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Ibridazioni dei paesaggi urbani

Strategie della trasformazione nella città di margine
di Francesco Finocchiaro - mercoledì 31 dicembre 2008 - 9583 letture

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Renzo Piano,California Academy of Sciences di San Francisco

Le modificazioni, nella città contemporanea, si realizzano attraverso innumerevoli processi insediativi. I modelli della città storica lasciano il passo a nuove strutture organizzative. La strada perde la sua funzione di relazione e diventa un vettore. Un tubo catodico che si lascia attraversare apaticamente per straripare in un “non luogo” elevato al rango di “città nuova”. Torno spesso su questo concetto: la città è relazione. Queste si realizzano a una diversa velocità, in luoghi frammentati e diffusi che vivono esasperatamente l’idea della densità. Una densità artificiale, occasionale, priva di memoria. Nuove “cattedrali” impegnano parti rilevanti del territorio urbano e peri-urbano, qualche volta elevandosi persino alla nobiltà di “santuario” fuori le mura. Mi riferisco, in particolare, ai centri commerciali, alle aree a forte concentrazione residenziale, industriale o turistica. Spesso la qualità di questi interventi è vanificata dall’assenza di un vero progetto urbano, che costruisca centralità. Le cattedrali sono connessa tra loro, da tubi senza anima chiamate strade. La città storica, presente come libro di pietra, ci fornisce utili suggerimenti non tanto formali, quanto tipologici, figurali e strategici. La disponibilità di risorse economiche ed energetiche ha prodotto una cultura della quantità a discapito della qualità. L’attuale crisi, che investe gran parte del mondo, ci impone una riflessione critica sui modi del progetto di architettura, sulle strategie degli investimenti riguardanti le trasformazioni urbane e sulla sostenibilità. Quest’ultima intesa, non come “un volere andare in pantofole sull’erba” quanto un saper costruire secondo regole, che fanno tesoro dei suggerimenti che la natura ci offre. Consapevoli tra l’altro, di essere, parte attiva di un paesaggio culturale, che si orienta verso l’uso sincero e coerente dei materiali e ricerca la misura delle cose. Quest’ultima diventa oggi tema centrale. La misura degli interventi. Coerenti, ai veri bisogni e non ai sogni. In questo senso proporre “l’ibridazione” può rappresentare una strategia percorribile e sostenibile.

Dai giardini pensili di Babilonia al tetto giardino di Le Corbusier fino al progetto di rinnovamento della California Academy of Sciences di San Francisco all’interno del Golden Gate Park di Renzo Piano, è un susseguirsi di “ibridazioni”. Il concetto d’ibridazione, preso a prestito da settori scientifici vicini alla biologia, può essere applicato ad altri ambiti di ricerca come quello architettonico e urbanistico. Non si tratta di puro accostamento o uso contemporaneo di tipologie. Il prodotto ottenuto attraverso il processo d’ibridazione non costituisce una sommatoria di parti, ma è esso stesso un elemento finito nuovo con caratteristiche e prestazioni proprie. Si può in questo senso, individuare un nuovo scenario, nell’elaborazione di strategie innovative, applicate alle trasformazioni del paesaggio urbano? Si possono prevedere ibridazioni funzionali che rendono sostenibile gli investimenti, sia in termini di risorse energetiche che finanziarie? E’ possibile applicare questi concetti sia negli interventi pubblici sia in quelli privati? La mia ipotesi è che ciò è possibile e necessario. Che nuove forme dell’abitare che usino i processi d’ibridazione debbano essere incoraggiati e governati. Credo che a parità d’investimento si debbano ottenere più performance urbane, più servizi, più risparmi. Oggi questo è necessario e non può prescindere da una prioritaria attenzione alla “sicurezza” urbana e al recupero dei “residui” in tutte le possibili declinazioni.

