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L’impegno dell’Università deve essere la pace

La ricerca militare, che esula dai fini dell’insegnamento universitario, nell’intrecciare mille contraddizioni, non deve influenzare il mondo accademico.

di Massimo Stefano Russo - mercoledì 10 aprile 2024 - 573 letture

La cultura, da bene acquisito attraverso lo studio, alimenta la conoscenza e nel condividere i valori, si propone di leggere i cambiamenti, interpretare le crisi e far crescere la partecipazione e la democrazia. L’Università ha un ruolo centrale, nel creare comunità e mettere insieme esperienze di ricerca per l’evoluzione della società, tutelare il patrimonio culturale, scientifico-tecnico così da trasmettere memoria e storia, con lo sviluppo dei vari campi della ricerca. Valorizzare la cooperazione internazionale, come strumento di dialogo e di pace, appartiene alle missioni dell’Università.

Gli atenei, senza chiusure ideologiche né schemi precostituiti, chiamati sempre più a svolgere diverse funzioni, devono saper salvaguardare gli spazi di autonomia e l’indipendenza stessa della ricerca, attraverso il dialogo con i vari sistemi, mantenendo vivo l’interrogarsi sul valore della libertà della ricerca e ridefinirne le implicazioni empiriche.

Spetta all’Università, senza schierarsi politicamente, provare a capire, spiegare, leggere i fatti e le idee, in piena autonomia e libertà, così da elaborare alternative valide, forti del pensiero che sa dissentire e criticare, con la voce capace di farsi sentire e soprattutto ascoltare. Incapaci di capire si diventa ottusi e astiosi. Con l’affermazione del capitalismo finanziario che ha trasformato l’economia di mercato in una società di mercato, istruzione e ricerca si concretizzano sempre più in conoscenza da applicare in funzione del mercato, per gestirne le richieste, con la stessa Università chiamata - sotto varie forme - a stimolare e aumentare il consumo pervasivo e la crescita esponenziale.

Quale valore conferire alla conoscenza, nella sua concreta applicazione in forma di scienza e tecnologia, che da sempre solleva un gran numero di domande e problemi di natura etica? La mozione approvata dal senato accademico della scuola normale di Pisa deve far riflettere in tal senso.

Le Università da tempo accomunate nel progettare e sperimentare attività di ricerca importanti con programmi di cooperazione internazionale devono tenere conto di come scienza e tecnologia contribuiscono a sviluppare applicazioni importanti. In campo accademico ci si deve avvalere anche di contributi militari e senza poter escludere i fini bellici? Dobbiamo stare zitti e indifferenti, senza sollevare perplessità alcuna sulla commistione tra mondo militare e società civile, nel mettere insieme strumenti e competenze, in un’ottica conflittuale e non di pace? Fermi al motto si vis pacem, para bellum?

L’Università abbracciata dal neoliberismo, dal 2006, accreditata dall’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) ha cambiato funzioni e ruolo; bisogna evitare in tutti i modi che sia asservita al “bellicismo armigero”. La ricerca che incide nel promuovere conoscenze ed esperienze che ricadono su diversi campi va messa in discussione; soprattutto se gli interessi sono di natura militare: il potere e la potenza della tecnoscienza meritano più di una riflessione. La ricerca, la scienza e la tecnologia sviluppate nelle sedi e nei laboratori universitari devono cooperare col mondo militare?

La sproporzione di potere tra i militari, le forze armate da un lato e gli scienziati, le autorità accademiche dall’altro è enorme. La ricerca scientifica universitaria in piena autonomia ha una dimensione importante e implica una presa di responsabilità. Davanti alla barbarie di Hamas e agli eventi drammatici scatenati dal 7 ottobre 2023, nell’esplodere della violenza, si ha il dovere di condannare ed esprimere con ferma e piena franchezza il dissenso.

La politica universitaria deve riconsiderare il pensiero critico senza rischiare di asservire l’Università al potere dominante. La ricerca militare, che esula dai fini dell’insegnamento universitario, nell’intrecciare mille contraddizioni, non deve influenzare il mondo accademico. Bisogna aprire gli occhi di fronte al produrre e sviluppare tecnologia a sostegno dei conflitti bellici. L’impegno prioritario dell’Università va rivolto alla conoscenza scientifica, nei diversi settori disciplinari, quale spazio di libertà e indipendenza, per formare soggetti competenti e qualificati, capaci di confrontarsi con le molteplici realtà, nel rispetto dei diritti fondamentali, della democrazia e del pluralismo, per costruire un futuro migliore e progettare uno sviluppo sostenibile.

Il mondo accademico universitario e il mondo militare dove ci si forma e addestra vanno tenuti separati e isolati, per evitare che nel loro interagire possano giungere a una commistione compromettente, in forma di intesa e integrazione in stretta interdipendenza.

La cultura della pace, da costruire con impegno costante e regolare, in modo concreto, nel ritrovarsi esplicitamente tra i compiti dell’Università, va rivendicata come politica attiva e qualità emergente dove riconoscersi, nel produrre ricerca all’avanguardia e formazione avanzata.


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