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Le rovine urbane. Dizionario essenziale per il progetto di rigenerazione della città.

La città che perde la sua identità e con essa le sue funzioni vitali, si avvia verso lo status di “rudere” o “rovina”. Una specie di reperto archeologico, al cui interno si organizzano “scambi” incoerenti e inopportuni, rispetto al proprio tempo.
di Francesco Finocchiaro - lunedì 4 agosto 2008 - 5021 letture

In pratica si vive il senso della “città” altrove, all’interno dei centri commerciali, aeroporti e qualche volta nei villaggi vacanze.

La città, luogo dello scambio per eccellenza, perde sempre di più quel vigore culturale, economico e sociale che ha contraddistinto nei secoli la “Polis”. Forse è una delle tante conseguenze della città diffusa (qualcuno preferisce frammentata) che dilata in uno spazio territoriale più vasto, quelle relazioni antiche che generavano “società” e che oggi sono occupati da sterili vuoti indifferenziati.

L’uomo “commerciale” ha preso il sopravvento sull’uomo “sociale”. Ormai rispondere alla domanda “di dove sei” diventa complicato. Dormo da una parte, compro dall’altra, lavoro altrove e socializzo solo in estate alla festa del paese vicino. Viviamo in un villaggio globale minimo. La città a questo punto perde la sua originaria funzione.

L’incontro. Tra culture, tra merci, tra idee, tra desideri, tra uomini. Perdendo, tra l’altro, la sua capacità di connessione tra le parti, di relazione con il suo intorno e tra le centralità che nel tempo si sono generate.

Un tempo la città possedeva un atlante di segni e simboli che costituivono la sua “identità. Riconosciuti dalla popolazione e da chiunque arrivasse dall’esterno. La chiesa madre, l’acropoli, il fiume, le fonti, i giardini, le porte, i mulini , le fabbriche, le strade, le piazze, i quartieri e cosi via. Credo che ad oggi non siamo riusciti a cogliere questo malessere, o meglio, lo percepiamo solo come giudizio estetico superficiale.

La città è brutta. La città non offre opportunità. Ci siamo ostinati a creare molte nuove città nella città, o ai margini della città, pensando che si trattava di realizzare “belle case” consultando tra l’altro, un catalogo dell’architettura trovato chissà in quale soffitta. (la qualità della città dipende dalle sue singole parti che la costituiscono, Aldo Rossi)

Ancora oggi penso che dagli anni ’70 fino ai giorni nostri, abbiamo ostinatamente negato il progetto di architettura e cosa ancora più grave il progetto degli spazi collettivi. Abbiamo perso il senso della collettività, della condivisione di un progetto comune come poteva essere la costruzione di una chiesa o di una piazza nel medioevo. Il senso esasperato del progetto personale e l’edonismo di “vallette e tronisti”, ha creato le condizioni per realizzare dormitori più o meno belli (la mia è più bella della tua). Più o meno colorati. Più o meno originali (il paradigma è forzato ma rende l’idea).

Comunque legati tutti dall’assenza di spazi collettivi vivibili, di connessioni con altre parti di città, dall’uso di modelli figurali fuori dal tempo, (capanne esotiche modello Hollywood) nonchè dalla discutibile qualità figurale, disarmonica con il paesaggio. Inoltre la politica sulla casa, ha preferito compromettere voracemente gli spazi agricoli (acquisiti a buon prezzo e chi se ne frega dell’agricoltura) anziché ristrutturare la città consolidata (che nel frattempo è diventata una vecchia signora dal mestiere antico che consideriamo ancora vergine). Quanto detto può sembrare il vaneggiamento di un “comunista anni ’60” (categoria purtroppo estinta) o della pizia di Delfi (ancora esiste qualche esemplare nella pianura padana) ma non è così.

Il sottoscritto ritiene che è condivisibile realizzare nuovi spazi dell’abitare, nuove parti di città, (conosciute come zone d’espansione) ma ragionando attorno al progetto di spazio collettivo. Il governo della città dovrebbe riacquisire la funzione d’indirizzo e programmazione che il PRG ha di fatto disatteso. (abbiamo ancora oggi l’obbligo di redigerlo ma sappiamo tutti che è anacronistico e in qualche caso inibisce l’azione imprenditoriale) Per esempio, attraverso il progetto delle infrastrutture della mobilità. Rigenerare, ricucire e offrire opportunità agli imprenditori per realizzare i luoghi dell’abitare lungo i sistemi della mobilità pubblica (residenze, edifici pubblici e collettivi, ecc)

Guardare la città con nuovi occhi. Pensarla nell’ottica dell’accessibilità, della protezione civile, dello sviluppo economico. Questo ultimo rappresenta, nel vocabolario corrente, l’affermazione più in uso. Pensiamo al tessuto commerciale al dettaglio, che ha perso la sua forza economica e sociale sull’altare dei grandi centri di distribuzione e non trova incentivi nelle città “rudere”. Ripensare la città significa, prima di tutto ridare centralità al “progetto urbano” offrendo opportunità a chi intende investire coerentemente ad un progetto globale “condiviso, sostenibile”.

Occuparsi delle “marginalità” sia urbane che periurbane. Attivare i nuovi strumenti della pianificazione che rendono efficaci i processi di piano dando centralità alle proposte private. Utilizzare il progetto di spazio collettivo come generatore di opportunità finalizzate alla trasformazione territoriale. Verificare l’efficacia e l’utilità degli strumenti di pianificazione in uso attraverso l’analisi dei successi e degli insucessi.

Pensare alla città non come contrapposta alla campagna ma come parte di un paesaggio più complesso e articolato (le categorie del verde agricolo sono il residuo di un processo di piano). Realizzare azioni di conoscenza del territorio aggiornando quelli esistenti e promuovendo nuove letture integrate e multidisciplinari. Considerare il territorio una risorsa. L’azione una necessità. Il progetto urbano un metodo.


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Le rovine urbane. Dizionario essenziale per il progetto di rigenerazione della città.
7 agosto 2008, di : fwef

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