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Un piccolo divertissement: il picciotto e il bambinello

di francoplat - mercoledì 3 gennaio 2024 - 362 letture

Mentre torna a casa, dopo l’ennesima estinzione di un membro del clan rivale, il picciotto guarda le luminarie del paese, l’albero di Natale della piazza grande, i negozi addobbati e parati a festa; passa dinanzi a un presepe, si ferma. Osserva la stalla, il bambino posato sul giaciglio e i suoi genitori attorno, Giuseppe e Maria, l’alito invisibile degli animali che riscaldano l’ambiente decembrino. Guarda con attenzione, il picciotto, sente qualcosa suonargli dentro, come una voce, roca all’inizio, appena percettibile e indecifrabile; poi, via via più chiara, distinta, quasi cristallina. È una voce di bimbo. Punta lo sguardo in direzione del piccolo disteso nel mezzo della stalla, vede che le sue labbra si muovono, che gli occhi lo fissano, incredibilmente adulti, con una fissità quasi austera e severa.

Distoglie lo sguardo dal caruso allettato. Si sente in imbarazzo, il picciotto, perché quella voce non accenna a smorzarsi, anzi, diventa sempre più diffusa, gli colonizza il corpo, la sente ovunque, nella testa, nello stomaco, sulle ginocchia, nelle orecchie, sulla punta delle dita. Ogni movimento è quella voce. Vorrebbe allontanarla, ma, per quanto faccia, quel fiato esile e risoluto non lo molla; gli si è attaccato addosso. Decide di andare via dal presepe. Forse, allontanandosi, quella strana sensazione svanirà.

Si strappa a fatica da là, qualcosa lo seduce, non sa bene cosa. Certo, in vita sua, nessuna voce si era mai levata così chiara dentro di lui, nessun rimorso, nessuna crisi di coscienza, nessun trasalimento emotivo. Del resto, era il prototipo ideale di esecutore e, proprio per questo, la famiglia lo aveva battezzato killer in capo. Nessuno sguardo lo aveva mai spinto a recedere dalla missione; neanche quello di vittime fragili, inermi, imploranti. Era davvero un duro, il picciotto. Aveva freddato così, con mano e polso sicuri, un adolescente pieno di promesse, promesse picciotte s’intende, che aveva il torto di essere il figlio di un boss emergente, troppo emergente per i gusti del capo. Nessun tentennamento prima, durante, nessun rimorso dopo. Aveva pasteggiato a vino e formaggio, roba frugale, nessun eccesso, com’era nel suo stile. Solo l’essenziale.

Ora, mentre si allontana dal presepe, sente la voce muoversi con lui, è chiaro, lo segue. «Dunque, così intendi passare la tua vita?», dicono le labbra del bimbo coricato lontano da lui. Ma che domanda è?, si domanda a sua volta. Passare la vita? E che, la vita deve passare da qualche altra parte? Mai aveva pensato che ci fosse una strada diversa. La vita passa dove i binari scorrono, là sopra passa, i binari non sgarrano mai, sono tracce sicure, piste battute, puoi camminarci sopra senza il timore di deragliare. Passare la vita? Forse, però, quel caruso sta parlando a qualcun altro e io sento la voce, come un’interferenza. Perché proprio a me dovrebbe domandare qualcosa? Non lo conosco neanche. Forse, qualche lontano ricordo del catechismo, ma nessuna conoscenza diretta.

