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Il rifugio di Provenzano ed il carosello di figure devote e mute

La mafia è un fatto culturale, sconfiggerla significa modificare l’atteggiamento di una intera popolazione, quella siciliana, che ancora rinuncia a sé e si piega al carosello muto di questo o quel boss.
di Paola Fagone - mercoledì 3 maggio 2006 - 5275 letture

Appena varcato il cancello, un enorme cespuglio di rosmarino profumato e pieno di infiorescenze azzurre, poi un fico ed un pesco. Al centro un abbeveratoio circolare per gli animali ed una stalla ricavata dalla roccia. Una roccia friabile e stratificata. Più in alto un mandorlo con qualche frutto e finalmente il casolare, ma dal retro. Due cani circolano indisturbati, oggi sono svezzati dai poliziotti che vigilano sulla proprietà sottoposta a sequestro. Sono i cani di Giovanni (n.d.r. Marino), qualcuno che si ferma li ha riconosciuti e si informa sul loro destino. Giovanni è il pastore che ospitava nella sua proprietà il boss latitante. Anche lui è coinvolto nelle indagini a tutto tondo e meticolose della Polizia di Stato.

Si lavora ancora, ininterrottamente, con scrupolo. La masseria è un cumulo di rottami, di mobili abbandonati, di attrezzi di lavoro arrugginiti. Sembra che tutto sia lasciato lì in stato di abbandono, invece l’azienda casearia produceva giornalmente ricotta e formaggi, era molto frequentata da avventori, anche se carente dal punto di vista igienico. Era frequentata anche dai devoti del boss che notificavano i pizzini. La zona circostante sembra desolata, la televisione in un primo momento ha mandato in onda immagini anguste, con il campo ristretto, lasciando intendere che il casolare fosse un rifugio nel bosco. Invece, il cancello arrugginito che protegge la tenuta del boss da proprio sulla strada, che è davvero molto frequentata. Vuoi per i curiosi, vuoi per la gente che passa da lì per andare a lavoro.

Ne passa tanta gente, si informa, chiede alla polizia il permesso per fare le foto ricordo. Già immagino comitive d’inglesi con il gusto del torbido, dirotteranno le loro visite turistiche palermitane verso l’entroterra corleonese. Già immagino gli enti locali che organizzano spedizioni al sito insolito, rifugio e centro direzionale degli affari mafiosi. Intorno ad una natura lussureggiante, fanno capolino decine di villette ben tenute, incorniciano il bel contesto campagnolo. Non sono disabitate, non solo perché è domenica, ma perché hanno alberi da frutta e roseti curati, nobili cespugli di alloro, ulivi secolari, vociare di bambini e di mamme. Anche la vallata circostante sembra curata ed immobile. Qualcuno va a finocchietti selvatici (quelli della pasta con le sarde) o a cicoria, quella che lo stesso zio Binnu amava consumare copiosamente.

La gente passa, ha sguardi curiosi, dubitanti, qualcuno non osa nemmeno fare cenno con la coda dell’occhio. La tensione emotiva è mitigata dalla natura che esplode in tutto il suo vigore primaverile. Se si pensa per un attimo alla valenza che ha avuto il personaggio Provenzano, non si riesce a collocarlo con il contesto. Sono diversi i modi di metabolizzare l’evento, ognuno a suo modo deve darsi una spiegazione e giustificare una scelta così drastica, fuori da ogni contesto di legalità. Per sfuggire ad una reclusione, Bennardo Provenzano si è imposto un esilio austero che della reclusione ha avuto tutto il sapore. Come si attraversano gli anni in questo modo?

