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Insegnare le mafie a scuola: corso per docenti al Liceo Cottini di Torino

In cantiere, vi è ancora una collaborazione con l’Università di Torino, in particolare con Rocco Sciarrone e il suo LARCO, il laboratorio di analisi e di ricerca sulla criminalità organizzata

di francoplat - mercoledì 28 dicembre 2022 - 2238 letture

Inaugurato lo scorso anno scolastico, presso il Liceo artistico statale torinese “Renato Cottini”, il corso di formazione per insegnanti del Piemonte sulle mafie verrà replicato nel corso del presente anno. L’iniziativa rientra in un progetto più ampio di sensibilizzazione scolastica sul fenomeno delle organizzazioni mafiose nel nostro Paese e interessa sia i docenti sia i discenti. Insieme ad altri istituti regionali, il liceo Cottini ha, infatti, avviato un percorso di approfondimento su tali tematiche che risultano, di fatto, assenti dalla manualistica scolastica, se non per qualche occasionale contenuto all’interno di box estemporanei, e, più in generale, da un’analisi robusta che collochi l’intera storia unitaria in un quadro dal quale le mafie non siano espunte come un fatto epidermico e occasionale, episodico e irrilevante ai fini della comprensione dei principali fatti politici, sociali, economici e culturali della nazione.

Già qualche anno fa, uno studioso ben addentro alla questione, Isaia Sales, premetteva alla sua “Storia dell’Italia mafiosa” (Rubbettino, 2015) una riflessione priva di equivoci: «non si fa storia d’Italia e del Mezzogiorno se al suo interno non si colloca anche la storia della criminalità mafiosa che ne ha accompagnato alcune delle fasi più importanti e alcune altre le ha determinate e condizionate fino alla contemporaneità». Non solo: in quelle stesse righe, lo storiografo campano precisava da quale fonte le onorate società avessero attinto, per così dire, il loro elisir di lunga vita: «la storia d’Italia si caratterizza anche per la lunga e incredibile persistenza di questa particolare forma di criminalità e per il suo intrecciarsi con parte delle classi dirigenti della nazione». Se in questa citazione il legame tra vitalità del fenomeno mafioso e il paese legale, le classi dirigenti, appare implicito, più oltre il professor Sales scioglie ogni dubbio: «la storia delle mafie è innanzitutto e soprattutto storia di relazioni con le mafie (…) Senza queste relazioni, senza questi rapporti le mafie non sarebbero tali, non sarebbero durate tanto a lungo, non peserebbero come un macigno sul passato, suo presente e sul futuro dell’intera nazione».

Se si presta fede al ragionamento di Sales, come sarebbe opportuno fare, un qualche imbarazzo si può ingenerare nell’insegnante che decida di affrontare con i propri studenti la vicenda plurisecolare di Cosa nostra o della ‘ndrangheta o della camorra. Così come attualmente sono organizzate le ricostruzioni manualistiche di storia dell’Ottocento e del Novecento, sarebbe facile per uno studente guardare in modo interrogativo il docente, magari chiedendogli con gli occhi: «scusi, ma perché ci tiene così tanto a questo argomento, se non ce n’è traccia sul libro?» E il docente si troverebbe nella scomoda posizione di argomentare la propria scelta contro sé stesso, contro il sé stesso che incarna lo Stato nella sua funzione pubblica di insegnante e contro una certa cultura pubblica che si ostina a ostracizzare la questione mafiosa dalla storia nostrana. Si legge negli stessi occhi del ceto insegnante, a volte, una sorta di fastidio trattenuto, una specie di sommovimento interno di disappunto davanti a chi vorrebbe ancora propinare le mafie come argomento corrente. Sì, va bene, le mafie, ma ancora?

Come se quello delle consorterie criminali potesse essere considerato alla stregua di un fattore etnico o folcloristico, una vicenda lontana nel tempo e nello spazio da Torino, un episodio delittuoso, ma circoscritto, un prodotto del “sicilianismo”, la cultura dell’onore o di una forza analfabeta e priva di ragione. Un episodio localistico, insomma, eventualmente da suggerire accanto al recupero dei dialetti a scuola.

