Sei all'interno di >> :.: Primo Piano | Attualità e società |

Italia, perdona loro perché non sanno quello che fanno

Gli slogan contro le vittime di Nassirya non fanno onore alle vittime e turbano la coscienza civile del Paese
di Paola Fagone - giovedì 23 novembre 2006 - 3678 letture

Gli slogan contro le vittime di Nassirya non fanno onore alle vittime e turbano la coscienza civile del Paese.

E’ scritto in molti muri delle nostre città, l’irripetibile slogan è scarabocchiato di fretta nelle anguste vie dei centri storici, quelli frequentati dai giovani dei centri sociali, gli stessi dei cortei che chiedono una risoluzione immediata del conflitto in Iraq. E’ vero, non c’era motivo di andare, perché la democrazia non si esporta e non s’innesta dall’oggi al domani. Non senza versamenti di sangue, senza profondi e radicali mutamenti nell’assetto sociale degli stati colpiti da forte controversie interne che prevedono, comunque, il pronto intervento della comunità internazionale.

Gli slogan contro Nassirya sono scandalosi, non li vogliamo ripetere, e lo sono perché anzitutto offendono la memoria dei caduti e le coscienze di tutti i cittadini che hanno a cuore le sorti del nostro Paese, pur scegliendo di non schierarsi apertamente e adottando forme di proteste pacifiche. Lo fanno ogni giorno, con il silente contributo che danno alla collettività, al mondo del lavoro, alle associazioni di solidarietà sociale. Perché non bisogna essere necessariamente di sinistra o di centro, di sotto o di lato per ripudiare la guerra, per capire che è un autentico crimine mandare al macello della guerra giovani uomini e padri di famiglia coraggiosi.

Qualcuno ha sostenuto che la strage di Nassirya è per l’Italia il nostro personale 11 settembre. Può darsi, anche perché periodicamente si sente forte il bisogno di celebrare i propri martiri. Sembra che tutto ciò sia giusto e faccia parte del gioco della nazione, della politica, del senso della Patria. I caduti italiani mancavano alle odierne generazioni, perché ogni generazione è chiamata a piangere i suoi morti affinché resti impresso nelle coscienze lo sdegno e l’orrore per questo o per quell’altro fatto che turba l’Italia sana, degna di essere considerata un paese civile.

Nella generale crisi di valori che investe la società tutta, fa francamente piacere che ci siano gruppi giovanili che si schierano contro un sistema sbagliato di amministrare il mondo. Ma lo fanno nel modo meno opportuno, rianimando ideologie agonizzanti e anacronistiche. Le città sono contenitori di anime in pena che vagano senza meta alcuna. I giovani subiscono in alta percentuale questa alienazione diffusa. Far parte di un gruppo legittimato da una ideologia qualsiasi serve a far emergere dall’oblio ragazzi che non hanno prospettive per il futuro. Almeno fino a quando, finito di scorazzare per la città in assetto di guerriglia urbana, non indossano il doppiopetto e vanno a lavorare nell’azienda del paparino.

Il corteo contro i caduti di Nassirya - non autorizzato si spera – è un tentativo infelice di emergere da un anonimato alienante che colpisce diffusamente i giovani di oggi, handicappati da un grave fardello che le politiche mondiali infligge loro: la mancanza di progettualità, l’incapacità di proporre opportunità per poter pianificare le loro esistenze. Reagire, con irruenza alle controversie internazionali è legittimo, serve a porre l’attenzione dell’opinione pubblica sulle cose sbagliate che l’umanità subisce suo malgrado. La supervisione dei movimenti sociali serve ad auspicare un mondo migliore, uno stato di diritto, capace di risolvere le problematiche senza ricorrere alle politiche della guerra e dell’imperialismo feroce delle superpotenze, disposte a tutto, pur di moltiplicare il fatturato in termini economici, e in termini di diffusione di potere.