Per noi che viviamo in costante ricerca del piacere, dell’autorealizzazione, non possiamo comprendere con facilità. Possiamo paragonare il tutto all’ascetismo, alla rinuncia del sé sociale, in favore di un appagamento derivato dal potere, dalla sopraffazione, dalla violenza sanguinaria. Una vita intera da segregato speciale, da recluso nella stanza dei bottoni. Da padre eterno che decide dei vivi e dei morti. Provenzano ha vissuto così, in bilico tra l’efferatezza e la santità cui ambiva concedendosi meticolose letture della Sacra Bibbia. Protetto da una sfilza di fedelissimi che hanno eseguito i suoi ordini scanditi, cadenzati nel minuetto di foglietti sparsi, sottili di carta velina che passavano di mano in mano. Quanto diventa facile comandare in questo modo? Facilissimo se una intera comunità tace ed acconsente.

Di Corleone ci si immagina ancora quelle strade non asfaltate, con i muli e le case diroccate dai bombardamenti. Qualche giornalista audace, nel corso di tutti questi anni ha osato oltrepassare la cortina, sono state soprattutto le testate giornalistiche straniere, quelle incuriosite dal modo di vivere dei siciliani con le coppole, delle vecchie con lo scialle nero che ricordano, in tempi recenti, il velo del regime talebano. Corleone invece pullula di ragazzi, di boy scout, di case abitate e di macchine moderne per le strade. Corleone è cresciuta in tutti questi anni, come le più anonime cittadine della provincia italiana. Nell’immaginario collettivo il boss ha le sembianze del protagonista del “Padrino”. Seduto alla sua poltrona capitonnè, alla penombra del suo studio severo, che profuma di sigaro cubano e cuoio conciato. Robe da maschi, di figure in gessato e Borsalino. Uomini che profumano di acqua di Colonia e brillantina.

La realtà invece ha superato ogni più teatrale immaginazione e ci ha consegnato un vecchio smilzo ed ossuto, dal riso beffardo e dalla ferocia mitigata dalla devozione al Signore. Ancora una volta sacro e profano, efferatezza e santità. Chissà quanta gente avrà avuto al suo cospetto, come i sudditi con il loro sovrano. Ma il vecchino di Corleone come ha potuto da solo gestire il suo impero? Si può immaginare una escalation di sangue e potere senza il consenso della zona grigia della legalità?

Ci sono tutte le tracce per un nuovo soggetto cinematografico. La mafia e il potere, il vecchio e la natura selvaggia ed indomita. La sua donna, devota e defilata, figura importantissima di tutta la vita del boss. Il suo “caro amore” che per tutti questi anni è rimasta fedele, in disparte, in costante tensione per la sua vita, la sua famiglia, il suo uomo. Lo attende per tutta la vita, non lo ha mai sposato, gli ha dato dei figli, è stata sua complice silenziosa e devota.

In tutta questa squallida storia ci sono molti spunti per la riflessione, per l’analisi dei personaggi che l’hanno popolata. Senza volere in alcun modo mancare di rispetto alle vittime di mafia, ci sarà un tempo in cui qualcuno restituirà alla storia i suoi personaggi. I buoni ed i cattivi, come nella migliore tradizione romanzesca, saranno ricordati per la loro peculiarità, per il loro modo di vivere. In tutti i fedeli del boss c’è l’esasperazione dell’indole siciliana. Non possiamo sfuggire, non possiamo non riconoscerci nel loro ritratto maschile e femminile.

La mafia è un fatto culturale, sconfiggerla significa modificare l’atteggiamento di una intera popolazione, quella siciliana, che ancora rinuncia a sé e si piega al carosello muto di questo o quel boss.


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MEGLIO STENDERE UN VELO PIETOSO
6 maggio 2006, di : Carolina

Sei sicura che sia Provenzano?

Sei certa che si tratti di un capomafia?

Sei certa che sia colpevole di ciò di cui lo si accusa?

Hai parlato con lui, o con il suo avvocato, o con i suoi familiari?

PROVA A FARTI QUESTE DOMANDE E A DARTI UNA RISPOSTA.

TI VORREI FAR NOTARE CHE GLI UNICI CHE DICONO DI CREDERE NELLA GIUSTIZIA ITALIANA SONO GLI ITALIANI, NEL DISPERATO TENTATIVO DI ILLUDERE ANCHE SE STESSI. MA IL RESTO D’EUROPA E DEL MONDO RIDE.