Eppure, se il nostro professore volesse, se davvero volesse argomentare la propria scelta, non faticherebbe a precisare a quello scettico, o forse solo guardingo, discente che una lunga catena di episodi storici testimoniano che la vicenda mafiosa è indissolubilmente intrecciata a quella del ceto politico. Per far ciò potrebbe aprire lo stesso volume di Sales e leggere, magari con enfasi trattenuta, la litania di vicende, di ieri e di oggi, con le quali l’autore prova a convincere il lettore come sia incredibile vedere ancora ignorato, sul piano storiografico, il peso di quei rapporti. Si pensi, fra gli altri, ai presidenti del Consiglio, dal 1861 a oggi, chiamati in causa per i loro rapporti con le mafie, tanto che Vittorio Emanuele Orlando dichiarava pubblicamente il valore dei mafiosi e un leader più recente, Silvio Berlusconi, garantiva sulla lealtà di Mangano, boss mafioso di rango; si pensi a un ministro, uno dei tanti, Silvio Gava che si faceva vedere a Castellammare di Stabia a braccetto con il boss locale, Catello di Somma; si pensi, ancora, a quanti mafiosi autori di spietati delitti sono stati assolti, per più e più decenni, da una magistratura, a dir poco, miope; si pensi ai rapporti della criminalità mafiosa con le banche, dall’omicidio Notarbartolo del 1893, per gli illeciti del Banco di Sicilia, a quello Ambrosoli del 1979, a Calvi e a Sindona; si pensi, poi, all’uso che la Chiesa cattolica ha fatto delle mafie in funzione anti-comunista; si pensi, inoltre, alla violenta repressione dei moti contadini esercitata anche tramite lo sfruttamento della forza mafiosa (i Fasci siciliani e Portella della Ginestra sono solo due fra i tanti esempi); si pensi, infine e tornando all’oggi, alle potenti ombre gettate sul senso più profondo del nostro tessuto democratico dal processo sulla cosiddetta “trattativa” e sui rapporti fra Cosa nostra e alcuni settori dello Stato.

Sales fornisce molti più esempi, ma basterebbero questi cenni per cominciare a ragionare della questione con il discente scettico. A quello stesso studente, poi, si potrebbe ricordare che nel suo liceo, pochi anni fa, era stato Salvatore Borsellino a sottolineare come la storia repubblicana sia intrisa di sangue e che riteneva necessario rimettere mano ai libri di storia, per riscrivere, correggendola, la nostra vicenda nazionale. Lo disse poco dopo aver curato un volume, “La Repubblica delle stragi. 1978/1994. Il patto di sangue tra Stato, mafia, P2 ed eversione nera” (Paper First, 2018) dal quale emerge, come lucidamente chiosa nella sua prefazione Marco Travaglio, una “controstoria d’Italia”, un racconto piuttosto cupo e inquietante se solo si cominciano a collegare, come i puntini della Settimana enigmistica, i singoli fatti criminali, le morti eccellenti o meno, le stragi di mafia e terroristiche, le vicende apparentemente isolate e fini a sé stesse, come quelle della Uno bianca. Unendoli uno all’altro, senza alcuna pretesa di un’analisi definitiva, quei puntini consentono di intravedere le linee generali di un disegno, forse non unitario e netto, ma percettibile: quello di un sistema di potere che ha usato la violenza come un blocco socio-culturale e politico, che ha scientemente e, quindi, colpevolmente osteggiato qualsiasi ipotesi di cambiamento reale degli assetti democratici del Paese, che ha strozzato il processo di costruzione di un’idea di cittadinanza quale depositaria di diritti davanti a uno Stato che si fa erogatore degli stessi e non distributore partigiano di prebende agli amici degli amici degli amici, svillaneggiando gli spazi sacri della libertà e dei diritti: la scuola, la salute e il lavoro.

Ha ragione Salvatore Borsellino. La storia di questo Paese va riscritta. Al momento, qualche storico di buona volontà, qualche giornalista coraggioso, un gruppo di magistrati e una parte della società civile se ne stanno occupando. Anche qualche docente fa la sua parte, ne parla con quello studente e con i propri colleghi, corregge la tradizionale impostazione manualistica come e dove può, fornisce qualche suggestione problematica, cerca di non cedere alla tentazione di restare sui binari di un racconto rassicurante. Rassicurante come può esserlo una storia lineare, dal peggio al meglio, progressiva e libertaria, una fulgente ascesa dalla barbarie medievale alla democrazia attuale.

È con questo spirito che al Cottini, a partire dal 26 gennaio prossimo, si ospiteranno quattro relatori. Umberto Mosca, critico cinematografico e docente, che si soffermerà sull’immaginario cinematografico, sulla rifrazione del fenomeno mafioso nel mondo della celluloide; Alberto Vannucci, sociologo e docente accademico a Pisa, a cui spetterà il compito di analizzare lo stretto rapporto fra le mafie e il fenomeno della corruzione; Lorenzo Baldo, vice-direttore di Antimafia Duemila, che racconterà dall’interno del mondo giornalistico i pericoli di una certa informazione sulla percezione delle consorterie criminali; per ultimo, il prof. Enzo Ciconte, dell’Università di Pavia, che offrirà all’attenzione dei docenti del Piemonte un tema a lui caro, la genesi e lo sviluppo della ‘ndrangheta.

In cantiere, vi è ancora una collaborazione con l’Università di Torino, in particolare con il prof. Rocco Sciarrone e il suo Larco, il laboratorio di analisi e di ricerca sulla criminalità organizzata: l’idea di fondo è quella di dar vita a una giornata di studi su scuola e antimafia, su come sia possibile, oggi, immaginare la scuola come uno dei luoghi di contrasto alle mafie. Un modo per fornire un’ulteriore risposta al nostro giustamente scettico, o forse solo guardingo, discente.


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