Torna indietro. S’avvicina al presepe. «Dici a me?», domanda duro al bambino. Questi lo guarda, sorride, annuisce con il capo. «E che vuoi da me?». «Hai una vita misera», risponde. Misera? Detto da un cinno spalmato sulla paglia, tra un bue e un asino, al freddo e al gelo, pare una risposta grottesca. «Ognuno ha la vita che ha», sentenzia il picciotto. «Ha la vita che sceglie», dice, saggio, il bimbo, e lo fissa intensamente. «A me sta bene così» e fa per andare, sente di perdere tempo, ha bisogno di andare a casa, riposare, è stanco; i morti ammazzati costano, comunque, fatica e impegno. «Hai le risposte pronte di chi non ha domande», lo raggiunge la voce quando ha ormai percorso qualche metro. S’aggiusta il foulard, il picciotto, stringe la pistola in tasca, quel dialogo sta andando avanti inutilmente, in più è seccante e molesto. Se non cessa da sé, lo farà cessare lui. Ritorna indietro. Estrae il revolver, lo punta contro il giaciglio, solletica il grilletto. «Non mi servono domande a cui non so dare risposte. L’unica risposta è la forza».

Il bimbo tace. Lo guarda, e basta. Pensa, il bimbo. Non ha tutti i torti, quel signore segaligno e scostante. A cosa servono le domande prive di risposta? Certo, detto da lui, dal bambinello, sembra un pensiero quasi blasfemo. Lui è la risposta. Ma non per tutti, a quanto pare. Quel tipo là davanti, non vuole saperne di lui. Lo guarda ancora, anche l’altro lo fissa. Per qualche minuto, stanno l’uno davanti all’altro, forse attorno qualcuno segue la scena o, per meglio dire, segue curioso l’uomo dal foulard, il picciotto, che guarda con una strana attenzione un pacioso bambinello posato tra la paglia. E, mentre lo inquadra assorto, muove le labbra, quasi parlasse tra sé e sé o, forse, con quella statuina silente e immobile. Né il bimbo né il picciotto paiono curarsi del pubblico. Sono intenti nel loro dialogo muto, muto per gli altri, perché tra loro parlano. L’uomo ha riposto la pistola nella tasca della giubba pesante, non è il caso di fare clamore adesso, troppi testimoni. Tornerà a zittire per sempre quel cinno saputello. Il quale ultimo, inutile dirlo, sa bene cosa pensa l’uomo, ne legge i pensieri. «Sei venuto a portarmi un dono pericoloso», esclama; l’altro si mostra stupito, lui, un dono, a un moccioso arrogante! Quale dono?, pensa l’uomo dal foulard. «Il dono del dubbio, un dono pericoloso, Leo». Sentitosi chiamare per nome, il picciotto si inquieta, non ama farsi riconoscere. Stringe nuovamente il revolver nella tasca, sente gli altri attorno e desiste dall’idea di fare fuoco.

Decide, chissà perché?, di stare al gioco. «Non so di quale dubbio parli», «mi stai dicendo che a te non servo a nulla, a nulla serve nascere e morire ogni anno, tornare, uscire di scena, rientrare, perché anche tu possa trovare un po’ di calore in questa culla riscaldata dall’umiltà di due animali quieti». Il picciotto stacca la mano dalla pistola, la porta sulla barba, è tanti giorni che non la taglia, non ama curarsi quando deve sbrigare un affare, preferisce farlo dopo, radersi, lavarsi. Ci pensa un attimo: perché fa così? È la prima domanda da quando è al mondo. Porta lo sguardo in direzione del bimbo, sa che quella domanda è la prima di tante, perché, prima d’allora, mai gli era venuto in mente che pulirsi a lavoro appena compiuto potesse avere un qualche senso.

