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Mario Andrigo al liceo Cottini: l’azione giudiziaria da sola non basta contro le mafie

Venerdì 19 aprile, presso l’aula magna del liceo Cottini di Torino, si è tenuto il terzo incontro del corso di formazione sulle mafie per docenti del Piemonte

di francoplat - mercoledì 24 aprile 2024 - 513 letture

L’ospite, in presenza, è Mario Andrigo, magistrato, attualmente sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Novara, in precedenza attivo a Vigevano e a Pavia. Ma è soprattutto la sua lunga esperienza in Calabria che lo porta dinanzi ai partecipanti al corso, un’esperienza di circa tredici anni, nove dei quali passati presso la direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

Il magistrato ha incontrato, conosciuto, combattuto la ‘ndrangheta, nelle sue diverse manifestazioni e, da quella esperienza, ha tratto un volume – pubblicato nel 2011 per le edizioni Nutrimenti – in collaborazione con Lele Rozza e dal titolo “Le radici della ‘ndrangheta” (attualmente fuori commercio). È lo stesso Andrigo a spiegare che quel libro è nato come strumento di divulgazione del fenomeno ‘ndranghetistico agli studenti delle tante scuole presso le quali, nel tempo, si è recato. Più che discorsi astratti o concettualmente inafferrabili per i discenti, la presentazione di alcuni “casi”, ossia vicende giudiziarie e biografie annesse, è stata la chiave utile per avvicinare i più giovani ai caratteri della consorteria criminale calabrese.

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Aula magna

Ai docenti seduti dinanzi a lui, tuttavia, l’ospite del Cottini non ha presentato un resoconto dettagliato di quell’esperienza, non è entrato nelle pieghe della mafia locale partendo dal laboratorio professionale in cui opera. Sin dall’inizio, ha precisato che avrebbe seguito un percorso non canonico, forse disattendendo determinate aspettative dei docenti, e, a mo’ di giustificazione, ha osservato che, fra le altre ragioni, non sceglieva la strada di una narrazione della ‘ndrangheta dall’osservatorio giudiziario, anche perché da molti anni ormai non si occupa di criminalità organizzata. Per la comprensione del fenomeno, ha aggiunto, è più utile individuare delle linee extragiudiziarie. Frase seguita dalla precisazione di un suo radicato e chiaro convincimento: non è possibile parlare della criminalità organizzata – mafia e altre forme più recenti di gruppi criminali – pensando che possa esserci un successo nell’azione di contrasto soltanto tramite la forza giudiziaria.

Sia chiaro, sottolinea, ci sono esempi di altissima professionalità e dedizione, ci sono professionisti di straordinario valore in ambito giudiziario, ma l’ambito della giustizia è ristretto, è necessario affrontare il fenomeno, per contrastarlo adeguatamente, attraverso un approccio più ampio; approccio che definisce “culturale”, forse più lento, ma più efficace, soprattutto perché volto a individuare le cause più che gli effetti della pervasività delle mafie. Un approccio preventivo e dal basso. Chiarisce, quindi, cosa intende con approccio culturale e, per farlo, parte dalla percezione sociale dei fenomeni criminali, la quale muta con il mutare delle forme delinquenziali. In linea di massima, osserva, un ladro di appartamenti è percepito e avvertito come una minaccia, la sua figura si carica, agli occhi della vittima e non solo, di una connotazione negativa, il suo operato è oggetto di riprovazione sociale. Non è la stessa cosa per l’associazione mafiosa. In determinati contesti, dove il fenomeno ‘ndranghetista è radicato e solido, la percezione collettiva dei clan o dei suoi singoli membri non patisce la stessa riprovazione. Anzi, si ribalta la situazione: se il ladruncolo crea un problema al cittadino, il boss, i problemi, li risolve. Il contesto sociale, per certi aspetti, è non sfavorevolmente disposto nei confronti dell’operato mafioso.

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Maria Bergadano (Agende rosse), il magistrato Mario Andrigo e Franco Plataroti

Perché? Perché, in determinati contesti, la percezione sociale della criminalità organizzata è positiva? Andrigo ammette che una risposta dettagliata e articolata richiederebbe molto tempo e competenze storiografiche di cui non dispone, ma sottolinea come la genesi storica di tale atteggiamento collettivo è lontana nel tempo, ha radici profondissime, e ha prodotto, da un lato, una cronica carenza di risorse materiali e, dall’altro, la carenza di senso dello Stato, oltre che la scarsa presenza dello Stato stesso, aspetto interrelato al primo. Con un passaggio logico istantaneo, il relatore suggerisce come tale assenza dello Stato e della sua interlocuzione con i cittadini sia stata riempita dalla risposta, per così dire, di pubblico intervento da parte delle organizzazioni mafiose.

