Taxi Driver 2: you talkin’ to me?

Cosa vive dentro gli abitanti di questi luoghi costretti a credere per giustificare il loro posto sulla terra, cosa sopravvive della volontà divina? Dove dimora la fede che tutti dicono di avere, che la nebbia ammanti anch’essa e la sottragga alla vista o è costretta a poter brillare solo nel riflesso degli orologi d’oro, delle collane, stagliandosi nel grigio come un adesivo su una porta.
di Antonio Cavallaro - giovedì 6 gennaio 2005 - 4675 letture

Naturalmente per tutti l’esperienza appena vissuta era stata intensa, indistintamente, per tutti la salita a o’Cebreiro era stata qualcosa di unico, qualcosa che di comune e imprescindibile aveva solo, nel racconto di tutti, il comparativo di maggioranza. Così se per Luigi era stata la più intensa, per Martin era stata la più straordinaria mentre per Ute la più emozionante e per Ace, beh, per Ace la tappa di Cebreiro era sempre la più bella.

L’albergue municipale di Cebreiro è suddiviso in enormi camerate capaci di contenere ognuna, almeno una cinquantina di pellegrini, che trovano posto nella pletora di letti a castello messi ovunque ci sia dello spazio bastante. Dentro la camera è un continuo via vai di persone in calzini e mutande che dal letto, si muovono in direzione dei bagni o in direzione dei propri indumenti per poi correre a rintanarsi nel proprio buco come insetti. In ogni camerata ci sono 5/6 caloriferi e sono letteralmente presi d’assalto dai pellegrini che poggiano sopra o infilano tra i sifoni i propri indumenti bagnati. Quelli che sono arrivati prima degli altri hanno piazzato le scarpe sotto il calorifero per asciugarne almeno la parte esterna. Sulle pareti fra i letti a castello, ci sono delle piastre elettriche, non tutte sono funzionanti ma tutte portano i segni della ruggine, neanche loro sono risparmiate e vengono seppellite da biancheria madida di pioggia. Ogni tanto si diffonde odore di bruciato, ne segue sempre una voce che cresce di tono o il suono di un rapido movimento, qualcuno ha fatto qualcosa, qualche parola e poi una risata. Maglioni, giubbotti, pantaloni sono stesi ovunque si possa, se gli appendi abiti vengono subito cooptati lo stesso accade con chiodi nei muri o con le piediere dei letti, fili si tendono fra un castello e l’altro, qualcuno trova la sua intimità dietro quella barriera di umidità almeno fino a quando non ritorna un motivo che lo riporta ad alimentare quel gioco di formiche impazzite.

Nei bagni ci sono due cessi: uno funziona l’altro no, uno e sporco l’altro pure; i rubinetti dei lavandini lasciano scendere solo un filo d’acqua, ed è fredda. I piatti delle docce hanno lo stesso colore marrone del pavimento, su cui, il terriccio portato dentro dagli scarponi mischiata a l’acqua caduta a terra, ha creato uno strato di fango. Mi torna in mente quanto dettomi da una pellegrina a Puente de la Reina: "… non puoi lamentarti ora degli albergues, perché quando arriverai in Galizia li rimpiangerai!" C’era gia molta gente quando siamo arrivati, abbiamo trovato posto proprio all’inizio della camerata, dei letti accanto alla porta, la cui continua apertura e chiusura non fa altro che gettarci contro il freddo del corridoio. Accanto al castello mio e di Ale ce n’è un altro, è "abitato" da un tedesco, il fatto che si trovi dietro ad un pilastro lo nasconde agli sguardi più superficiali, conservando il posto vuoto proprio per Luigi che arriva nel pomeriggio. "Da quando siamo in viaggio quella di oggi è stata per me l’esperienza più intensa", Luigi continua a ripetere questo concetto quando gli chiedo come è andata mentre lo accompagno fuori, a mangiare qualcosa. Mi racconta che lungo il percorso ha trovato una sorta di capanna dove aveva pensato di chiedere rifugio giusto il tempo di una sigaretta, ma proprio quando stava per entrare è uscito un uomo alto più di due metri che scalzo, si è messo a pisciare davanti all’uscio, questo gesto lo ha spiazzato, la sigaretta l’ha poi fumata al riparo sotto i folti rami di una quercia.

