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Incontri

Pochi attimi, pochi fotogrammi di un’immagine splendente di giovinezza.
di Antonio Carollo - lunedì 18 marzo 2013 - 3543 letture

Da una settimana cielo plumbeo, pioggia e pioggia, che oscilla da poche gocce a scariche dense, accompagnate da scoppi di tuoni e lampi. Ora dopo ora, giorno dopo giorno. Thomas uggiola nella casetta in fondo al giardino, vuole uscire, non è solo questione di bisogni urgenti. I suoi occhi sembrano implorarmi. Oltre che negli animali c’è tristezza anche nelle piante? L’ulivo è lì immobile, dimesso, lucido, l’acqua gocciola dalle foglie, dai rami, dal tronco. Così il nespolo, la palma, il pitosforo, il ficus, l’ortensia potata, scheletrica, in attesa di nuova vita. Thomas al diradarsi del crepitio dell’acqua mette il muso fuori, alza la zampa su un cespuglio e l’innaffia coi getti caldi della sua pipì. Si fa un girettino tra le piante e rientra.

Stamattina il sole è esploso. La Signora che abita di fronte è col piede sul pedale della bicicletta. Che bella giornata, le dico. Siamo come le chiocciole, appena smette di piovere sgusciamo dalle nostre tane. Sorride, è vero, dice. E’ una donna assai curata nel vestire, porta pantaloni scuri, una camicetta celeste, una giacca, al collo un foulard grigio, la corporatura è solida e asciutta; credo abbia oltrepassato i settanta, ma è fresca e giovanile. L’affabilità e la gentilezza le si leggono sul viso. Vive da sola. - Sa che m’è successo ieri?, mi dice, in un momento di pausa dalla pioggia sono uscita per il mio solito giretto; sembrava che il tempo reggesse, macché, è venuta giù una scossa d’acqua tremenda, l’ho presa in pieno. Adesso godiamoci questo sole, finché dura.- Si avvia, pedala con sicurezza e agilità. Io preferisco camminare. La vedo svoltare ad una traversa. Sì, Signora, mi dico, finché dura non fermiamoci.

Il vicino albero di mimosa nel giardinetto davanti alla “viareggina” è uno spettacolo, i suoi ritmi vitali sono precoci, è un pioniere, forse segue i richiami delle sue origini lontane; il giallo vivo dei fiori si staglia sull’azzurro del cielo terso. Mi fermo un attimo. La pianta è potata alta, da terra non si arriva a ghermire il velluto delle fronde; il tronco si dirama in tre grossi rami, che a loro volta si allungano in tre quattro esili rametti; il tutto è coperto da una chioma lussureggiante di verdi foglioline e di fiori a mazzetti d’un giallo gentile, così da formare una composizione dalle linee dolci e armoniose. La pianta è un dono per i passanti, non solo per le donne, la sua bellezza, il profumo, mi avvolgono.

Gli oleandri in fila ai bordi della strada sono come ripuliti, di un verde intenso; sembrano attendere la primavera. Hanno un po’ invaso il marciapiede, il giardiniere quest’anno non s’è visto. Mi viene in mente il trionfo degli oleandri in fiore che colpì gli occhi di una mia parente in visita col marito parecchi anni fa; non appena ci immettemmo nella via ne fu folgorata. “La via degli oleandri”, disse. Capitò altre volte, questa parente, sempre affascinata dagli oleandri, dalla pineta, dalla Passeggiata. Gli anni sono fuggiti. Adesso i due anziani coniugi sono come relegati nel loro appartamento di città, non si muovono più, ci telefonano, chiedono degli oleandri e del colore del mare, del sole che esalta la bellezza, del sole che brilla sui volti dei bimbi e dei giovani.

Davanti ad una villetta incontro un gatto nero; piuttosto un gattino, mi guarda curioso, si ritira sulla linea del cancelletto, per farmi passare. Lo vedo spesso, forse siamo un po’ amici, io non ho paura di lui, non mi sembra proprio il simbolo o il preannuncio di un oscuro evento, come da bambino ho appreso da certi racconti horror; lui non ha paura di me, i suoi occhietti mi accompagnano. Una ragazza con la bicicletta si ferma davanti al cancelletto; è giovanissima, avrà quindici anni, un paio di jeans attillati, una camicetta bianca, un giubbotto imbottito, scarpe da tennis; i capelli castani incorniciano un viso dai lineamenti fini. Prende in braccio il gattino, lo accarezza, lo bacia, gli sussurra il suo nome. Mette la bicicletta dentro il giardino e scompare dietro la porta d’ingresso. Pochi attimi, pochi fotogrammi di un’immagine splendente di giovinezza.

In Passeggiata, in mezzo alla gente del mercato mi sento chiamare per nome. Un uomo anziano mi tende la mano sorridendo. Lo guardo in viso: ha i capelli bianchi, la fronte larga solcata da rughe, la pelle ruvida, il naso che incombe su una bocca sfuggente, le spalle ancora dritte. Un attimo di amnesia, finalmente riesco ad individuare i lineamenti di un vecchio dipendente comunale, appassionato d’arte, che dava una mano nell’allestire le mostre del Premio letterario. Sono passati decenni. Il tempo ha segnato pesantemente il suo volto. Lo ricordo giovane, entusiasta, dividersi tra le sue mansioni d’impiegato e le incombenze inerenti alla preparazione dell’evento letterario con annessa esposizione a Villa Paolina di un grande dell’arte. Mi balzano alla mente artisti come Renato Guttuso, ed altri. Me ne parla con la luce negli occhi, rievoca figure ormai mitiche nella mia memoria, capaci di far rivivere il sogno di una città unica come luogo di relax e di bellezza. Nel salutarci ci stringiamo forte la mano. Lo perdo di vista nell’andirivieni di donne, bambini, carrozzine, uomini attempati. Sul marciapiede un ragazzino sui quattordici anni, seduto su un seggiolino pieghevole suona col suo sassofono un’antica canzone popolare; gli è accanto un uomo sulla cinquantina, capelli brizzolati, viso affilato, una mano sulla spalla del figlio, lo guardo dritto. Qualche monetina tintinna sul cestino a terra.


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