Questa è l’ossatura della criminalità organizzata, che richiama alla memoria, detto scherzosamente, la battuta di Harvey Keitel in “Pulp fiction” di Quentin Tarantino: «sono il signor Wolf, risolvo problemi”. Per definire più analiticamente questo concetto, il relatore osserva che la ‘ndrangheta si fonda su tre pilastri fondamentali: la famiglia, l’onore, la cortesia. Ben amalgamati, sono questi i fattori che danno vita al terreno su cui fiorisce la mafia calabrese. Famiglia e onore, spiega Andrigo, vanno insieme, camminano a braccetto, per quanto quella prassi nota come faida, che è una delle spie più luminose di tale relazione, abbia conosciuto negli ultimi decenni una parziale riduzione. Resta, comunque, forte quel senso familistico e di solidarietà familiare che rende, per certi aspetti, differente il caso calabrese da quella di Cosa nostra siciliana.

E la cortesia? A detta del magistrato, resta un nucleo fortissimo delle relazioni sociali e interpersonali in terra di ‘ndrangheta. La cortesia è “merce di scambio”, afferma, ossia è quel sistema in base al quale, offerto un aiuto materiale a chi abbisogna di risorse o di supporto, finisce per diventare un debito da assolvere in futuro per sdebitarsi e, insieme, finisce per saldare intimamente la vittima e il mafioso. Porta degli esempi, il magistrato: se mio figlio ha bisogno di lavorare, se ho bisogno di aiuto per un esame clinico, insomma se mi serve un qualsiasi aiuto, l’aiuto arriva, bussa alla porta: «sono Wolf, risolvo problemi». Poi, passati sei mesi, un anno, due anni, quell’aiuto batte cassa, potresti tenermi questa borsa, potresti portare questa borsa da qua a qua?

In tal modo, ogni singolo mattone di questo rapporto di cortesia diventa parte di un muro enorme, non scalfibile dalla sola forza giudiziaria, ammesso che quest’ultima sia, da sola, in grado di scalfirlo. Anche perché, spiega Andrigo, la saldatura intima che si determina tra mafioso e debitore nel mercato di scambio fa sì che il secondo manifesti, poi, una profonda ostilità dinanzi all’intervento giudiziario. Per dar conto dell’aspetto quantitativo della reticenza dinanzi alla giustizia, il magistrato spiega che, dei circa 800 omicidi connessi alla seconda guerra di mafia calabrese – terminata negli anni Novanta – commessi nella sola Reggio Calabria, circa 300 risultano ancora a carico di ignoti; ma nei 500 processi intentati poche persone si sono costituite parte civile. Una reticenza che ha spinto la Regione Calabria e il Comune di Reggio a costituirsi loro parte civile al fine di ottenere un risarcimento per le comunità locali danneggiate dal conflitto mafioso.

Torna al punto di partenza, l’ospite del Cottini. Davanti a una mafia percepita come una risorsa, anziché come un problema, può davvero bastare da sola la risposta giudiziaria? No. È necessaria una risposta più articolata, aggiunge, ed evoca la parola “formazione”. Cultura del senso civico, cultura dello Stato, cultura della legalità. Una formazione che non può essere demandata allo sforzo del singolo, magari del singolo insegnante o del singolo dirigente scolastico o del singolo imprenditore. Dev’essere creata una rete, un articolato e integrato sistema di costruzione del cittadino, tra scuola, associazioni di volontariato, industria, professionisti. È necessario associare alla formazione una risposta in termini di risorse anche da parte dello Stato, però. A tale proposito, Andrigo osserva che la lettura della diffusione del fenomeno mafioso al Nord incardinata sull’idea che il confino sia stato all’origine di tale ramificazione, è errata. A suo giudizio, una delle ragioni è il riproporsi dei meccanismi della “cortesia” anche in Settentrione: all’imprenditore edile in crisi, il mafioso fornisce quel fido non fornito dalla banca, ma chiede in cambio che il beneficiario del fido cambi fornitore o un altro impresario che fornisce i ponteggi o i mezzi di trasporto. Ovviamente, amici degli amici. E aggiunge che, pure in questo caso, l’omertà diventa parte integrante del sistema della relazione tra vittima e cosca mafiosa.

A questo punto, il magistrato precisa quali effetti negativi possa provocare la tendenza ad appiattire il contrasto alle mafie sulla sola risposta giudiziaria. Fondamentalmente, dice, il rischio che si corre è quello della deresponsabilizzazione sociale: il giudizio connesso al processo istruito contro le mafie è un giudizio penale, mentre quello che dovrebbe emanare dalla società è un giudizio morale (non moralistico, tiene a sottolineare). Oggi e in linea di massima, puntualizza Andrigo, la società attende il giudizio della magistratura. Ma è necessario che il corpo sociale recuperi un’autonomia di giudizio che non può dipendere, per orientarsi in un senso o nell’altro, dall’esito di un processo, la cui conditio sine qua non è data dall’esistenza di prove, non da un altro tipo di valutazione. La colpevolezza o la condanna di un imputato sancita da un tribunale non può e non deve, a detta del relatore, sostituire la capacità dei cittadini di valutare l’operato del ceto politico, rimpiazzare il metro di valutazione della fiducia da accordare ai nostri amministratori o ai nostri rappresentanti parlamentari.

