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Ciuminisi

Un’arrampicata tra le strette stradine di Fiumedinisi, nella speranza di un ritorno alla normalità, dove la "normalità" è solo il rispetto e la custodia del proprio passato.

di Piero Buscemi - mercoledì 31 marzo 2021 - 843 letture

Capita più di quanto si pensi di ritrovarsi a percorrere antichi viottoli di paese, in località arrampicate su colline che si affacciano sul Mar Jonio. Piccoli centri arroccati a custoridire storie e leggende da contrapporre ad aggressioni culturali dei nuovi tempi, quando il cemento sostituisce la pietra e lascia al futuro quell’amaro in bocca di una perdita che non facilmente si riesce a definire con le parole giuste, ma che ci riporteremo a casa dopo la nostra visita.

La costa collinare che va da Messina a Catania è piena di questi luoghi, alcuni più conosciuti, altri meno. Talvolta finiti sulle pagine di giornale per motivi di cui tutti i siciliani non dovrebbero avere mai l’occasione di dubitare un orgoglio, scalfito dal solito malaffare e dall’incuria nel gestire una parte del patrimonio artistico e architettonico italiano.

Fiumedinisi, o Ciuminisi come è più conosciuta in luogo, rappresenta un altro esempio di ciò che è stato, di ciò che avrebbe meritato più tutela e di ciò che non tornerà più, quando anche il più anziano testimone sarà deceduto per raccontarci aneddoti, descriverci particolari artistici di palazzi, chiese e case private e, un ghigno che sa di generazione andata che solo con l’ironia può continuare a sorridere al saccheggio edile perpetrato negli anni e che sembra non avere mai fine.

Non si differenzia da tanti altri piccoli centri della zona, dei quali ci siamo occupati anche sulle nostre pagine. A parlare con chi ha visto il passato di certe pietre incastonate sulle pareti delle case, con chi ha conosciuto le persone che ci hanno vissuto, che hanno lasciato un pezzo della loro vita per emigrare in luoghi lontani del mondo dove trascinarsi e custodire i ricordi d’infanzia, si prova un sentimento di strana nostalgia, come a sentirsi appartenenti a queste pietre e a quei volti incontrati durante la nostra visita, dai quali sarà difficile allontanarsi.

Quasi quattromila abitanti a inizio dello scorso secolo, oggi Fiumedinisi ne conta poco più di milletrencento. Uno svuotamento demografico che non si può non collegare alle poche risorse e prospettive economiche che la zona offre, tra l’antica pratica dell’agricoltura ormai ridimensionata a uso privato e a passatempo per pochi appassionati. La stessa pastorizia, tipica della zona fino a qualche decennio fa, è stata oscurata dall’industrializzazione dei prodotti caseari affidate ad alcune aziende regionali, sfruttando anche le leggi sempre più restrittive legate all’igiene e al contenimento della diffusione di certe contaminazioni batteriche. Molti locali, ma anche molti abitanti della zona sottostante il paese, quella marina dei paesi direttamente sul mare, quali Nizza di Sicilia, Alì Terme, Roccalumera, ricorderanno curiosi personaggi che scendevano da Fiumedinisi sulle loro arcaiche Vespe 50 a proporre prodotti della trasformazione del latte, in modo particolare quello ovino.

Alcuni di questi personaggi è possibile ammirarli percorrendo le strade del paese in quel percorso mistico e architettonico che va dalla Santuario Maria Santissima Annunziata, o così detta chiesa madre, alla Chiesa di San Pietro, entrambe risalenti al XII secolo. Li si può vedere passeggiare, in questo inizio di primavera, con la classica giacca appoggiata sulle spalle, il baffo virile e l’immancabile coppola, diventata ormai accessorio di alta moda. Scene che richiamano Pietro Germi e i suoi film in bianco e nero, o tutti quei tentativi di emulazione tradizionale che i vari sceneggiati televisivi ripropongono in modo seriale.

Sono queste componenti di un folclore rimasto quasi immutato nei decenni, le dimore storiche, gli squarci panoramici da strette vie che mostrano il mare cinque chilometri più sotto, una storia che risale al VII secolo a.C. che accomuna Fiumedinisi alle colonie greche calcidesi più famose, come la vicina Giardini Naxos. Sono le frasi ricorrenti tra i visitatori portati a passeggio tra i più nascosti e meno noti viottoli, che ci parlano di un turismo che non è mai decollato, ancora prima del blocco legato alla pandemia, che avrebbe dovuto rappresentare il trampolino di lancio di un’economia in stallo da troppo tempo.

