e quello di una parte del ceto politico, come si è più volte detto su queste pagine. Non rubare alla collettività significa rubare alla propria famiglia, afferma un personaggio di Sciascia.

È questo mantra che colgono, magari in modo non del tutto lucido, gli studenti, i giovani. È questa curvatura personalistica e di clan che percepiscono, quest’idea di uno Stato che salva chi vuole e non chi potrebbe, che salva sé stesso e non la comunità, intrecciando la propria avidità con quella mafiosa. A tale proposito, forse è utile ricordare che, nel sondaggio di due anni fa, gli intervistati ritenevano, per il 54% circa, «abbastanza forte” il rapporto mafia-politica, mentre uno su tre (31,31%) pensava che tale relazione fosse «molto forte». Uno studente su tre circa, insomma, potrebbe gridare con una parte del mondo adulto: «via la mafia dallo Stato e lo Stato dalla mafia».

È uno slogan facile e qualunquistico, forse, ma le relazioni tra Stato e mafia non lo sono, per quanto da più parti, quando si affaccia l’ipotesi di trattative o relazioni torbide, ci si affretti a disconoscere tali rapporti, che perdurano da oltre un secolo. Diventa, quindi, difficile, ricoprendo il ruolo di insegnante, rassicurare i propri studenti sul candore etico della politica ed evitare, se così si può dire, di sputare nel piatto in cui si mangia. Esistono interpretazioni della nostra storia non rassicuranti, pericolose, in fondo, per la tenuta della coesione fra Stato e cittadinanza, perché uno Stato percepito come non amico è un problema enorme, irrisolvibile; quantomeno se si aspira a una sostanziale democrazia.

I giovani intervistati dal Centro “Pio La Torre” non vivono nell’iperuranio, forse sono stati condotti alla loro percezione del fenomeno mafioso da quei “cattivi maestri” indicati in Lodato e Di Matteo da altri insegnanti, stavolta universitari; ci si riferisce, ovviamente, a Costantino Visconti. O, forse, vi sono stati condotti da più anonimi docenti che, a fronte del silenzio politico dinanzi alle mafie e di un certo assopimento della società civile, credono loro dovere non tacere, affrontare quel piano problematico della storiografia fatto di dubbi e domande irrisolte, affrontare la perdurante latitanza del tema mafioso dalla nostra manualistica, evitare di lasciare che, passata la tempesta, tornino gli «augelli a far festa», ossia che le bombe, gli attentati, le morti eccellenti e quelle meno eccellenti siano sovrastati dal silenzio della memoria, dal giubilo del giorno per giorno, dall’attesa di un futuro privo di passato.

Ecco, è tutt’altro che banale l’esito di quel sondaggio. Dice tanto di noi, adulti, più che tanto di loro, i giovani. Dice che ci sarebbe bisogno di un riscatto dalla diffusione e dal radicamento nazionale delle mafie, che esisterebbero gli strumenti per perseguire questo fine; ma dice anche che gli studenti non ci credono più o, almeno, non credono che tale riscatto possa arrivare da chi ha compiti di indirizzo e di regolazione della società. Nel momento in cui forniscono delle risposte, questi giovani ci stanno ponendo delle domande. Ha ragione Loredana Introini, presidente del Centro: «le domande che ci pongono i giovani, su come migliorare la lotta alle infiltrazioni mafiose e come colpire corruzione e clientelismo, non possono restare senza risposte chiare e convincenti». Ha ragione, ma il nostro pare non essere un paese per giovani, l’opinione dei quali, quando non è anestetizzata dallo stesso stagno d’egoismo nel quale ci si barcamena noi, è largamente negletta, marginale, inascoltata. Gli intervistati stanno restituendo una realtà lucida e amara, la stessa che da più di un secolo ripetono voci variegate e altrettanto inascoltate o, peggio, messe a tacere.

Finirà che una parte di questi giovani si accoderà, senza che noi ci si stupisca più di tanto, al milione e più di giovani intelligenze in fuga dall’Italia nell’ultimo decennio, estranee in un Paese che non ama che qualcuno dica al Re che è nudo e ai suoi cortigiani che sono avidi consumatori di risorse collettive, ruffiani e parassiti a cui l’interesse personale impedisce di cogliere, nel furto di tali risorse, un danno, non avendo altro Dio all’infuori di sé.


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