La pioggia infoiata dal vento sbatte contro la cabina telefonica che si trova appena fuori l’albergue sola su uno spiazzo nella nebbia, sbatte contro le pareti, sbatte contro le finestre, sbatte contro di noi. Il vento muovendo la nebbia dà origine ad un gioco ambiguo con Cebreiro, che ci viene celato o svelato ad ogni folata. Quando si rivelano, le case e le strade hanno lo stesso colore grigio: pallozas vengono chiamate le case con i muri in pietra e i tetti di paglia. In tutto questo grigio gli unici colori che riescono ad inserirsi e farsi notare sono il blu, l’oro o quant’altro di adesivi che appiccicati sulle porte indicano che sono ben accette le carte di credito, qui, ormai sono ben poche le abitazioni vere e proprie, la maggior parte delle pallozas sono state riconvertite, chi più chi meno, in locande ove è possibile mangiare e trovare sistemazione per la notte.

Passiamo davanti alla chiesa di Santa Maria La Real le cui campane venivano fatte suonare nella stagione invernale per orientare i pellegrini avvolti dalla nebbia e che conserva il "Caliz de Milagro", che nel 1300 - narra la leggenda - trasformò il vino in sangue e l’ostia in pane. Ritenuto miracoloso e oggetto di venerazione, il calice è rimasto e rimarrà a o’Cebreiro ad intercessione di quello che viene ritenuto un segno divino. Si racconta che nel 1488, Isabella la Cattolica di ritorno da un pellegrinaggio volle portare con se il calice, ma il rifiuto dei cavalli della carrozza di lasciare Cebreiro venne interpretato come un atto della volontà divina ed è per questo che il calice del miracolo dimora ancora all’interno di questa piccola chiesa celata dalla nebbia. Per le strade e nelle locande si ripete quel gioco di insetti, turisti ordinari e pellegrini che si mischiano agli abitanti e ai cani, che abbaiano contro e si allontanano con fare sicuro diretti dove loro solo sanno. Un sottofondo di gaita si diffonde continuo e assurdo ovunque per tutto il paese, si propaga nella nebbia e quando giunge nei pressi delle locande si mesce al suono di altri strumenti e al canto gallego. Anche nel posto dove ci fermiamo si suona e si canta e camerieri ingioiellati corrono a riempire di piatti i tavoli dei clienti, un enorme ed unico ambiente dove tutto è in legno e sopra il legno risuonano voci e le voci raccontano storie: nel canto sopra il palco tra le note musicali, sopra il bancone tra le chiacchiere del cliente e il ruffiano sorriso del venditore, sopra i tavoli nello spazio lasciato dai bicchieri prima d’incontrarsi nei brindisi. Arrivati fin qui c’è voglia di raccontarla la storia di oggi, e chi come me non ne ha o ne ha una cattiva, prova solo una gran pena.

La porta della locanda confina fuori la nebbia e il grigio, lascia passare il freddo e porta dentro compagni di viaggio. Con Ute ci conosciamo da più di 400 chilometri e ormai possiamo considerarci vecchi amici, Ace è spagnolo e proviene dalla Cantabria, l’abbiamo conosciuto per strada come tutte le cose che accadono nel Cammino. Guardarci di sottecchi, specie in presenza di donne è il prezzo che senza accorgercene rendiamo al nostro essere "latini". Si è gia chiesto un paio di volte chi siano questi tre siciliani, misura il suo comportamento a quello nostro ma avevo anche capito che saremmo diventati amici. Il saluto è fatto di mezzi abbracci, sorrisi e mani strette, non c’è bisogno neanche di chiederlo, ognuno inizia a raccontare come andata, ognuno di loro. "Pioggia" fa Ute. << Il rumore della pioggia, mentre salivo sentire il rumore della pioggia, il suono dei passi, dei passi nel fango, è stata l’esperienza più emozionante. Sentire le macchine ma non vederle mentre ti passano accanto, e quando non ne passano, sentire il silenzio rotto solo dalla pioggia, mentre hai lo sguardo sulla strada percepire l’ambiente che hai intorno, in tutta quella solitudine…>>. Luigi ed Ace sanno di cosa sta parlando e ormai dopo tutti questi giorni in strada dovrei saperlo anch’io, ma non annuisco come loro. A parole e gesti ripercorrono tutta la tappa sovrapponendo le loro impressioni, di tanto in tanto nella mia zuppa un pezzo di verdura sentendoli parlare, immagina di percorrere la loro strada. Poi Ute mi chiede dov’è Ale e come è andata, e a quel punto il pezzo di verdura non immagina più niente, rimane fermo non più sospinto dal cucchiaio che anzi comincia a girargli intorno, ogni tanto lo prende e lo solleva ma poi torna a riaffogarlo nel brodo. Racconto tutto, abbasso gli occhi e racconto che Ale non c’è perché sta male, perché stamattina ci siamo sentiti male e non potevamo muoverci, che abbiamo dovuto prendere un taxi ma vedendo gli altri pellegrini, pur stando male ci siamo fatti lasciare a La Faba e ci siamo fatti gli ultimi sei chilometri di salita. Ripeto quest’ultima parte, pateticamente. Per quanto le loro espressioni siano di conforto e la loro faccia sottintenda comprensione, vorrei proferirmi ancora in scuse e convincimenti ma non ne posso più, sono stanco e poi penso che non potranno mai giudicarmi peggio di come non lo faccia io stesso: abbasso gli occhi e torno alla zuppa.