Il rapporto tra costruito e natura si è sempre realizzato attraverso un gesto insediativo semplice che si manifesta con l’attacco a terra del costruito sottraendo alla natura superficie. Quando questo gesto, perde il controllo e non è guidato da un progetto si parla genericamente di “cementificazione selvaggia”. Attributo negativo che caratterizza le nostre città contemporanee. Anche quando un progetto sovrintende questo fenomeno la percezione collettiva ci riporta all’idea di cementificazione. In fin dei conti ricerchiamo con insistenza l’armonia tra natura e artificio. Alla natura deleghiamo alcune funzioni collettive come i parchi, le riserve, le campagne, e i residui. All’artificio invece, le modalità dell’abitare. A Venezia per esempio, la natura costituita dal mare, esiste sotto il costruito, l’attraversa, costruisce persino la forma della città. Nello stesso modo in molte città la natura riconquista nuove superfici residuali, attraversa le costruzioni e ne conquista gli spazi delle coperture che diventano porzioni di campagna o di parco. Lontani da una ragione puramente estetica si tratta di sfruttare principi naturali per rendere sostenibile l’architettura. In pratica isolare termicamente l’involucro edilizio attraverso la realizzazione di veri e propri impianti vegetali con sistemi orizzontali e verticali anche attraverso l’uso di tecnologie idroponiche e/o aeroponiche che permettono di impiantare le essenze senza terra. Ma non solo. Contribuire all’abbattimento di emissione di anidride carbonica e perché no, implementare la quantità e la qualità degli standard urbanistici. Quest’ultima declinazione pare utile per registrare il concetto d’ibridazione urbanistica.

In questo senso appare evidente, che anche la localizzazione di manufatti di una certa rilevanza può sottostare al principio dell’ibridazione. Immaginiamo di dover realizzare un centro commerciale. Esso costituisce oggi l’investimento privato più rilevante. Se osserviamo l’esempio di Fuksas a Etnapolis ci rendiamo conto che esso ha costruito un nuovo paesaggio, che “distrugge, ma è anche un nuovo inizio. Può ricomporre ciò che spezza” come sostiene Rem Koolhaas in Junkspace parlando del Bigness (architettura estrema, goffa, una sorta di dinosauro) In questo caso il tema dell’ibridazione urbanistica impone di usare quest’opportunità per ottenere utilità collettive diffuse. Altra questione è quella della possibilità di generare urbanità a partire da una bigness. Come la residenza reale di Aranjuez (Spagna) ha generato l’armatura della città contemporanea e della campagna, così oggi i grandi interventi urbani possono generare nuove centralità e ricostruire il rapporto tra costruito e natura. Ma torniamo al tema di partenza. Una ricerca di Francesco Trovato propone interessanti applicazioni di ibridazioni urbane, di recupero di spazi inattesi alla città. Significativa l’esperienza del Cairo, dove la parte sottostante dei viadotti urbani diviene spazio dell’abitare spontaneo. Questo può rappresentare una possibile declinazione del progetto di architettura urbana. Si può quindi riqualificare lo spazio margine della città accogliendo interventi a scala urbana come appunto un centro commerciale o residenziale. Un passo avanti può essere fatto anche nella misura in cui si ottengono altre utilità. Per esempio attrezzare aree per la protezione civile, o consolidare infrastrutture viarie ibridando architettura e infrastruttura. (pensiamo a quelle viabilità obsolete che andrebbero consolidate e allargate se accogliessero strutture commerciali) oltre a creare parchi e giardini pubblici sulle coperture degli edifici pubblici o collettivi come nuove opportunità dell’abitare.

Nelle aree di marginalità culturali, si generano regressioni e opposizioni rispetto all’attuale dibattito sulla città e sulla campagna in ambito internazionale. Dalla città orizzontale a quella verticale. Dalla città statica a quella dinamica…comunque città, relazioni, incontri… urbanità. L’ibridazione diventa uno strumento di progetto. Sia essa urbana che architettonica. In pratica fare coesistere in uno stesso impianto insediativo più obiettivi. L’architettura di un centro commerciale, di un centro residenziale o turisto-ricettivo deve produrre città, sostenibilità, economia. Mi pare opportuno esplorare questo tema, verificandone l’applicabilità organizzativa, culturale e finaziaria. Mi pare, per questo, ovvio, uscire dalla storica definizione di periferia come margine del costruito e intendere in senso più ampio il suo significato, includendo anche il non costruito e la questione sociale, produttiva, della memoria. In pratica, la campagna urbana. Forse il progetto urbano deve sperimentarsi su una porzione rilevante di margine, per parlare di countryfront o countryside. Uscire dalla logica del progetto per parti contrapposte e proporre un giusto equilibrio tra il progetto utopico e la prassi politica che ha caratterizzato e ancora oggi condiziona il dibattito sulla città in movimento.


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