Durante la guerra del Vietnam i movimenti pacifisti facevano altrettanto baccano alle commemorazioni delle numerose vittime tornate in patria dentro una bara, ma con una medaglia al petto. Le televisioni di stato avevano però l’ardire di non mandare in onda scenari di guerriglia urbana che avrebbero scosso le menti benpensanti della middle-class americana. Erano altri tempi, i panni sporchi si lavavano in casa ed i media non volevano/potevano rincorrere gli effetti speciali con lo stesso cinismo di quelli attuali. C’era pudore, etica professionale ed un uso corretto del mezzo televisivo. Certo, poteva sembrare tutto ciò palesemente ipocrita, un sistema per nascondere il diritto di cronaca, il dovere di mandare in onda anche immagini scomode. Ma le rivoluzioni si facevano anche in altri modi, con metodi più democratici, con la teoria, con i libri, con l’agire politico di grandi uomini che avrebbero smosso, solo con la forza del pensiero, i ristagni ideologici che solo male fanno.
Ho chiesto ad un giovane militante di sinistra il motivo di tanta avversione nei confronti delle vittime dell’attentato di Nassirya. Cogliendo il mio disappunto e l’incapacità di dare razionali spiegazioni a tale odio per partito preso, ha precisato che la pietà umana va oltre e non si possono definire eroi – ha continuato – dei tizi sdraiati in brandina o che giocano a biliardo, coinvolti per fatalità, in un gioco di sangue più grande di loro. L’affermazione è pesante, ma merita una riflessione.

Superato lo sdegno iniziale, penso che effettivamente queste missioni internazionali di pace, o di guerra, non sono altro che un albero della cuccagna da arraffare. Molti militari, attraverso le missioni, hanno l’opportunità di “arrotondare” uno stipendio non adeguato alla responsabilità dell’impiego che sono chiamati a svolgere. E’ una roulette russa, può andare bene e può andare male, come è accaduto ai nostri sventurati soldati. Fa parte del pacchetto, mettere in conto il rischio di non tornare mai più a casa. Anche i militari hanno famiglie da sfamare, mutui da pagare e dietro la spinta propulsiva del senso di patria (mettiamolo in conto), lasciano gli affetti per tentare la sorte nella grande industria della guerra. Emigrano e vanno alla guerra come si andava nelle miniere in Belgio. Sulle missioni di guerra o di pace la comunità internazionale investe e tenta di rilanciare le proprie economie sonnecchianti. Lo sanno i giovani contestatori, lo sappiamo tutti noi che non abbiamo tutto questo coraggio per partire, lasciare tutto al caso e sperare di tornare ad abbracciare i nostri cari.

Ma contestare i morti ammazzati è imprudente, è volgare, è impietoso. Commemorare i morti è una forma miserevole di risarcimento alla famiglie, è vero, ma è opportuno e necessario per ricordare che la politica italiana ed internazionale ha molto da lavorare per non far ripetere mai più simili atrocità. L’affare Nassirya non è ancora concluso, non c’è stato alcun ritiro immediato delle truppe, che manco a ridirlo, non facevano la guerra! Si stanno pianificando le opportunità per scavare fino in fondo al pentolone e non c’entra nulla il colore del governo in carica. La pax armata conviene a tutti, ma non consente di intitolare vie, piazze, monumenti e forse qualche aula universitaria. L’affare missione di pace non è concluso e resta aperto il conto con le vittime avute e quelle potenziali che, speriamo non verranno.

Gli slogan contro le vittime di Nassirya sono feroci e gratuiti, offendono profondamente le famiglie, i nomi e i cognomi di chi ha lasciato la vita morendo a brandelli. Le generazioni future forse saranno più clementi con quei ragazzi che, per senso di patria, per niente mercenario, hanno concluso i loro giorni tragicamente. Le generazioni future avranno il dovere di trascrivere questo episodio di tragica cronaca nelle pagine di storia, semmai avranno ancora una Storia. I giovani di oggi non sono in grado di farlo perché la ferita brucia, in fondo, anche per loro.


Rispondere all'articolo - Ci sono 1 contributi al forum. - Policy sui Forum -
Italia, perdona loro perché non sanno quello che fanno
24 novembre 2006, di : Luigi Iovino

Gent.ma sig.ra Fagone, Mi associo alla sua rimostranza,ed al Suo APPELLO, i momenti storici e politici in cui si prendono delle decisioni così gravi, come quella di inviare dei giovani in missioni in luoghi pericolosi (in Italia come all’estero) sfuggono sempre alla comprensione immediata, e comunque la morte di persone, andati in missione, è sempre una tragedia sulla quale non è giusto speculare. Ben altre considerazioni dovrebbero farsi sulle opportunità o meno di partecipare a certe operazioni,(anche di chi ha spinto i dimostranti a bruciare i fantocci in divisa Italiana) ma queste sono è rimangono condiderazioni politiche, da farsi nelle opportune sedi. Io dico ONORE ALLA VITA, a prescindere, una vita umana, (inserendo in questo complesso anche gli animali alla stregua degli uomini) deve essere sempre rispettata e protetta) e la sua fine, anche del peggior nemico, non va mai festeggiata.