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Non solo mafie: il caso di Satnam Singh

Il "caso" del giovane indiano ucciso dalla disumanità del suo datore di lavoro apre la questione della cecità collettiva davanti ai nuovi schiavi

di francoplat - lunedì 24 giugno 2024 - 504 letture

«Noi gli indiani li vediamo solo nei film di John Wayne».

Questa fu la risposta del prefetto di Latina a Marco Omizzolo e a Giovanni Gioia, segretario generale Flai Cgil Latina, a colloquio con il funzionario per denunciare la situazione di sfruttamento schiavistico della comunità dei sikh indiani nelle terre dell’Agro pontino. Tale risposta, che evidenzia una riprovevole ignoranza circa le differenze tra amerindi e punjubi, è stata, nel gennaio di quest’anno, proposta su queste pagine, all’interno di un articolo che riassumeva i contenuti di una relazione sul tema delle agromafie tenuta dal sociologo Marco Omizzolo ai docenti piemontesi iscritti al corso sulle mafie organizzato dal liceo artistico torinese “Renato Cottini”.

Non si intende ora tornare sull’intervento di Omizzolo, ma occorre rievocarlo per riflettere su un caso di cronaca recente, la morte del giovane indiano Satnam Singh, bracciante che, da due anni, lavorava presso l’azienda agricola Lovato a Borgo Santa Maria, in provincia di Latina. Lunedì 17 giugno, com’è ormai noto, Satnam Singh è stato scaricato davanti casa sua dal “padrone”, Antonello Lovato, dopo aver perso l’arto destro, tranciatogli da una macchina avvolgi plastica, che gli ha anche fratturato le gambe. Davanti casa, non in ospedale; scaricato con la moglie, anch’essa bracciante presso la stessa azienda, e con una cassetta contenente il suo braccio destro. Per completare il quadro della sequenza di atti disumani, il “padrone” ha pensato bene, inoltre, di sottrarre ai coniugi i telefoni cellulari.

In questa vicenda, l’umanità si vaporizza. Lo dice bene il sociologo Marco Revelli: quel che colpisce «non è tanto l’incidente sul lavoro accaduto a un migrante senza documenti […], ma l’abisso di disumanità che la vicenda rivela». Disumanità che si allarga a cerchi concentrici, laddove si riascoltino le dichiarazioni del padre di Lovato, Renzo, intervistato dal TG1: «l’avevo avvisato di non avvicinarsi al mezzo, ma ha fatto di testa sua. […] Una leggerezza che è costata cara a tutti».

Dunque, per un servitore dello Stato i sikh indiani non esistono nell’Agro pontino e per un proprietario agricolo sono incauti e testardi. Invisibili, in realtà, paiono esserlo davvero e non solo per il prefetto di Latina, a quanto pare. A fronte di una miriade di inchieste, documenti, servizi, dati quantitativi, a fronte di uno sciopero che, nell’aprile 2016, portò circa 4000 persone a protestare a Latina contro lo sfruttamento del bracciantato agricolo, a fronte di una legge, la 199 del 2016 – ispirata da quella protesta di tanti lavoratori indiani organizzati da Omizzolo e dalla Cgil locale –, che aggredisce il capitale e non solo il caporale, a fronte di tutto ciò e molto altro, la vicenda di Satnam Singh è stata divulgata come un “caso”, un lampo improvviso, e ha provocato la mozione degli affetti collettivi.

L’indignazione ha pervaso, infatti, la società civile, i mass media, la politica; Mentana ha segnato un punto a favore del suo TGLa7, svelando che il signor Lovato senior, Renzo, è destinatario di un’indagine iniziata nel 2019 per caporalato, ma che non è ancora giunta nelle aule del tribunale. Dal canto suo, il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, si è affrettato a spiegare che «il decesso di un operaio per colpa di un criminale non deve portare a criminalizzare tutte le imprese agricole», mentre il capo del governo, Giorgia Meloni, ha precisato che «sono atti disumani che non appartengono al popolo italiano».

