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A Nino Manfredi, a dieci anni dalla scomparsa

di Armando Lostaglio - domenica 8 giugno 2014 - 6123 letture

Rimane l’attore fra i più grandi della commedia, un viso drammatico che sapeva infondere tenerezza e ilarità. Dieci anni dalla sua scomparsa: la sintesi del suo immenso racconto fatto di teatro e televisione – prima – e poi di immenso cinema, diretto dai più grandi della commedia e un po’ anche da se stesso (“Per grazia ricevuta”, “L’avventura di un soldato”), con l’immagine di mille personaggi la potremmo racchiudere nell’ispettore (ispirato a Gogol) che sale dagli inferi urbani di “Anni ruggenti” (di Luigi Zampa) e il giovane soldato con la vedova nel treno (eros innocente e ordinario) da lui stesso diretto e ispirato da un racconto di Italo Calvino.

Due personaggi chiave di un attore straordinario che dava sempre un’anima di purezza ad ogni movimento (Geppetto di Comencini e il patriarca “Brutti sporchi e cattivi” di Scola). E il sarcasmo clericale della Roma papalina di Gigi Magni, e il nostalgico coerente di “C’eravamo tanto amati”. Tanti, troppi i registi che l’hanno diretto e che hanno carpito l’immensità di questo personaggio singolare (anche cantante ispirato a Petrolini di “Tanto pe’ cantà”) e fino all’amarezza striata sul volto nell’uscita dalla galleria dello sfortunato emigrante in Svizzera (“Pane e cioccolata” di Franco Brusati”). Per il 25° anniversario di questo film avemmo la fortuna di parlargli per invitarlo nel CineClub “De Sica” (in Basilicata), ci avrebbe tenuto a venire perché – diceva – la Lucania assomigliava un po’ alla Ciociaria…

Ora, questi versi del poeta irpino Gabriele De Masi riescono forse meglio a conferire con grazia e sagacia l’espressione di un attore che ha regalato attimi di infinito nel candore popolare.

A Nino Manfredi

Non erano i tuoi, quegli occhi
 stanchi, dietro lenti ampie
 che ne svilivano lo sguardo
 e ben vedevano più in là,
 convinto che attore si è,
 comunque, anche se
 il passo è lento e la voce
 guadagna fiato nel parlare;
 potevi farlo perché la maschera
 non vinceva sull’uomo, tu
 interprete di mezzo sguardo, più
 verso il basso che per l’alto,
 e il sorriso giusto e triste,
 arcuato sotto accurati
 baffi di quinta, drappi
 a chiudere presto la scena
 divertita delle labbra, anche
 perché sapevi che la vita
 richiama sempre realtà più amare,
 e nei semitoni misurati e franchi
 d’una postura ingobbita
 o nell’espressione appena mimata,
 c’è tutto lo spazio d’autenticità
 d ‘istante, che ricerca l’uomo
 e, ben facendo teatro, lo ricrea
 trovandolo acquietato ad aspettare
 in un recondito angolo dell’anima;
 e sempre lì lo trova, sapendo
 di non commettere plagio.

(Gabriele De Masi)


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