1969 il mio primo maggio a Lentini nel giorno della festa delle lavoratrici e dei lavoratori

1969 il mio primo maggio a Lentini nel giorno della festa delle lavoratrici e dei lavoratori, e dell’inizio della festa dei Patroni della città: Alfio, Cirino, Filadelfo.

di Luigi Boggio - mercoledì 1 maggio 2024 - 918 letture

L’organizzazione della festa popolare andava avanti tra incomprensioni e vecchi rancori non unitari a causa di antiche lacerazioni sindacali. Alla fine con Graziella Vistrè e i compagni del direttivo ci siamo riusciti d’essere sullo stesso podio con CISL e UIL per il comizio finale a Villa Gorgia. Una giornata gioiosa di musica e giochi con intere famiglie vestite con gli abiti migliori come se andassero ad un matrimonio. La stessa scena lo rivista il giorno dell’uscita, la mattina del 10 maggio per Sant’Alfio.

Era la loro festa ed anche quella del Santo Protettore. Nella parte finale per il comizio apre Graziella con la sua solita verve, dopo Cirino Garrasi per la Cisl, Ira per la Uil, infine il giovane segretario della Camera del lavoro che ha ricevuto un lungo applauso per la brevità del suo discorso. "Grazie per la partecipazione, la festa è vostra, godetevela passeggiando e ascoltando la musica, vi invito infine ad un applauso corale al grido evviva il 1 maggio unitario e di lotta". In quell’istante i musicisti iniziavano con l’inno dei lavoratori. Con la giornata che svolgeva al termine.

Una giornata iniziata alle 7 in punto con l’avvio della festa dei Tre Martiri, con il frastuono delle bombe e dopo pochi minuti con il suono della banda musicale. Alle 7 in punto anch’io, su consiglio dei compagni del direttivo, ero alla Camera del lavoro per esporre la bandiera, la bandiera delle tante battaglie, ed anche per contattare il maestro della banda musicale per un giro in città al suono dell’inno dei lavoratori.

Nella zona di Santa Croce è stato il culmine di partecipazione delle famiglie che uscivano dalle loro case per ascoltare e salutare. Anche perché sapevano che iniziava il periodo che porta all’uscita del Santo. Una festa, per uno che viene da fuori mai vista, piena di calore e di colore, non per le bancarelle in ogni angolo di strada, ma per gli abiti che si indossavano. Via Garibaldi era una passerella di moda dai tanti colori anche perché precedeva e apriva all’estate. In quei frangenti le differenze di classe si annullavano.

Sfilava la Lentini del lavoro e delle grandi passioni umane e politiche per il salario e la parità per tutte quelle operaie che lavoravano nei magazzini, anche contro le molestie sessuali da parte di qualche spregiudicato capo mastro o speculante da baraccone.

L’altro elemento che mi è rimasto impresso è stato l’uscita del Santo, avvolto dal fumo degli spari, il grido d’invocazione e la fermata di fronte al Comune per prendere il sindaco per il giro intorno alla piazza. il simbolo della separazione dei poteri tra Stato e Chiesa. All’uscita è Il Santo che prende il Sindaco, mentre per l’entrata è il Sindaco che prende il Santo. Anche se il Santo all’uscita è sempre puntuale, mentre per l’entrata non sempre.

Non descrivo la serata dei Nudi. Non vi nascondo la sofferenza che ho provato nel vedere quei volti di dolore e di invocazione. Ho rivisto questa scena in un famoso film coreano, ma con maggiore durezza. L’invocazione a Dio, il Dio dell’amore, per aiutare i deboli e gli ammalati ad uscire dalla sofferenza per una vita serena.

Un ricordo che fa parte dei miei 510 giorni a Lentini, dicembre 1968 fine febbraio 1970. A Lentini ritorno solo all’inizio degli anni ’90 dopo un lungo periodo d’impegno ad Enna, Palermo, Catania e un periodo alla Camera del deputati.


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