La Compostela di Tony

Pamplona è la prima città che incontriamo da quando ci siamo messi in cammino. Fa uno strano effetto camminare per le vie del centro piene di gente con lo zaino e sporchi di fango fin su le ginocchia...

di Antonio Cavallaro - lunedì 19 luglio 2004 - 7102 letture

Pamplona

Ben prima che la luce si accenda qualcuno comincia a muoversi, servendosi di lampadine tascabili fanno la spola verso i bagni. Alle 6 vengono accesi i neon che cominciano ad illuminare sempre più lo stanzone. Ne segue una silenziosa ma frenetica preparazione. Fuori piove, vengono tirate fuori dagli zaini mantelle e pantaloni da pioggia. Noi abbiamo solo le mantelle e ci accorgiamo subito che nel nostro equipaggiamento mancano almeno delle galoscie contro il fango. Sotto la pioggia a quest’ora del mattino ci sono solo pellegrini, che si ritrovano tutti al primo bar per fare colazione. C’è chi ne approfitta per fare qualcosa contro la pioggia. E’ il caso di Mattias e Martin, due ragazzi tedeschi conosciuti ieri, mi chiedono come si dice in spagnolo: "sacchetto della spazzatura", ne vogliono chiedere due al proprietario del bar per utilizzarli (non avendo neanche loro i pantaloni impermeabili) per ripararsi dalla pioggia. Alessandro guarda in maniera interessata alla gonna di plastica che i tedeschi si stanno realizzando. Il suo problema, il nostro problema sono le gambe. Le mantelle coprizaino, pur essendo lunghe, non riparano le gambe dall’acqua, anzi contribuiscono a bagnarle di più, facilitando il defluire dell’acqua che dalla testa, le spalle, il petto arriva direttamente sulle ginocchia. Alessandro sta tramando qualcosa.

Il tragitto per Larrasoana, la meta di oggi, passa tutto attraverso dei boschi, sono i boschi dell’Alto de Mezkiritz e dell’Alto de Erro, per lunghi tratti il percorso discende anche i letti di piccoli torrenti. La pioggia, neanche a dirlo, non ci rende certamente le cose più facili; inoltre ci costringe a tenere la testa bassa e gli occhi sul terreno, privandoci della possibilità di godere di un paesaggio bello e rigoglioso come non ho mai visto.

Qui siamo in territorio basco, un londinese, John il suo nome, mi spiega che nell’alfabeto basco ci sono 33 lettere e mi parla di quanto gli piaccia la Spagna e in particolare questa zona. Mi parla del suo lavoro alla city di Londra, dello strano periodo che viviamo e di tante altre cose che non riesco a capire. Io gli dico che quello che stiamo facendo tutti noi è molto bello e al tempo stesso importante (nel nostro piccolo) per quanto riguarda il significato di unità dei popoli, ma anche che c’è qualcosa che non riesco ancora bene ad afferrare, un sapore vagamente ironico e grottesco in questo pellegrinaggio verso un luogo intitolato ad un Santo conosciuto come "l’ammazza arabi", dato (come lo chiama lui) lo strano periodo internazionale. "Yes", è l’unica cosa che mi dice al riguardo.

Ogni tanto il percorso passa per dei piccoli paesini, lasciando la boscaglia. Sarà la pioggia, ma questi paesi fatti di strade in pietra e di case basse sembrano serbare la vita solo in prossimità dei bar. A parte qualche cane e delle macchine, per strada nelle case non c’è niente, sembra che non ci sia nessuno. In un paese ci infiliamo sotto la tettoia di quello che sembra essere un campo da gioco di pelota basca. Ci rifocilliamo e ci asciughiamo un po’. Alessandro ha ottimizzato i suoi silenzi arrivando all’idea di ripararsi le ginocchia infilandosi su per le gambe due buste di plastica tagliandole sotto. E’ un po’ ridicolo, ma non è male come idea, tra l’altro la mia professionale mantella coprizaino ha gia iniziato a lacerarsi davanti, aprendomi un squarcio lungo il petto. Siamo stanchi, ma è un altro tipo di stanchezza. Se ieri le salite ci avevano tagliato il fiato, oggi seppur in discesa, il fango e la pioggia ci appesantiscono tutti i movimenti ed in più ci siamo resi conto che non riusciamo a muovere bene gli arti superiori: abbiamo addosso così tanta pioggia che non riusciamo ad alzare braccia e spalle!

