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Zoomafia: Ciro Troiano al liceo Cottini

È difficile scalfire in profondità una cultura così diffusamente permeata dell’idea della superiorità fatale dell’uomo e, per conseguenza, del suo diritto ad appropriarsi delle vite delle altre creature viventi

di francoplat - mercoledì 15 maggio 2024 - 675 letture

È giunto al termine il corso sulle mafie per docenti del Piemonte di ogni ordine e grado. Ai relatori precedenti – il sociologo Marco Omizzolo, che ha trattato il tema delle agromafie, alla dott.ssa Sisti di Legambiente, intervenuta sulla questione delle ecomafie e al magistrato Mario Andrigo, soffermatosi sul problema del contrasto alle mafie da sottrarre all’approccio esclusivamente giudiziario – si è affiancato il criminologo napoletano Ciro Troiano. Venerdì 10 maggio, nell’aula magna del liceo Cottini, l’ospite ha intrattenuto i partecipanti al corso su un argomento di sua competenza, ossia la zoomafia.

Ne ha parlato in modo competente sia perché dirige l’Osservatorio nazionale zoomafia della LAV, sia perché è stato lo stesso Troiano, a metà degli anni Novanta, a coniare l’espressione “zoomafia”. Espressione che, nel 2007, è entrata nel vocabolario Zanichelli della lingua italiana ed è, oggi, ampiamente sdoganata in ambito giornalistico, giudiziario, saggistico. Un primo aspetto porto all’attenzione del pubblico è stato quello relativo alla natura associativa dei reati contro gli animali. Troiano ha spiegato, infatti, che si tratta spesso di reati perpetrati da gruppi di individui legati dal vincolo associativo, forme di maltrattamento intrinsecamente, ontologicamente consociative, che trovano la loro consumazione solo sotto forma di evento programmato e organizzato. Si pensi, in tal senso, ai combattimenti fra cani o alle corse clandestine dei cavalli; ma anche altri reati necessitano di una struttura associativa e organizzata, spesso supportata da figure esterne all’associazione, ad esempio il commercio e l’importazione di animali, il racket dell’accattonaggio con animali, la gestione dei canili, gli allevamenti abusivi.

L’ospite del Cottini è passato, quindi, ad analizzare la genesi del termine “zoomafia”. Ha precisato che, quando ha iniziato a occuparsi del fenomeno, non esisteva una ricca letteratura in materia, tranne alcuni studi che si soffermavano sulla predilezione di Pablo Escobar per la fauna esotica. La sua osservazione sul campo lo ha portato a verificare, ad esempio nei mercati napoletani, la vendita di animali esotici, soprattutto volatili, e la presenza in quell’attività di figure legate in qualche modo alla camorra. Questo fenomeno, di cui sottolinea la lunga vitalità – ogni domenica nello stesso mercato, con le stesse persone, la stessa vendita illecita – e il chiaro segnale di controllo del territorio pari a quello del palermitano mercato di Ballarò, lo ha portato a ipotizzare un legame tra la criminalità organizzata e lo sfruttamento del mondo animale. Da qui la parola zoomafia, una forma di sfruttamento criminale perpetuato da persone singole o associate o appartenenti a cosche mafiosa o a clan camorristici. Non solo: Troiano ha tenuto a precisare che il neologismo indica anche la nascita e lo sviluppo di un mondo delinquenziale diverso, ma contiguo e parallelo a quello mafioso, che si sviluppa dallo stesso terreno di coltura mentale di quest’ultimo, ma che trova come momento fondativo e aggregativo proprio l’uso degli animali per conseguire dei proventi economici.

Ma, ha sottolineato il relatore, quella economica non è l’unica molla o l’unica funzione connessa alle zoomafie, perché, riprendendo quanto affermato a proposito dei mercati in cui vengono venduti animali esotici, vi è un’altra valenza fondamentale di tali attività illecite, ossia il controllo del territorio. E, a tale proposito, ha fatto riferimento al controllo della vendita della mozzarella di bufala, al controllo dei pascoli, al commercio delle carni, attività, quest’ultima, che alcuni studiosi ritengono essere stato il grimaldello per i Corleonesi per entrare nella città di Palermo. Riferendosi ai provinciali siciliani, Troiano ha osservato che le forze dell’ordine, decenni fa, si imbatterono, nelle campagne palermitane, in tre individui dediti alla macellazione clandestina: erano Bagarella, Riina e Provenzano.