Il pranzo finisce, Ute saluta e se ne và. Restiamo noi tre maschietti a consumare sigarette e parole, e se le prime costano poco per farle terminare, per le seconde quando non ci sono più nuove chiacchiere, si riprendono quelle vecchie. Ace torna alla mia serata di ieri e mi domanda se mi sono divertito dopotutto. Gli rispondo di si… "e allora…", fa lui allargando le braccia e ridendo. Poi comincia a racconta del suo primo Cammino di Santiago e di come sia rimasto quattro giorni a Pamplona a imboracciarsi, stare male e andare dietro ad una pellegrina, "il Camino è anche questo... tutto quanto fa il Camino, non è una competizione". Racconta anche di come proprio qui a Cebreiro, il suo Camino avesse preso una svolta con l’incontro di tre musicisti galleghi - con strumenti al seguito - uno più pazzo dell’altro con cui fece amicizia e i chilometri restanti, improvvisando ogni sera una festa e a Santiago quella più grande di tutti. "Da qui - continua Ace - il Camino è tutta un’altra cosa!" Noi gli rispondiamo con ironia che ce ne siamo accorti, ad esempio abbiamo visto che c’è sempre più gente, che muovendosi a piedi o in auto riempie gli albergue, tutto paradossalmente si fa più difficile. "Si si per questo è molto peggio" dice Ace, "la maggior parte della gente comincia a camminare da qui in poi, fino al limite dei cento chilometri sarà sempre peggio, molti fanno solo brevi tragitti e poi vanno in coche…si, da ora si può dire che il Camino diventa una gara sportiva. Ci sono sempre più pellegrini e sempre più le città e i rifugi diventa piccoli!".

Poi anche le chiacchiere finiscono una volta per tutte, Ace saluta e se ne và. Resto io e Luigi, che consuma il suo desiderio di dolce, intorno si reitera sempre lo stesso rito, gli astanti brindono, bevono, mangiano e raccontano oggi. Poi da fuori, improvvisa, una gran agitazione: qualcuno sbraita, qualcuno urla, qualcuno ride. La musica si interrompe, molti si affacciano alla porta, gli abitanti del paese mischiati a turisti e pellegrini si scambiano gesti, commenti, appaiono divertiti. Un ubriaco si trascina nel locale, lo spettacolo si è trasferito dentro, non c’è più motivo di restare in piedi, tutti quelli che erano alla porta tornano a sedersi. I musicisti riprendono a suonare e l’ubriaco si mette a dirigere la banda con un coltello per bacchetta. Barcolla tenendo le gambe allargate, e anche le braccia si allargano in concitati gesti rivolti ai musicisti, proprio come un direttore d’orchestra. Al ripetersi di un punto preciso del brano urla delle parole come fosse un ritornello, i clienti del locale divenuti pubblico gradiscono e ridono: "Santiago ti ho in gloria, ma a me?". Ormai lanciato, la musica finisce per fare da sottofondo ad un suo monologo senza un senso, urlato, io non capisco se urli la sua rabbia o urli il suo dolore: racconta di come non abbia niente, di come si senta niente e quanto odi questo posto; tutti intorno a lui ridono, lo fanno anche i musicisti che per un istante smettono di suonare e lo fanno i camerieri che hanno smesso di correre per i tavoli. Si zittisce qualche istante poi riprende, il pubblico dimostra ancora di gradire anche se comincia a prestargli sempre meno attenzione, tornando ai brindisi e ai propri racconti, i camerieri riprendono ad andare mentre i musicisti hanno deciso di prendersi una pausa. Lui comincia ad urlare, cercando di comandare l’attenzione, cercando di comandare le risate, ma non ce la fa e si stanca presto, provato respira con affanno, gambe allargate coltello stretto nel pugno, ormai perdente finisce per abbassare il capo e borbottare, solo davanti al palco vuoto.

Decidiamo di andarcene e mentre Luigi va a pagare io mi dirigo verso la porta passando davanti all’ubriaco che si volta di scatto. Rabbioso prende ad offendermi ed insultarmi, io faccio finta di non capire, faccio lo "straniero". Non riesco a guardarlo completamente in faccia o nei suoi occhi piccoli che riesco solo a intravedere, lo sguardo continua a scendere alla mano destra che trattiene il coltello. Lui la alza quella mano agitando il polso, la lama scuote l’aria mentre non smette di insultarmi. Una voce femminile subito lo richiama, lo sgrida e lo zittisce. Io mi dirigo verso la porta senza mai dargli completamente le spalle, continuo a guardarlo, lo fisso mentre rimane fermo sulle sue gambe allargate, la mano levata chiusa in pugno sul coltello.

