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Le fabbriche della regina spagnola

Un laboratorio di architettura, svela le tracce della “città invisibile” sull’acropoli di Paternò.
di Francesco Finocchiaro - mercoledì 13 maggio 2009 - 3165 letture

Esistono pietre che racchiudono misteri antichi. Esistono luoghi su cui convergono racconti, leggende, tradizioni. Esistono paesaggi culturali che rappresentano l’identità di un popolo. L’acropoli di Paternò è tutto questo e molto ancora. La città sembra qualche volta indifferente, ma può concedere sorprese, ed è allora che un “custode” di fabbriche antiche, citando Italo Calvino può regalarti un frammento di poesia e di speranza, entrando nel patrimonio delle relazioni umane: <>.

L’acropoli è quel luogo straordinario. E’ il centro di un paesaggio culturale e naturale, che può e deve essere reinterpretato per avviare la sua rigenerazione. E’ quel luogo speciale a cui bisogna aggrapparsi per rinascere di vita nuova, ed è qui che magicamente, le “fabbriche della regina” (meglio conosciute come l’ex monastero di San Francesco) sono il centro di questo mondo antico. Il punto di partenza di una ricerca che porta a scoprire, non solo le radici di questa terra, ma di sperimentare il “cantiere”, come strumento didattico e d’investigazione. Il progetto di recupero e ricomposizione del complesso di San Francesco sull’acropoli, affonda le proprie origini negli anni ’60, quando Francesco Minissi, una delle figure più rappresentative dell’architettura italiana, fu incaricato dalla classe politica del tempo di redigere un progetto di riuso.

L’attuale intervento, che porta la firma di Pasquale Culotta e di Luigi Bosco rappresenta “un laboratorio di architettura”, che attraverso il progetto e la realizzazione, contribuisce, al recupero di uno spazio storico, restituendolo alla fruizione pubblica, e riscrivendo, tra l’atro, un frammento di storia della città, che il tempo aveva sepolto. L’esperienza che si sta costruendo, ha introdotto le basi per applicare una metodologia interdisciplinare nel campo del progetto di architettura, resa possibile, grazie al contributo sperimentale, di conoscenza e di indagine, da parte di archeologi, geologi, analisti e di chi ha la responsabilità di coordinare i lavori.

La fabbrica, diventa un libro di pietra che necessita di una lettura corale per interpretare meglio la propria poesia. In questo modo diventa possibile scoprire: stratificazioni, contraddizioni, le mille storie che hanno segnato la pelle e l’armatura della fabbrica. Antica agorà, cappella di Ruggero, tempio di venere, taverna, palazzo, monastero di benedettini e di francescani. Oggi solo un rudere ormai privo di vita, come dice Marc Augè in rovine e macerie. Il monastero non esiste più, come pure il palazzo dei Cara.

Cosa fare? Cosa conservare? Quale nuova vita si prefigura per un luogo, così rilevante per la città? Unica traccia da seguire, le teorie di Brandi e Giovannoni. L’esperienza di Scarpa e Minissi. La sapienza di Salvatore Boscarino e Giorgio Grassi. Nessun’ altra direttrice, se non la ricerca della “sincerità” nel recupero e nella ricomposizione della fabbrica della regina spagnola. Restituire alle future generazioni, le innumerevoli stratigrafie rinvenute, significa, non solo assicurare la verità, ma conferire dignità al nostro tempo. Dopo alcuni anni di lavoro, tra ricerche storiche, indagini sul campo e il confronto con chi ha voluto credere a questa esperienza, si prefigurano nuovi scenari investigativi.

A oggi i monumenti sull’acropoli, sono considerati come occasionali, nella loro configurazione spaziale. Credo, che un modello urbano di matrice greco-romana, sia compatibile con gli scavi archeologici già effettuati dalla sovrintendenza di Catania, oltre alle ricerche realizzate all’interno del cantiere di San Francesco. La presenza delle merlature allineate risalenti al sec. XI, lungo il lato ovest (in pratica il tracciato della strada che collega la chiesa madre all’ingresso principale del cimitero) e l’ortogonalità della chiesa di San Francesco, rispetto al tracciato di cui sopra, ci porta a pensare al probabile tracciato del cardo e del decumano.

Lo studio della metrologia, applicata all’impianto urbano e ai monumenti dell’acropoli, ha confermato la corrispondenza tra le fabbriche, lo schema dell’impianto cimiteriale e i sistemi di misurazione greco-romana (actus, stadio, piede ecc.). Le ricerche geologiche, chimico-fisiche, condotte con tecniche innovative hanno permesso di individuare tracce rilevanti di strutture antropiche, compatibili con il modello urbano descritto in precedenza.

L’intervento che si sta realizzando, pone la base per un rilancio dell’intera acropoli. Gli spazi restituiti possono essere il nucleo del futuro parco archeologico dell’acropoli. Le funzioni previste sono quelle di spazio espositivo, bookshop e caffetteria a piano terra, oltre l’aula conferenze nella chiesa annessa. Gli ambienti superiori possono ospitare uffici, laboratori, archivi per funzioni connesse al museo o all’ente parco archeologico. La sua configurazione spaziale esalta il rapporto tra luogo e paesaggio, mettendo in relazione l’ex monastero con la città, il territorio, l’Etna e il mare. Un sapiente equilibrio tra pieni e vuoti reinterpreta lo spazio restituendo ai fruitori ogni traccia della storia fino ad oggi.

Per questo, è necessario rendere plastiche le superfici - siano esse storiche che contemporanee, di metallo o intonacate, lisce o gregate (come l’intradosso dei nuovi solai) - attraverso l’uso del bianco (intonaco, pittura, rivestimento ecc.) che uniforma, in questo modo, la percezione degli ambienti interni delegando alla differenza morfologica la possibilità di leggere i tempi e le stratigrafie. Queste, che nel tempo hanno perso identità, sono ricomposte come abaco delle possibili declinazioni della storia. Unica eccezione. Il pavimento di argilla cotta esagonale. Traccia discreta di una matericità che affonda le sue radici nella storia dell’architettura di questa fabbrica antica.

L’elaborazione di un nuovo paradigma sulla valorizzazione dell’acropoli di Paternò, non può prescindere dall’elaborazione di una strategia unitaria (che non significa fare le ringhiere tutte uguali). Per questo è utile pensare all’uso delle fabbriche della regina come “museo laboratorio” e sede di un master su “architettura e archeologia”. Avviare scavi sistematici, su tutta l’acropoli, progettando i sistemi di copertura come allegoria del paesaggio naturale - fruibili sia a quota archeologica che a quota copertura (realizzando così l’idea della dott. Maniscalco della cripta archeologica). Incentivare le ricerche storiche, d’archivio che illustri studiosi locali possono portare finalmente alla luce. Trasformare l’acropoli in uno spazio per le istallazioni di arte contemporanea perché l’acropoli è un paesaggio culturale e giacimento prezioso. Si tratta anche di far confluire le migliori energie e non costruire piccoli regni.


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