Quanto al controllo dei pascoli, il criminologo ha fatto riferimento all’esperienza di Giuseppe Antoci, già presidente, tra il 2013 e il 2018, del siciliano Parco dei Nebrodi, dove affrontò la questione delle intimidazioni a cui erano soggetti gli agricoltori del Parco da parte delle cosche mafiose e la correlata scottante questione delle false autocertificazioni antimafia con le quali le organizzazioni criminali, dopo essersi accaparrate i terreni, chiedevano i contributi dell’AGEA (agenzia per le erogazioni in agricoltura). Antoci elaborò, proprio a partire da tale situazione, un protocollo di legalità per porre un freno all’uso di false certificazioni e ciò gli costò, nel 2016, un attentato dal quale si salvò per via dell’auto blindata e dell’intervento della scorta. Oggi – sia detto per inciso – il protocollo “Antoci” è esteso in tutta Italia e ha disvelato la presenza di irregolarità in tutto il territorio nazionale. Va ancora ricordato che, nel 2020, la Dda di Messina ha eseguito l’operazione “Nebrodi”, la più imponente indagine antimafia in Sicilia sul versante dei Fondi europei all’agricoltura in mano alle consorterie criminali.

Troiano ha tenuto a sottolineare che il tema dello sfruttamento degli animali non è solo un reato diretto contro quelle creature, ma finisce per trasformarsi in un evidente e pericoloso problema di ordine pubblico e igienico-sanitario, come dimostra, per quanto riguarda l’ultimo aspetto, la presenza di allevamenti clandestini e la diffusione di zoonosi, quale la brucellosi, che possono diffondersi all’uomo, magari attraverso il latte infetto. Quanto alla questione del controllo del territorio, il relatore ha ricordato come, a Napoli, interi tratti stradali sono bloccati per dare vita alle corse dei cavalli e, ha precisato con una nota vocale più vigorosa, che si tratta di rettilinei che si trovano, magari, a 300 metri dalla procura. E ha fatto riferimento ai pali mafiosi, ormai vietati in Sicilia.

È evidente, a ogni modo, che il fenomeno delle zoomafie va letto in un’ottica più ampia, che incroci il fenomeno in questione con altri illeciti legati al mondo animale, le agromafie, ad esempio, o le ecomafie. Di fatto, le funzioni zoomafiose sono altre, secondo quanto ha precisato l’ospite del Cottini. Ai proventi economici e al dominio territoriale, infatti, si associa un’altra funzione, quella simbolica, fondamentale per comprendere il fenomeno, a detta del criminologo. Gli animali, ha infatti spiegato, sono portatori allegorici di bellezza, di potenza, di forza e queste “virtù” legano visceralmente i mafiosi agli animali. Scherzosamente, ha domandato al pubblico se fosse in grado di immaginare un boss accompagnato da un chihuahua. No, certo, al limite potrebbe essere il cane da borsetta della sua compagna, ha detto sorridendo un po’ mestamente. Il boss si accompagna al grande predatore, leone, tigre, pantera, leopardo, ci si accompagna perché il capo-bastone è spesso legato, in termini psicologici, al disturbo di onnipotenza, a un’idea ipetrofica del proprio ego, una visione smisurata di sé stesso; così, ha detto Troiano, si legge in un testo interessante che ha consigliato ai docenti, ossia “La psiche mafiosa” (edito da FrancoAngeli, 2015). Nel caso della vincita di un cavallo di un boss in una corsa, ha osservato, il proprietario dell’animale prova quella che gli psicologi chiamano “esperienza di sostituzione” e, in tal modo, il mafioso vive, nel proprio immaginario, in modo eroico, sollevandosi dalla realtà, tutt’altro che eroica, della propria vita.

Il ventaglio di funzioni assolte dalle zoomafie non è finito. Ve n’è un’altra, quella intimidatoria, ha detto il criminologo: cani da presa usati per le rapine, scagliati contro le forze dell’ordine, usati come ausiliari di spacciatori, oppure parti di animali recapitate, a mo’ di minaccia, a persone scomode, quali avvocati, magistrati, giornalisti, politici ecc. Ultima, ma non meno importante, è la funzione pedagogica, ossia l’educazione alla violenza e all’anaffettività che vivono i bambini o gli adolescenti arruolati tra le fila delle mafie e chiamati a muoversi nelle attività zoomafiose, dalla riscossione delle scommesse durante i combattimenti fra cani, all’accudimento dei cavalli dei criminali, dall’uccisione degli animali quale allenamento all’omicidio al furto di animali per addestrare i cani da combattimento.