Meloni e Lollobrigida ci tengono a operare dei distinguo. Hanno ragione, le generalizzazioni sono sempre inopportune, schiacciano la realtà, la appiattiscono. E, tuttavia, non hanno completamente ragione. Come non ce l’hanno i media che si ostinano a parlare di caporalato, impedendo di distinguere tra proprietari terrieri, i “padroni”, e dipendenti al soldo di quelli, i caporali, appunto. In questa vicenda o, per meglio dire, nel racconto di questa vicenda, si è perso il dato centrale: la morte di questo giovane indiano non è un caso, è solo l’episodio in cui la disumanità ha raggiunto il suo livello più raffinato e sordido ed è diventata un fatto pubblico. Satnam Singh è uno dei tanti morti prodotti dalle nostre campagne nelle quali il sistema semi-schiavistico in cui vivono i braccianti è davvero ormai un sistema consolidato e ben oleato. In quelle campagne – l’Agro pontino, come il Cuneese, il Veronese o, ancora, Rosarno, Villa Literno, alcune aree emiliane – si muore da decenni. Si muore di morti bianche, si muore di suicidi, si muore di fame e di stenti, si muore di invisibilità, si muore di emarginazione dalla comunità sikh se si è costretti ad assumere sostanze dopanti per reggere i ritmi di lavoro che, con enfasi indignata, hanno rivelato, come uno scoop, i media in questi giorni. Si muore nella cecità che non si può definire innocente delle istituzioni e della stessa società civile.

No, non hanno ragione Meloni e Lollobrigida. È italiana la proprietà terriera, italiana la struttura politica che di quel blocco agrario ha bisogno in termini di consenso, italiana la società che vede e che sa, che vede quei braccianti percorrere in bicicletta il tragitto dagli indecenti baracconi in cui vivono ai campi per fornire i prodotti da sistemare al mattino sugli scaffali della grande distribuzione, italiana la mano che strappa affitti feroci ai braccianti per vivere senza alcuna condizione igienico-sanitaria, in case italiane, è anche, almeno in parte, italiana l’intermediazione nel traffico internazionale dei nuovi schiavi – siamo il terzo paese europeo per numero assoluto di schiavi, dopo Turchia e Polonia, secondo il rapporto del Global Research di Walk Free Foundation –, è italiana l’economia che si giova della nostra coscienza pulita; pulita così come vorrebbe farci intendere il capo del governo, sia chiaro. E anche Lollobrigida sbaglia, non si tratta solo di criminali, per quanto sia vero che lo sfruttamento del lavoro bracciantile passi anche da mani criminali. Non ci sono alcune mele marce, esiste un sistema, un sistema di organizzazione del lavoro che si deve definire, senza troppe ipocrisie lessicali, sfruttamento schiavistico del lavoro. E riguarda padroni e padrini, caporali e trafficanti di uomini, che alimentano quella realtà agromafiosa in grado di produrre 24,5 miliardi di euro l’anno, cifra pari o superiore a una finanziaria.

Davvero possiamo presentare la morte di Satnam Singh come un episodio che ci immette in una realtà sconosciuta? Era il primo aprile del 2014 quando una giornalista di “Repubblica”, Valeria Teodonio, raccontava quanto accadeva nelle campagne dell’Agro pontino, narrando quella condizione degradante di vita che, oggi, pare essersi palesata come un miracolo acre agli occhi del “popolo italiano”. Raccontava la vita dei sikh indiani, aiutata in questo da Giovanni Gioia, raccontava delle centinaia di «braccianti indiani, donne e uomini» trovati per strada; raccontava dei 500 euro al mese d’affitto pagati a un italiano da un giovane indiano per 30 metri quadrati fatiscenti, a San Felice Circeo, al quale padrone il bracciante pagava anche la bolletta della luce per consumi che, di fatto, non gli appartenevano.

