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Acropoli

Il parco della memoria. Strategia di un paesaggio culturale
di Francesco Finocchiaro - martedì 14 luglio 2009 - 2628 letture

Il nome di un luogo, può determinare la sua natura, la sua antica vocazione, la sua storia. Non ricordo che la “collina” di Paternò abbia avuto altre denominazioni se non qualche volta “rocca”. Mi pare utile rilevare che questi due termini si accompagnano rispettivamente a “storica” e “normanna”; determinando il carattere di testimonianza di civiltà con i suoi monumenti e brandelli di città. Entrambi i termini evidenziano il carattere, prevalentemente naturalistico di questo spazio straordinario. Le declinazioni “storica e normanna” appartengono all’immaginario collettivo, suggerendo scenari storici legati al passaggio dei normanni in una città che ha accolto, nella sua storia millenaria, molti altri popoli. Non è possibili determinare chi per primo ha avuto l’ardire di chiamarla acropoli, ne importa. Gli anni della mia formazione sono stati accompagnati dalla lettura dei saggi storici di Salvo Di Matteo e dagli schizzi di Franco Scandurra che prefiguravano templi dove oggi esistono chiese. E se non bastasse, le innumerevoli conversazioni con Laura Maniscalco, Salvo Fallica e gli storici locali, mi hanno convinto che il nome di questo spazio è “acropoli”. Questa declinazione ci porta a considerare l’aspetto urbano prevalente rispetto a quello naturalistico che pur presente ha condizionato la sua percezione. Le recenti scoperte, frutto degli scavi svolti dalla Sovrintendenza e dal lavoro di ricerca nel complesso di San Francesco, hanno riportato alla luce l’urbanità del sito.

Da una visione apparentemente occasionale delle rovine monumentali si passa a un modello urbano identificabile e stratificato, (fino all’insediamento greco-romano e ancora più indietro nel tempo come già presentato in precedenza). Questa forse è la grande novità che ci permette di promuovere a pieno titolo il nome di acropoli per identificare quest’unità paesaggistica.

E’ di questi giorni la notizia che sono maturi i tempi per realizzare un progetto che affonda le sue radici nel tempo. Negli anni ’60 e ’70 le sollecitazioni di Nino Lombardo; a seguire le associazioni culturali come Archeoclub, Siciliantica, Batarnù, Aria Nuova, Pro-loco e le testate giornalistiche e televisive locali - tutti - hanno contribuito a costruire le basi per parlare oggi di “parco archeologico dell’acropoli” di Paternò. Non bastano poche righe per citare tutti quelli che a vario titolo e in tempi diversi hanno creduto e lavorato a tutto ciò, non me ne voglia nessuno se in questa sede non sono citati tutti ma non posso esimermi dal ricordare: Angelino Cunsolo, Barbaro e Carmine Rapisarda, Francesco Giordano, Nino Tomasello, Pippo Virgillito, Mimmo Chisari, Carmelo e Alfio Ciccia, Barbaro Conti e Vincenzo Fallica (chissà quanti ancora). Questo è il tempo dell’agire nel rispetto di chi ha costruito la memoria. Tanto, c’è ancora da lavorare nella ricerca e negli studi e questi nuovi scenari impongono strategie investigative innovative.

Alcune questioni di metodo, rispetto all’idea di parco, sono necessarie da offrire al dibattito. La prima mi pare quella della definizione del perimetro. Circoscritto solo sulla sommità dell’acropoli o esteso in tutte le aree archeologiche? Quale le modalità per la sua determinazione? La seconda concerne il rapporto tra il parco e la città. Parco come riserva-recinto o come estensione dello spazio urbano? Questo impone una visione complessiva sulla mobilità, sull’accessibilità, sulle connessioni, sull’indotto e sugli usi compatibili. La terza questione riguarda il governo del parco e la sua sostanza. In pratica lo strumento di piano e di definizione del “giacimento archeologico” che a oggi è inespresso e per questo mi pare prioritario avviare scavi sistematici che tengano conto dei modelli urbani prefigurati in precedenza. Oggi è utile considerare, tra l’altro, il contributo di Daniele Ronsivalle nel suo libro “ri-generare paesaggi” con riferimento ai giacimenti culturali.

Gli artt. due, tre e quindici del bando del concorso d’idee “rocca normanna” e il “book, raccolta di documenti” pubblicato nel 2000, definiscono chiaramente i potenziali obiettivi e la lettura integrale dello stesso (cui si rimanda il lettore) permetterebbe di individuare un percorso progettuale ancora possibile. I risultati dello stesso concorso, pur evidenziando un ottimo livello di lettura e interpretazione dell’acropoli, hanno disatteso parzialmente le richieste del bando che miravano proprio alla soluzione delle questioni di cui sopra non definendo scenari percorribili sul piano pratico ma offrendo innumerevoli sollecitazioni emozionali. Credo che sia necessario, così come voleva il bando negli articoli finali, trasformare quelle sollecitazioni e le successive, (come la proposta di pre-fattibilità del piano strategico del 2007 commissionato dall’Assessorato all’Ambiente di Paternò e la proposta di parco letterario “pervigilium Veneris” da parte della parrocchia Santa Maria dell’alto e dall’associazione ArteAlta) che negli anni si sono sedimentate, in una nuova proposta di progetto urbano organico che colga le opportunità della finanza europea. E proprio questo il punto. L’istituzione del parco, non può prescindere dall’elaborazione di un progetto legato alla revisione del piano regolatore generale e che con esso sia organico e lo stesso, non può essere la semplice sommatoria di singoli progetti trasformati in piano.

Mi pare ovvio, che la costituzione di un comitato tecnico scientifico autorevole, che costruisca l’armatura di piano e di gestione del parco, sia necessaria e propedeutica alla costituzione dello stesso. Si tratta di costruire la sostanza, a partire dalla conoscenza, sfruttando le risorse culturali e tecnologiche.

Non credo sia utile individuare nuove aree di sottogoverno ma costruire un ragionamento che, partendo dalle questioni prima espresse, proponga una strategia. Non si tratta di imbavagliare una nuova porzione di territorio impedendo e basta. Non si tratta di rinunciare alla sua trasformazione impedendo l’uso dell’architettura contemporanea perché quando nulla si può fare, nulla si sa fare. (Toledo, Ragusa, Siracusa, Venezia, Berlino, Sagunto, Brescia, Burgos, ecc), non si tratta di guardare l’oggetto ma il paesaggio, non si tratta di solo cultura ma di eco-economia, non si tratta di affari ma di democrazia, non si tratta di rigidezza ma di flessibilità. Si tratta di territorio fatto di città, fiume, campagne e giacimenti culturali. Si tratta di convergenza e condivisione dei saperi e degli interessi. Per rompere i recinti del silenzio.


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