In questo humus culturale, violento, fortemente specista e incardinato sull’idea della totale subordinazione dell’animale all’uomo, crescono questi giovani, presto anestetizzati a qualsiasi forma di empatia, ha ancora aggiunto Troiano. Il quale, dopo aver esaurito l’elenco delle molteplici funzioni sottese allo sfruttamento del mondo animale, è passato a sottolineare qualcuno dei reati connessi alle zoomafie, a partire dal traffico dei cuccioli. Si tratta di un business enorme, che porta in Italia, ogni settimana, circa 2000 cuccioli, largamente provenienti dall’Est europeo, prodotti – letteralmente – in vere e proprie industrie del cucciolo, con cani femmina sfruttate sino allo sfinimento, e cuccioli sottoposti a profilassi anticipate rispetto all’età, stipati in condizioni pessime e pronti a viaggiare per mezza Europa, rivenduti a cifre enormemente superiori a quelle con cui escono da quegli orribili opifici del cane. Le cifre, in tal senso, evidenziano l’urgenza del fenomeno e i profitti derivanti dall’illecito: dal 2010, anno in cui è entrata in vigore la legge contro la tratta dei cuccioli, fino al 2022 compreso, sono stati sequestrati 7230 cani e 92 gatti per un valore complessivo di circa 5.900 euro. Una sola organizzazione camorristica a Napoli, ha ancora precisato il relatore, si è vista sequestrare beni provenienti da questa attività illecita per 18 milioni di euro.

Circa il traffico dei cuccioli, l’ospite del Cottini ha fatto poi riferimento a un’indagine a margine del noto processo “AEmilia”, relativo alla radicata presenza del clan Grande Aracri in Emilia-Romagna e in tutto il Nord Italia, il più grande processo contro la ‘ndrangheta in Settentrione. Bene, ha osservato Troiano, tra i mille rivoli di questa indagine, ve n’è uno che ha mostrato in modo evidente l’interesse della cosca Grande Aracri per il traffico di cuccioli.

Si passa, poi, a un veloce esame dei canili gestiti illegalmente. Il business del randagismo, ha spiegato Troiano, è un affare che garantisce agli sfruttatori dei cani randagi milioni di euro, in virtù delle convenzioni che stipulano con le amministrazioni locali per la gestione dei canili. Amministrazioni locali compiacenti, s’intende, grazie alle quali alcuni privati, camuffati magari da false associazioni, fanno fortuna con convenzioni milionarie. Tutto ciò, per gli animali, si traduce in strutture che sono, di fatto, veri e propri lager: cani in condizioni igieniche pessime, affetti da malattie non curate, costretti, a volte, in box con esemplari morti, animali deceduti trovati congelati in frigoriferi. Del resto, si è domandato il criminologo, quando hai canili che ospitano sino a duemila animali, come puoi permetterti di curarli, dedicare loro del tempo per una passeggiata, pulire gli spazi fatiscenti in cui si trovano, dar loro da mangiare in maniera appropriata?

Nelle battute finali, prima di dedicarsi alle domande del pubblico, Troiano ha fatto riferimento ai combattimenti fra cani, una piaga reiterata, diffusa in tutta Italia, non solamente al Sud, fonte di enormi guadagni anch’essa, soprattutto fonte di estrema crudeltà nei confronti degli animali, sottoposti a ogni genere di tortura per modellarli come perfette macchine da guerra in incontri “ammirati” da centinaia e centinaia di persone.

Arriva il momento delle domande, delle quali si raccoglie l’ultima, è quella di una docente che ha chiesto all’ospite se potesse, in qualche modo, chiudere con un qualche cenno di speranza. Troiano ha sorriso, rispondendo che, nel suo lavoro, non può che utilizzare una strumentazione analitica che si basi sui dati della realtà, e la realtà, così come la racconta – tanto nel rapporto annuale zoomafia della LAV quanto in altre pubblicazioni, fra le quali “Preso dal nervoso gli ho sparato. Vittime e offender nel maltrattamento degli animali”, reperibile in rete –, non lascia al momento spazio a grandi speranze. Una risposta che, in fondo, riprende quanto ha detto all’inizio del percorso, ossia che la violenza contro gli animali rappresenta un aspetto della relazione dell’uomo con essi.

Un aspetto tutt’altro che marginale, se si considera – come si è visto in una delle slide della presentazione – che in Italia vengono aperti circa 25 fascicoli al giorno per maltrattamenti contro gli animali, ossia uno ogni 58 minuti; a livello nazionale, ci sono 7,7 indagati ogni 100.000 abitanti. È difficile scalfire in profondità una cultura così diffusamente permeata dell’idea della superiorità fatale dell’uomo e, per conseguenza, del suo diritto ad appropriarsi delle vite delle altre creature viventi. Soprattutto per chi, come il ministro Lollobrigida – il nome Troiano non lo fa esplicitamente –, è olimpicamente convinto che l’uomo sia l’unico essere senziente. Convinzione ormai largamente superata a livello scientifico e non solo. Almeno da chi cerca di intrattenere con il mondo animale una relazione più cordiale e rispettosa dei diritti di ogni specie vivente.

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