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Questo multiculturalismo del niente

Il caso della scuola trevigiana in cui si è dispensato alcuni alunni musulmani dallo studio della Divina Commedia di Dante fa discutere e ad esso si reagisce con...

di Salvatore A. Bravo - sabato 25 maggio 2024 - 500 letture

Il caso della scuola trevigiana in cui si è dispensato alcuni alunni musulmani dallo studio della Divina Commedia di Dante fa discutere e ad esso si reagisce con le ispezioni ministeriali o con un senso di scandalo. Siamo in un’epoca di superficie, in cui il pensiero critico e profondo è stato sostituito da forme di autoritarismo e reazioni il cui scopo è il consenso politico.

Si evita in questa maniera l’analisi sulle condizioni materiali e storiche che conducono a soluzioni didattiche che lasciano interdetti.

Si possono ipotizzare altre verità sul caso, che sembra più il sintomo di una patologia generale in corso che la vera malattia. Da anni la scuola è oggetto di un assedio che ha come fine la sua trasformazione in una costola del mercato. Si ripete ai docenti di tagliare i programmi e di eliminare le nozioni.

I risultati di tali scelte-imposizioni didattiche benedette dai pedagogisti di turno è il tonfo generale di alcune abilità base: la lettura e la scrittura anche nei licei sono ormai ad un livello elementare. Dinanzi ai risultati della scuola-azienda che nessuno pone in discussione, è un dogma simile all’Immacolata concezione, si continua a ripetere “più autonomia e meno nozioni, più tecnologie e meno impegno, più scuola crociera e meno lavoro disciplinare”.

Si umilia la tradizione pedagogica della scuola italiana con continui paragoni con le scuole finlandesi, statunitensi e inglesi per comunicare ai docenti che devono aggiornarsi per autoeliminare il ciarpame che recano con sé. Ancora una volta la distruzione creativa. Insomma per preparare le future generazioni al mercato bisogna renderle prive di carattere e di identità. Il globalismo anglofono dichiara che l’unica lingua vera con la quale si lavora e si fa carriera è l’inglese della “mercatura”, a cui bisogna aggiungere che le identità culturali sono giudicate un limite, perché esse impediscono adattamenti e sono foriere di tensioni. Pertanto tutto è nell’ottica del togliere.

Si tagliano i contenuti, il tempo scuola è eroso da una miriade di attività disfunzionali all’apprendimento, alla fine si ha la chiara e vera percezione che il sistema ha l’obiettivo di mortificare i docenti delle discipline umanistiche e di usare i docenti delle discipline scientifiche come veicolo degli ordini tecnocratici delle oligarchie della finanza. La scuola è umiliata e offesa, deve insegnare che l’identità è un limite da superare, affinché ci possa essere scambio tra le culture. Il multiculturalismo che il globalismo europeista-atlantista insegna è lo scambio del niente, ovvero eliminate o indebolite le culture nella loro valenza storica, etica e formativa non resta che lo scambio di prodotti, denaro e merci. Multiculturalismo del niente, in cui le culture al loro incontro devono negarsi per ritrovarsi in una tolleranza senza identità. Larvatus prodeo, si “deve avanzare mascherati verso il reciproco nichilismo dei popoli”, e in tale “niente” le diversità si incontrano e festeggiano il loro trionfo che consiste nella liberazione dal gravame di cultura, lingua e tradizioni.

Il mercato è la verità umana troppo umana che accoglie tutti e divora ogni asse valoriale. Il nuovo Leviatano è globale. In questo clima di tenebre dell’ignoranza e del nichilismo è facile cedere a pressioni e paure. Il caso trevigiano è parte di questa clima generale, non è da giudicare ma da comprendere, è il sintomo dello sfacelo generale.

Nella scuola docenti sempre più anziani e presidi impauriti sono oggetto di pressioni e richieste sempre più inaudite. L’alunno è un cliente, può cambia scuola se vuole, e se i clienti non sono soddisfatti saltano direzione e posti di lavoro, per cui al cliente si deve dire sempre il fatidico “sì”. Questa è la condizione della scuola pubblica al tempo del liberismo senza limiti e confini che l’ha cannibalizzata e ha reso tutti gli operatori scolastici figure che vivono una condizione indefinibile e difficile sempre sul punto di subire ricorsi e a volte violenza. Non bisogna giudicare ma riportare, dunque, talune scelte al contesto sociale e al tessuto economico. L’unica realtà vera e inossidabile è la pessima qualità del nostro multicultarismo, il quale è una finzione, perché chiede il generale suicidio delle culture e della cultura.

Se non si elimina la scuola azienda sarà difficile per i docenti agire per difendere e trasmettere l’umanesimo della scrittura e del pensiero, perché scuola di formazione e scuola azienda non coincidono. I docenti sono presi da contraddizioni su cui agiscono adattandosi (meno Dante e più tecnologie) o resistendo in modo spesso solitario. In questo clima di pressioni e richieste la soluzione più semplice per un docente per sopravvivere non poche volte è “cedere” o “banalizzare i contenuti”. Nel caso specifico da trattare con rispetto, perché dev’essere compreso nelle sue dinamiche particolari e generali, il giudizio dev’essere cauto, si ha ancora una volta l’occasione per capire lo sfacelo della scuola italiana e la tormentata condizione dei docenti sempre meno formatori e sempre più operatori del mercato che stringe in una mordacchia la formazione.

Ricordiamoci della grandezza eterna di Dante nella cui Divina Commedia è presente la teoria della luce tratta da Avicenna e ripensata in chiave cattolica, questo è multiculturalismo, ovvero risemantizzazione di contenuti all’interno della propria cornice identitaria che si rende profonda e si eternizza solo al contatto con le altre culture senza rinunciare alla propria. Ad uno studio attento Dante Alighieri e la cultura islamica(Averroè-Avicenna) sono in uno stato di perenne scambio, elaborazione e tensione generativa. Il passato ci dona paradigmi per decodificare il nichilismo della mercatura che ci sta divorando.

Solo una Rivoluzione culturale collettiva potrà farci uscire dalla palude-abisso in cui siamo caduti e di cui non vediamo il fondo, perché stiamo rinunciando a capire. Dobbiamo riattivare "la luce del pensiero e il coraggio della prassi pedagogica” per uscire dalle oscurità del nichilismo. Il dialogo non è rinuncia ai contenuti, ma attraversamento di spazi per ricongiungere le differenze nel tempo della parola, ma affinché ciò possa esserci è necessario un clima culturale che ponga al centro la formazione liberata dai vincoli dell’economicismo.


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