Odia quel cinno. Da qualche parte, tra le dita o dietro le orecchie, nell’incavo delle ginocchia, sente che quella domanda ne prepara altre, e tutte hanno la voce di quello spocchioso infante, che ora lo fissa con un’espressione diversa, meno dura, più amorevole, si direbbe. «Non mi guardare così!», lo dice ad alta voce, una donna accanto a lui trasalisce, si scosta, spaventata dall’uomo col foulard che parla al presepe. Qualcuno pronuncia «è matto», alle sue spalle tanti occhi parlano, qualche voce mormora la stessa frase, parla del mentecatto che dialoga con le statuine. Un po’ per volta, il piccolo crocchio si dirada, lo lasciano solo con il bambinello. Vorrebbe girarsi e dire loro: «no, fermi, non andate via, non lasciatemi solo qui», ma non dice nulla, pensa di essere davvero ammattito, diavolo, sono rimbecillito, ho paura di un bimbo d’argilla. «Non hai paura di me», bisbiglia l’altro, la creatura immobile. «Piantala, piantala ti ho detto, devi stare zitto». È solo, il nulla alle sue spalle, caccia fuori la pistola, la punta, carica, prende la mira, il volto del cinno è davanti al mirino, raggiante di felicità; «cos’hai da ridere?», «sono immortale, Leo, non dimenticartelo, puoi spararmi ora e domani e dopodomani e per ogni giorno di ogni anno di ogni millennio, dovrai sparare a ogni cinno sulla paglia di ogni paese di ogni angolo del mondo e, anche allora, dovrai rifarlo per tutti gli anni che ti restano da vivere».

È la prima volta che si trova davanti a un immortale. Brutta storia. Il moccioso aveva terribilmente ragione. Quanti bimbi d’argilla avrebbe dovuto abbattere per chetare quelle domande che erano là per zampillargli fuori? E ogni anno avrebbe dovuto riprendere lunghi viaggi per freddarli tutti, uno dietro l’altro, in ogni luogo in cui fosse andato. Era diffuso ovunque, era onnipresente quel piccolo d’argilla. «Non è meglio arrendersi, Leo?», «a cosa?», «alle domande che stanno per travolgerti!». Leo non risponde. È fermo davanti a lui, le mani penzoloni, gli occhi bassi, il pensiero sospeso, si gratta la barba, chissà perché non l’ha mai tagliata prima di un assassinio?

«Perché non l’ho mai tagliata?», chiede al bambinello. Ma questi dorme. Si è assopito, ronfa, quasi. Non risponde. «Ora dormi? Svegliati, svegliati, ora mi devi rispondere», dice, irritato, spaesato, «non puoi lanciare il sasso e nascondere la mano»; ma il bimbo tace. Salgono su, invece, le domande, una dietro l’altra, tante, caotiche, improvvise, mille voci, tutte con il timbro del dormiente sulla paglia. Lo avvolge una nube di punti interrogativi, si agganciano uno all’altro, formano una catena, lo stringono, quasi soffocandolo, a ogni domanda, nella culla, il cinno pare trasalire e scuotere il corpo gioioso. Lui, il picciotto, è stretto da quelle voci, sente i polsi come serrati dalle manette, che sensazione orrenda quelle domande. Con grande sforzo spacca le catene e preme il grilletto, fa fuoco, spara.

I peli gocciano sul lavabo, un mucchio di qua e un altro di là, coprono la superficie pietrosa. Scorre l’acqua calda, li affonda nello scarico, torna candida la pietra, allo specchio il volto glabro di un bambinello cresciuto e fatto uomo assume un’espressione nostalgica. Torna a galla, mentre si rade, il picciotto dal foulard e dalla pistola, quello che gli sparò tormentato dalle domande, quello che, dopo averlo fatto deflagrare, non sparò quasi più un colpo in vita sua, perché la mano gli era diventata incerta e tremolante. Il bimbo fatto uomo, ormai raso, si prepara per uscire e tornare, da uomo rifatto cinno, nel giaciglio decembrino. Si accomoda, divenuto argilla, tra il fieno e l’alito caldo dei due animali, accanto a sé lo accoglie lo sguardo adorante di Maria e Giuseppe. Sorride, il bambinello, sa che l’uomo dal foulard, ormai vecchio, barbuto come un santone, arriverà tra poco, come ogni anno da anni a questa parte, per zittire le domande che lo hanno reso più umano e più esitante. Eccolo, arriva, stringe il foulard, dalla tasca affiora una pistola. Spara.


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