La pioggia ci accompagna fino al giorno successivo quando arriviamo a Pamplona, il cui ingresso è costituito dal ponte medievale dedicato alla Maddalena. Pamplona è la prima città che incontriamo da quando ci siamo messi in cammino. Fa uno strano effetto camminare per le vie del centro piene di gente con lo zaino e sporchi di fango fin su le ginocchia. Ma chi abita le città ed i paesi che si trovano lungo la strada del Cammino è da sempre abituata a vedere i pellegrini passare non facendoci caso più di tanto. Così quelli che si sentono a disagio siamo solo noi, ma è un disagio che dura poco. La conchiglia appesa su lo zaino che sancisce il nostro status, l’indifferenza mostrataci dagli abitanti, ci aiuta a toglierci da ogni imbarazzo venendo così solo sfiorati da questa "normalità". Pamplona è la capitale della Navarra, è una città ricca di storia e di fascino, è la città di S. Firmino e della corsa dei tori che tanto affascinò Ernest Hemingway a cui è dedicato un monumento proprio nella plaza de toros. Siamo arrivati presto all’albergue e questo ci da la possibilità di fare un giro che ci rivela oltre agli aspetti tipici, qualche contraddizioni dell’odierna Spagna. Fra le tante chiese romaniche e gotiche del centro cittadino si ci può imbattere in un sexy-shop al cui interno fra falli di spugna e pecore gonfiabili trovo in vendita un "Cuore di Gesù" di un rosso acceso. Nei muri e nelle vetrine dei negozi campeggiano diversi manifesti per la legalizzazione delle droghe leggere. Il nostro amico "de Sivilla" Luis, ci dice che l’uso di hascish e Marijuana è molto diffuso in Spagna e non sono pochi i locali in cui ti puoi fare con discrezione ma tranquillamente uno spinello. Tra l’altro una cosa che ci sorprende molto è il fatto che se non proprio spinelli, in Spagna si può comunque fumare dappertutto: in aeroporto, al ristorante, nei bar.

Ormai è sera, è prima che scocchino le fatidiche 22: 30, orario di chiusura del nostro albergue, decidiamo di andare a cena. Per i pellegrini, a Pamplona ed in tutti gli altri luoghi lungo il Cammino, molti ristoranti hanno dei menù speciali. Comprensivi di un primo, un secondo e di un dolce a scelta più vino o acqua, i prezzi oscillano tra i 6 e i 10 euro, spesso di qualità davvero ottima; e anche se per risparmiare, o per praticità, a volte preferiamo fare la spesa nei supermercati, cenare con i menù del dia si rivela la soluzione migliore.

La Compostela di Tony

E’ il fango l’elemento comune dei due giorni successivi, malgrado ormai le nuvole siano lontane, il terreno brullo rimane pesante e scivoloso. Sulla salita che porta all’Alto del Perdon, il fango si attacca agli scarponi costringendoci a movimenti irregolari e pericolosi quando scalciamo l’aria per staccarcelo di dosso. In alcuni tratti la terra è così bagnata che ci scivoliamo dentro quando ci fermiamo qualche secondo per tirare fiato o per provare a capire quale sia il percorso meno impervio. L’Alto del Perdon è dominato da una lunga fila di mulini eolici, man mano che ci si avvicina il rumore prodotto dalle loro eliche, la loro mole, danno l’impressione di crearlo e non sfruttarlo il fortissimo vento che soffia ogni giorno su questo versante. In cima voltandosi indietro si può vedere il percorso fin lì compiuto. Il vento è fortissimo e avvicinandosi alle stilizzate figure del monumento al pellegrino poste sopra il pendio, si ha la sensazione di volare sulle fatiche passate. Per quanto gia lo sapessi mi lascia davvero impressionato il cambiamento che si ha quando scendiamo sull’altro versante. Il fortissimo vento che in cima ci costringeva ad aggrapparci nella paura di cadere di sotto, è sparito. L’aria è tersa, sento il cinguettare degli uccelli, il rumore prodotto dai mulini scema sempre più man mano che discendiamo quello che un tempo doveva essere il letto di un fiume. La vegetazione si infittisce, il fango viene dimenticato, sepolto sotto i prati verdi di queste vallate rigogliose che ora si aprono davanti a noi. Il primo paese che incontriamo è Uterga, lungo la dritta via che taglia il paese non incontriamo nessuno, salvo un gruppo di operai intenti a costruire delle case. Per chi mi chiedo, dato che in giro non c’è nessuno. In queste zone i paesi sembrano svuotarsi prima del nostro arrivo. I vasi di fiori, i panni stesi sono segni di una vita che noi però riusciamo solo a percepire, come se gli abitanti scappassero o si nascondessero alla vista dei pellegrini. Al centro del paese troviamo una fontana con una vasca: "da pamplona a puente, en uterga la mejor fuente", decidiamo di farci un pediluvio. Luigi che avverte un forte dolore al piede destro e crede che sia imputabile alla scarpa troppo stretta, convince me ed Alessandro con un discorso che pare più una formula matematica, per cui: la bassa temperatura dell’acqua unita alla spinta di risalita dell’acqua stessa, generata dalla velocità da cui sgorga, produce sui nostri piedi contriti dalla fatica un’accelerazione del sangue ripristinando la giusta circolazione. Mentre ci asciughiamo è qui che incontriamo Maurizio. Con un inconfondibile accento veneto mi chiede in spagnolo dove siamo. E’ il primo italiano che incontriamo o almeno il primo con cui fraternizziamo. Partito da Pamplona si è messo in cammino senza neanche una guida. A Mestre è un impiegato pubblico, qui (come dice lui e siamo tutti d’accordo) è solo un povero pazzo come gli altri. Ha sentito parlare del Cammino di Santiago anni fa e vista la possibilità di un mese di ferie, lui amante delle escursione, ha subito colto a volo l’occasione, ma dice che non se lo aspettava così duro e medita anche lui di spedire qualcosa a casa (ha addirittura un rasoio elettrico!!) che non sarà certo il suo bastone, giunto con lui dall’Italia. Facciamo strada assieme per tutta la giornata. Come se non bastasse la strada fatta o la fatica accumulata decidiamo di compiere una deviazione di due chilometri per visitare la basilica di "Nuestra Senora de Eunate", costruita dai Templari sul modello della Basilica di Gerusalemme; ma la verità è che ce la stiamo godendo!