"Bastardo qui devi restare come ci resto io". Queste erano le parole che si erano arrampicate nell’ubriaco venendo fuori dalla bocca nera e fetida dove il mio sguardo si era soffermato per un istante. Ed ora fuori, perso nella nebbia, col pensiero tornavo a quel buco nero insinuandomi sempre più dentro quella bocca, fino a sentirmi scivolare per la gola. Cosa vive dentro gli abitanti di questi luoghi - pensavo - costretti a credere per giustificare il loro posto sulla terra, cosa sopravvive della volontà divina? Dove dimora la fede che tutti dicono di avere, che la nebbia ammanti anch’essa e la sottragga alla vista o è costretta a poter brillare solo nel riflesso degli orologi d’oro, delle collane, stagliandosi nel grigio come un adesivo su una porta. Come ci vedono gli abitanti di questi luoghi? Cosa vedono loro nel Cammino? Le domande tornano per ripetersi, anche loro hanno fatto centinaia di chilometri ma tutte le risposte sono chiuse in altre domande. "Santiago ti ho in gloria ma a me?" Il cameriere che con tutta la sua famiglia vive della locanda, con semplicità e sorriso porta al tavolo piatti che non ordini: "assaggio" dice lui con la sua bocca, per poi schiaffarli in conto ai suoi prezzi esorbitanti, lui vede in noi un’altra possibilità: per ognuno che se ne andrà un altro si siederà alla sua tavola imbandita, insieme, anche se non se lo dicono renderanno grazia al Cammino. Forse era proprio di questo che voleva parlarmi la bocca nera. Forse la bocca nera parlava di chi non può rendere grazia, di chi magari immagina nella nebbia di queste montagne i confini di una prigione e in noi che arriviamo e poi andiamo via, quella possibilità, la rappresentazione di quella possibilità negata che è in loro e gli cova dentro: "Bastardo qui devi restare come ci resto io", più ritornano queste rabbiose parole, più nel mio orecchio assumono il suono del privilegio - che grande fortuna potersene andare ogni giorno portandosi dietro tutto ciò che serve - , lasciandosi dietro solo un altro desiderio appagato o l’idea di esso. Chissà se la bocca nera ha mai pensato che come il calice del miracolo che la volontà divina ha trattenuto, non sia stata un’altra, un’altra volontà, ad imporgli la vita che gli ha impedito di vivere.

E’ notte e sono raccolto tutto dentro il saccopelo portando braccia e gambe vicino all’addome in modo da trattenere il calore. Malgrado le finestre chiuse, i caloriferi, malgrado la coperta, il freddo riesce a passare filtrando dalla chiusura lampo che cede sempre tanto di quel po’ da non farmi sentire come chiuso in una bara, e mi costringe a farmi sempre più piccolo sempre più piccolo, fino a sparire. Domani non mi troveranno sotto le coperte e quando guarderanno dentro il saccopelo non vedranno nulla…. dal buio della camerata si affacciano i continui cigolii delle reti, lo stridere del nylon con la lana delle coperte; costretti a non potersi muovere gli insetti si agitano nei loro letti, anche Alessandro, lo sento agitarsi sotto di me. Oggi quando gli ho raccontato di aver detto tutto ad Ute, gli è scappato un "noooooooo" che seppur divertito nascondeva una punta di rammarico dentro ognuna di quelle "o" che trascinava con la bocca mentre si allargava in un sorriso. Così quando mi ha chiesto come avesse reagito, ho risposto con una battuta: "beh… aveva quella faccia che hanno i tedeschi con noi italiani dopo l’otto settembre." Abbiamo riso ma la voce si è gia diffusa, stasera quando ho incontrato i ragazzi tedeschi, Mattias ha mimato il gesto di due mani che guidano uno sterzo ed ora tutti mi chiamano taxi driver. A cena siamo tornati nella stessa locanda, quella dei camerieri ruffiani e ingioiellati, quella dei brindisi e dell’ubriaco. Per quanto abbiam potuto ci siamo difesi dall’assalto dei camerieri che cercavano di far scivolare di soppiatto piatti colmi al nostro tavolo, scendendo poi, tutte e due le parti, a compromessi al momento del conto. Fuori faceva sempre freddo e pioveva. Tornati in albergues ci siamo riparati sotto una tettoia, fumando una ultima sigaretta guardavamo la pioggia cadere su un terreno di fronte al rifugio, abbiamo aspettato che succedesse qualcosa, ma non è successo niente. Ora attendo che in qualche modo questa giornata finisca.


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