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Quando sei nato non puoi più nasconderti

Un film scarno, al limite dell’essenzialità, assolutamente privo di retorica che ricorre spesso all’utilizzo del tipico simbolismo poetico per far comprendere la triste realtà.

di Simone Olla - mercoledì 25 maggio 2005 - 8416 letture

Quando sei nato non puoi più nasconderti / regia di: Marco Tullio Giordana ; con: Alessio Boni, Matteo Gadola, Michela Cescon, Ester Hazan, Vlad Alexandra Toma. - Italia, 2005. - 115 minuti. - Data uscita in Italia: 13 maggio 2005

A due anni dal titanico “La meglio gioventù” Giordana abbandona gli anni ’70, che hanno fatto da sfondo ai suoi ultimi lavori, per immergersi in una dura e poco compiaciuta realtà odierna, quella dell’immigrazione. Tratto dall’omonimo libro-reportage di Maria Pace Ottieri la nuova opera del regista affonda nel dramma dell’età immatura che si apre alla verità più cruda e spiazzante nell’oltrepassare la sottile linea di demarcazione tra sprovveduta incoscienza e dolorosa consapevolezza. La descrizione muove attraverso gli occhi di un ragazzo che in un ristrettissimo lasso di tempo passano dalla liberatoria visione di una scampata morte fisica alla disturbata percezione di morte che si respira in una carretta di disperati immigrati. Durante una crociera in barca a vela col padre e il migliore amico di famiglia, Sandro è vittima di un tragico incidente marittimo. Verrà salvato da un sicuro annegamento da Radu, ragazzo rumeno che viaggia in compagnia della sorella Alina, una grande fan di Eros Ramazzotti, e di tanti altri immigrati su una delle famigerate imbarcazioni clandestine per lo sbarco in Italia di stranieri in cerca di una possibilità. Prima di riabbracciare i genitori che lo davano per morto, il dodicenne avrà modo di confrontarsi con una realtà completamente lontana dal suo contesto quotidiano, sperimentando una prematura perdita d’innocenza.

Giordana sviluppa diversi temi, gestiti attraverso dialoghi assolutamente essenziali (merito di una sceneggiatura scritta a sei mani, insieme a Sandro Petraglia e Stefano Rulli) e riprese calibrate, molte volte ingenue, tipicamente adolescenziali... Stupenda la fotografia di Roberto Forza che dispiega tutta la sua lucentezza in quasi irreali scorci notturni filtrati da un blu che abbaglia.

Un film scarno, al limite dell’essenzialità, assolutamente privo di retorica che ricorre spesso all’utilizzo del tipico simbolismo poetico per far comprendere la triste realtà e così c’è chi cade accidentalmente in mare e chi ci cade perché altri lo costringono ad annegare, in quanto si tratta di “merce avariata”, uno dei tanti immigrati privi di forze e che non ce l’ha fatta. Questa volta la caustica sensibilità di uno fra i più importanti autori del nostro cinema cerca di illustrare un percorso dolorifico approntato con decisa e voluta asprezza stilistica nel tentativo di cogliere il flusso altalenante di una realtà sempre restia a concedere sconti ma pronta a rigirare il coltello in piaghe lasciate ad essiccare al sole dell’esistenza; quasi una cronaca di un affondo nelle pieghe della carne straziata di un’evidenza che nasconde il suo vero volto nel buio, all’ombra della disillusione.

Strepitosa l’interpretazione del dodicenne Matteo Gadola, il cui sguardo trasparente e bruciante va dritto al cuore delle persone; pure intensi sono Vlad Alexandra Toma (Radu) e Ester Hazan (Alina).

Straordinariamente umani e credibili pure Alessio Boni e Michela Cescon che si confermano ad altissimi livelli dopo le già eccelse interpretazioni rispettivamente ne “La meglio gioventù” e “Primo amore”.

Emoziona e non può lasciare indifferenti la dolorosa consapevolezza di Sandro, quasi brutalmente immerso in un mondo misconosciuto e sconosciuto perché protetto da un ovattato guscio di triste ricchezza; non è più il figlio unico, coccolato e viziato. E’ uno come tanti, in lotta per la vita. Non può nemmeno parlare italiano. Deve soffrire la fame, la sete, la paura, emozioni antiche finora confinate nell’immaginario.

Ci sono pure alcuni difetti come le macchiettistiche figure dei due scafisti o il tentativo (poco riuscito) di far parlare Alessio Boni in bresciano ma sono ben poca cosa di fronte all’impatto emotivo che provoca uno dei più struggenti finali degli ultimi anni, che fa a pezzi un’adolescenza condotta precocemente al macero, affogata nelle turbinose acque di un’esistenza che si svela a sé stessa in tutta la sua disingannata identità perché in fondo la vita è questione di naufragio o di salvezza.

Fabrizio Bolognesi

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