Risorse che chiunque si faccia un giro da queste parti, appaiono come occasioni lasciate cadere nell’oblio, con un patrimonio architettonico e paesaggistico che in qualsiasi altra località, lontana da qui, sarebbe diventata fonte di guadagno sicuro e di benessere per la popolazione locale, in pieno rispetto delle bellezze naturali e della storia dei luoghi.

Perché Fiumendinisi, come tante altre località del comprensorio, potrebbe rappresentare l’esempio di una cultura votata al turismo, limitandosi a utilizzare e a recuperare quelle case, palazzi storici, strade, piazzette, un patrimonio urbano ricercato da turisti di tutto il mondo e che, inspiegabilmente, in queste zone sembra non riuscire a risvegliare le coscienze.

C’è uno strano orgoglio di appartenenza che accomuna i siciliani in ogni angolo dell’isola. Un orgoglio bizzarro che non si rispecchia nei fatti, limitandosi a manifestarsi in frasi fatte e nostalgie da vivere a centinaia di chilometri di distanza, senza che tutto questo si trasformi in un vero rispetto e voglia di riqualificazione di ciò che il passato ci ha consegnato e che non sappiamo custodire.

Tra quei vicoli inerpicati tra scaloni in pietra, anfratti, testimonianze di costruzioni in pietra locale che, grazie alla nostra guida Rodolfo Di Ciuccio, abbiamo potuto ammirare, che si chiude quel cerchio emotivo di rimorso e arrendevolezza davanti a tanta bellezza sprecata e deturpata che rischia un giorno di potere essere ammirata e ricordata solo in qualche libro di storia.

Uno dei tanti libri che dovrebbero essere messi a disposizione della popolazione tra quei diecimila che il giornalista parlamentare originario del centro collinare, Mario La Rosa, donò alla cittadina credendo, forse, che il gesto avrebbe legato i suoi concittadini al passato glorioso del paese, pronti a tramandarlo alle future generazioni.

Il castello di Belvedere, dall’alto dei 750 metri della collina che lo ospita proprio sopra Fiumedinisi, sembra guardarci col giusto rimprovero che un padre può rivolgere ai suoi figli irriconoscenti. Un omaggio al suo splendore che in parte avrebbe dovuto riportare alla luce con i lavori di restauro del 2006 rimasti incompiuti, come del resto è d’uso in questi luoghi. Altri soldi sono stati sperperati per l’avvio di altri cantieri e la realizzazione di edifici più moderni, il cui utilizzo e utilità rimangono risposte incompiute come gli stessi lavori mai ultimati.

Sembrerebbe banale dover ribadire, ogni volta che ci occupiano di questi scempi storici, il menefreghismo atavico dei cittadini che abitano questi luoghi, nonostante tutto invidiati ed ammirati dai visitatori. Ancor di più la possibilità di poter poggiare l’economia locale solo ed esclusivamente sul turismo, sfruttabile tutto l’anno. Di sicuro, come qualsiasi fenomeno umano, citando Giovanni Falcone, anche questo periodo di restrizione sanitaria terminerà. Milioni di persone sono già pronte a lasciare le loro case e recuperare la voglia di girare il mondo e riscoprire il fascino di un passato che, in ogni caso, non tramonterà mai. Fiumedinisi e le altre località del comprensorio saranno pronte ad accogliere e a offrire la faccia migliore del proprio patrimonio storico?

Molti dubbi rimangono e siamo coscienti che neanche il nostro piccolo album di fotografie che alleghiamo all’articolo, possa del tutto restituire giustizia alle persone che qui ci hanno vissuto con un rispetto e una devozione maggiore delle nuove generazioni.

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Cortiletto in bianco e nero articolo
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Palazzina in bianco e nero articolo
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Palazzo della Zecca in bianco e nero articolo
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Panorama sul Castello in bianco e nero articolo
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Rudere in bianco e nero articolo
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Vicolo in bianco e nero articolo


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