Documenti di questo tipo se ne trovano molti in Rete. La stessa “Piazza Pulita” di Corrado Formigli, nel 2016 presentò un’inchiesta simile, altrettanto diretta, altrettanto lucida e chiara. Stavolta, la giornalista, Laura Buonasera, interloquiva con Marco Omizzolo, le cui opere – a partire da “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana”, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019 – precisano con dovizia di particolari quanto il sociologo ha raccolto sul campo, documentato attraverso i mesi passati in quelle campagne, tra quegli invisibili solo agli occhi di chi non li ha voluti e non li vuole vedere. Sarebbe stato sufficiente leggere e guardare, per evitare di sobbalzare sulla sedia quando, una settimana fa, veniva annunciato il dramma di quello sfortunato giovane indiano.

Perché il tema vero non è soltanto la morte di Satnam Singh. Questo non è un solo tema, ma una tragedia. Il tema vero, tornando all’inizio, è perché il prefetto di Latina abbia risposto in quel modo a Omizzolo e a Gioia. È quanto uno studente ha domandato a chi scrive, il quale con i discenti, nell’anno scolastico appena concluso, ha affrontato proprio la questione dello sfruttamento del lavoro bracciantile nell’Agro pontino. «Professore, perché ha risposto così il prefetto»? Già, perché? Il professore ha risposto quello che lo stesso Omizzolo aveva detto a lui e agli altri docenti al Cottini: perché quando il sociologo è stato audito in Commissione antimafia mancavano due senatori eletti in provincia di Latina poi incriminati e condannati per sfruttamento del lavoro? Come mai le campagne elettorali in provincia di Latina vengono aperte nelle aziende agricole?

Aveva risposto con delle domande, Omizzolo. Domande su domande, che ruotano, però, attorno allo stesso tema indicibile, eppure drammaticamente incardinato nelle nostre realtà: la disumanizzazione della forza lavoro operata da un sistema economico a cui giova il partenariato della politica, la sua complicità, e l’assenza di correttivi operata da questa alle aberrazioni di quello. Il tema vero è la cecità collettiva in cui viviamo, in cui una gran parte di noi vive, miopia radicale che molto deve proprio al connubio violento tra un’economia priva di etica e una politica, a destra come a sinistra, priva di autonomia e di una visione del mondo alternativa a quella della felicità individuale a ogni costo.

Viene in mente la vicenda immaginata da quello splendido scrittore che è José Saramago, narrata in “Cecità”, appunto: un’epidemia inspiegabile e improvvisa rende cieca l’intera popolazione di un luogo non precisato e le conseguenze di tale cecità sono drammatiche, evidenziano la matta bestialità umana, la lotta di tutti contro tutti, l’abbruttimento feroce, la degradazione, l’indifferenza, l’opportunismo, il potere, la sopraffazione, l’egoismo. Centinaia di migliaia di braccianti, in tutta Italia, vivono nelle condizioni di Satnam Singh, ogni giorno, da decenni, vivono tra noi, ma non li sappiamo vedere. Perché abbiamo cessato di immaginare le persone dietro le cose, abbiamo resettato la consapevolezza che gli oggetti non vivono di vita propria, che un pomodoro, prima di diventare un ottimo sugo sulle nostre tavole, è un frutto della terra che qualcuno dovrà coltivare e raccogliere. Quel qualcuno è diventato, ai nostri occhi, come un’entità astratta, priva di consistenza, o un essere magico, una sorta di elfo domestico che si prodiga per il nostro agio. Ma, se srotoliamo il percorso del pomodoro che aureola i nostri rigatoni e andiamo indietro, dal piatto allo scaffale e dallo scaffale al campo della Cooperativa Agrilovato, ecco, vedremo palesarsi le forme dei tanti Satnam Singh, i nostri domestici a titolo quasi gratuito. Le galline dalle uova d’oro per chi, un tempo come oggi, non può che trarre profitto da uno, cento, mille schiavi.

Una forma doverosa di rispetto verso il bracciante indiano scomparso impone che non gli si riservi nessun’altra ipocrisia, al di là di quelle che ne hanno sostenuto e governato la vita nel nostro Paese. Una forma doverosa di rispetto verso noi stessi imporrebbe, invece, un esame di coscienza così onesto da spingerci a domandarci se davvero desideriamo un lavoratore reintegrato nella sua dignità o un ragù eccellente al costo più conveniente per noi.


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