La meta di questa giornata è una tappa importante del Cammino: Puente la Reina. Qui si ricongiungono i cammini verso Santiago, quello navarro da noi percorso e quello aragonese che giunge dal passo pirenaico del Somport, divenendo uno solo ("il cammino francese"). Questo paese è il perfetto esempio di borgo nato a causa del Cammino. Un’unica e rettilinea via (calle Mayor) accompagna il pellegrino dall’entrata fino all’uscita del paese attraverso lo splendido ponte romanico, fatto costruire dalla regina Munia nel XI secolo per facilitare il transito dei pellegrini sul rio Arga e a cui il paese deve il nome. Arrivati in albergue approfittiamo del sole ancora alto per fare il bucato, in camera siamo in cinque divisi in letti a castello. Maurizio si stende sul letto e si addormenta subito. Con noi quattro c’è Tony, un lussemburghese (è la prima volta che ne incontro uno. Io credevo che vivessero in giacca e cravatta all’interno di banche in una società strutturata in maniera gerarchica!). Purtroppo la nostra biancheria non si asciuga completamente e siamo costretti a tendere dei fili fra i letti per stenderla. L’albergue è dotato di cucina, per una sera preferiamo prepararci da noi la cena, facciamo la spesa e ci concediamo una santa spaghettata, suscitando la mal celata invidia degli altri pellegrini.
- Certo…certo, italiani pasta!
- Si, si... pizza, mandolino e mafia! Tu che cosa stai mangiando, francese, dopo i 30 chilometri di oggi?
- Patate con latte. Non gli rispondiamo. Ridiamo soltanto.

Stiamo con gli altri fino a quando un riposato Maurizio ci raggiunge e decidiamo di andare a prendere una birra. Passiamo la serata a parlare del chi siamo e del cosa facciamo; del cosa abbiamo fatto e del cosa avremmo voluto fare; dell’Italia: del cosa doveva essere e del cosa invece è stato. Con Maurizio leghiamo bene, la sua, è una compagnia piacevole, non è un personaggio del tutto ordinario così come non lo deve esser stato il suo passato. Quella sera andiamo a dormire in una stanza piena d’umidità a causa dei panni stesi, con il russare assordante del nostro compagno di stanza lussemburghese. L’indomani Luigi, oltre ad un raffreddore come tutti gli altri, accusa anche un forte dolore sopra il tallone destro. Sente la scarpa stretta e questo lo fa zoppicare. Pensa seriamente di acquistarne un altro paio benché glielo sconsigli, in quanto è necessario un po’ di tempo prima che un paio di scarpe da trekking si ammorbidiscano. Tempo che non ha, e ne può permettersi il rischio di procurarsi altre ferite con delle nuove scarpe, che sarebbero rigide. Allo stesso modo, però, non è certo un problema che si può ignorare per chi deve fare in media 30 chilometri al giorno. Mentre siamo lì, davanti l’albergue, alle prime ore del mattino, a perderci in ipotesi e congetture interviene nella discussione Tony. Ha in mano qualcosa che assomiglia a del polistirolo morbido, gommoso quasi. Propone a Luigi di metterlo dentro le calze in corrispondenza dei punti dolenti, in modo di dare sollievo al piede. Luigi prova e pare funzionare almeno per ora. Tony è un tipo davvero singolare, è in viaggio dal suo paese da gennaio, vuole arrivare a Santiago nel 2005 e a noi che gli facciamo notare che la cosa potrebbe esser realizzata molto prima, ci risponde che il tempo per lui non è un problema. Passerà a trovare degli amici che ha qui in Spagna; dopo Santiago si metterà in viaggio, sempre a piedi, verso Fatima in Portogallo e poi tornerà indietro. Ha un sito internet (www.composteladetony.com) nel quale di tanto in tanto fa il rendiconto del suo pellegrinaggio e pubblica delle foto. Ne facciamo una tutti assieme sul ponte all’uscita del paese. Prima di andarsene tira fuori la sua Credencial e chiede a Luigi di scrivere qualcosa riguardante l’aiuto fornitogli, in modo da poterlo mostrare a Santiago quando ritirerà la Compostela.


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