Per dare maggior sostegno alla propria tesi, Andrigo cita Paolo Borsellino, una lezione tenuta dal giudice nel 1989 dinanzi agli studenti dell’istituto tecnico di Bassano del Grappa. In quel frangente, Borsellino aveva osservato: «l’equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le associazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consenta di dire quest’uomo è mafioso». Ma ciò non toglie che si debbano e possano trarre altre conclusioni: quel politico non è affidabile, non è stato condannato, ma sarebbe opportuno non nascondersi dietro lo «schermo della sentenza», andare oltre, valutare l’opportunità politica e non solo di includere quell’amministratore tra i gestori della cosa pubblica.

Non a caso, il relatore cita i casi pugliesi e torinesi, oltre che quello siciliano, tutti di strettissima attualità, per spiegare quanto pertinente sia il discorso di Borsellino. L’opinione pubblica è appesa al filo della magistratura, ma, ciò facendo, accorpa indebitamente giudizio morale e giudizio penale. Anche se, chiude il magistrato prima di passare alle domande del pubblico, va detto che è difficile formarsi un’opinione (pubblica) dinanzi alle questioni giudiziarie, in virtù del corto-circuito che si crea, non di rado, tra l’informazione mediatica e il caso di cronaca giudiziaria. Laddove l’informazione è veloce e cotta e mangiata, la giustizia ha bisogno di tempi lenti, laddove la prima adotta un linguaggio semplice, che a volte banalizza, la seconda utilizza un linguaggio tecnico, estremamente complesso e settoriale. Inoltre, non sempre i magistrati dispongono di un’adatta formazione alla comunicazione. Ciò rende estremamente complessa la ricezione corretta delle peculiarità del processo, che giunge ai lettori o agli spettatori incompleto o parzialmente distorto.

Dunque, se si somma la tendenza a caricare i magistrati della responsabilità di contrastare le mafie alla difficoltà per il cittadino di appropriarsi di un’informazione corretta, diventa più comprensibile quel processo di deresponsabilizzazione che, a detta di Andrigo, andrebbe superato per consentire agli italiani un più maturo e critico atteggiamento dinanzi ai fenomeni mafiosi o, meglio, politico-mafiosi. A partire dal superamento di questa sorta di inerzia civica, è possibile costruire un processo di più diffuso e articolato contrasto alle mafie. Un contrasto che richiede lo sforzo di tutte le componenti del sistema e, forse non a caso, Andrigo cita una frase di Giovanni Falcone: «ci si dimentica che il successo delle mafie è dovuto al loro essere dei modelli vincenti per la gente. E che lo Stato non ce la farà fin quando non sarà diventato esso stesso un modello vincente». Cambiare la percezione dei modelli di potere, in sostanza.

Alcune domande chiudono, poi, l’incontro. «Cosa ne pensa del silenzio attorno a Pino Masciari e al clamore mediatico sul pentimento di Francesco “Sandokan” Schiavone?», chiede una docente e Andrigo risponde che il “mercato mediatico” ha le sue regole, che la decisione di Schiavone, se il boss camorrista riferisse fatti degli ultimi anni, aprirebbe il tema della fallacia del 41bis; «perché non viene perseguita dai magistrati e dalle forze dell’ordine l’economia illegale – domanda un docente di origini calabresi – là dove si sa che determinati esercizi commerciali sono dichiaratamente avviati con soldi sporchi?», e il magistrato risponde che il problema nasce dalla straordinaria capacità della ‘ndrangheta di occultare le prove, dalla complicità del tessuto sociale. «Cosa ne pensa dell’ultima legge sulle intercettazioni? È una buona o una cattiva legge?»: Andrigo sorride, replica tornando al mantra del pomeriggio: se si smettesse di indagare sulle mafie, dice in sostanza, la società smetterebbe di avere un’idea su di loro?

Risposta non letterale, ma porta così come la ricorda chi scrive. Replica interessante. Una provocazione intelligente, tutt’altro che banale. Per decenni, le aule di giustizia hanno processato e mandati assolti centinaia e centinaia di boss, per oltre un secolo la mafia è stata combattuta fuori dalle aule dei tribunali, nelle campagne, nelle città, da contadini, sindacalisti, uomini politici, intellettuali, giornalisti. Non ha torto Mario Andrigo quando porta la platea che si congeda da lui al centro di una questione morale, ossia la partecipazione attiva e critica alle sorti del Paese, a partire dalla matura considerazione che un cittadino è in grado di costruire su chi deve amministrare i destini individuali e collettivi.


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