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Voto sì o voto no?

Dalla lettera ad un amico: "Alla luce di quanto sopra debbo concludere, amaramente, che la crisi strutturale del sistema paese è diventata cronica perché i partiti (o meglio, le loro classi dirigenti) non sono la soluzione del problema, ma che ne sono il problema. A questo punto non resta che tentare le vie della democrazia diretta, per evitare il peggio."

di Gaetano Sgalambro - domenica 21 gennaio 2024 - 512 letture

Treviso, 20 gennaio, 2024

Caro ......, faccio seguito alla discussione dell’altra sera circa il significato politico da dare al “non voto più” e al “continuo a votare”, rispetto alla necessità di dovere scardinare la cronicità della crisi in atto. Prima di riferirti di miei tre punti di analisi al riguardo, ti riporto il mio pensiero sul voto, maturato alla luce della lettura della Costituzione. Il voto è l’esclusivo strumento d’intermediazione con cui il popolo esercita la sua volontà sovrana sulla gestione del futuro del paese, la quale non può che essere piena e consapevole. Esso ha la natura di un contratto di mandato in cui il mandatario-partito si obbliga a realizzare, nel legittimo interesse del mandante-elettore, in simbiosi con l’interesse superiore della collettività, quel corpo di atti politici e giuridici all’uopo finalizzato, che esso stesso gli ha proposto.
 Nella fattispecie il partito-mandatario ha anche il compito di “determinare” (art.49) la politica nazionale, che sarà volto a redigere un progetto programmatico di legislatura (intellegibile!), atto ad essere sottoposto al vaglio dell’elettore-mandante.- Il voto è ciclico perché il mandante-elettore, ad ogni rinnovo di legislatura, possa aggiornare al meglio e consapevolmente questo sua volontà di scelta del partito-mandatario e del rispettivo progetto programmatico. L’atto di volontà, quindi, è susseguente al giudizio critico, il quale è l’intrinseco fattore di qualifica politica.

I°- Gli elettori del “voto sì” -di destra, di centro e di sinistra- si pongono nella prospettiva di continuare a votare, perché ritengono che i loro partiti abbiano un ampio margine di miglioramento della rispettiva politica. Convincimento che storicamente è smentito dalla cronicità della crisi. -Tuttalpiù varrebbe solo per evitarne l’aggravamento (prospettiva fuori dai termini della nostra discussione).- Gli elettori del “non voto più”, invece, ritengono che i partiti abbiano inappellabilmente esaurito ogni margine di miglioramento. Però, astenendosi dal votarli, si ritrovano senza alcun partito-mandatario che li rappresenti in parlamento e, per ragioni di acultura specifica, senza audience nell’opinione pubblica, pur avendo marcato un deciso atto politico, . Possono solo adire alle due vie di democrazia diretta, la proposta di legge d’iniziativa popolare o la petizione popolare, che hanno una gestibilità laboriosa e una incisività politica molto ridotta. Laddove l’incisività sull’opinione pubblica può risultare significativa se hanno per oggetto un importante tema generale. Al di fuori di queste vie c’è sola quella della violenza.

II°- Quando il “non voto più” è fatto proprio dalla maggioranza relativa di tutti gli elettori, al limite di quella assoluta, come nella nostra situazione, vuole dire che il sistema democratico rappresentativo (partitico-parlamentare) è divenuto impraticabile per la totale vacuità dell’oggetto contrattuale dei partiti-mandatari. Ed è divenuto anche irrecuperabile perché nessuno di essi prende in considerazione la volontà degli astenuti. Di seguito i governi non avranno più titolo morale per parlare in nome di un popolo, la cui maggioranza non lo vota; mentre appronteranno estemporanei programmi politici a favore di coloro che li votano per mera sopravvivenza.

III°- La Costituzione ha affidato alla giurisdizione ordinaria la messa a terra della legge elettorale, la quale non ha centrato bene i suddetti principi costituzionali, dando luogo a interpretazioni libere. Nella legge ordinaria è osservata la salvaguardia degli interessi individuali, i quali sono da mediare solo nell’interesse superiore della pace sociale. Per cui se una formazione politica o sociale non ha alcun potere di deterrenza politica viene discriminata. Così come viene discriminato il primario interesse della collettività (secondo la Costituzione), perché nessuno lo rappresenta.

Considerazioni pragmatiche finali:
 ritengo un assurdo culturale, al lume solamente di una elementare logica comune, che si sia continuato a governare un paese, che è una grandissima impresa, solo sulle indicazioni generiche di un programma elettorale pubblicitario, senza avere mai redatto e realizzato un progetto programmatico di legislatura;
 io (“non voto più”), penso che chi continua a votare il partito che non da segni oggettivi di volere uscire da una crisi cronica, non fa altro che perpetuarla e quindi ne è almeno percentualmente responsabile;
 la Costituzione non prevede l’opzione di votare il partito “meno peggio”, è sempre propositiva.

Alla luce di quanto sopra debbo concludere, amaramente, che la crisi strutturale del sistema paese è diventata cronica perché i partiti (o meglio, le loro classi dirigenti) non sono la soluzione del problema, ma che ne sono il problema. A questo punto non resta che tentare le vie della democrazia diretta, per evitare il peggio.


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