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Mafia? No, grazie. Il caso di Desenzano del Garda

Quando arrivava il flagello, in genere, le autorità negavano

di francoplat - mercoledì 3 aprile 2024 - 676 letture

Faceva paura, la peste, e non solo per la sua potenza di fuoco, che pure era fatale; faceva paura anche perché a nessuno piace riconoscere che il “male” è all’interno di una comunità, la propria. Ragione per la quale, sino all’ultimo, sino a quando non era più possibile negare, si negava ciò che stava cominciando a diffondersi, prima lentamente, poi in maniera più virulenta e, spesso, incontrollabile.

Un atteggiamento simile, da decenni a questa parte, lo ritroviamo nel tenace e inossidabile negazionismo che le amministrazioni pubbliche settentrionali adottano nei confronti della presenza mafiosa sul loro territorio. Sia chiaro, la mafia non è una peste, non nella misura in cui attecchisce spesso là dove il terreno è favorevole, non contagia a prescindere, non divora tutto al suo passaggio, se ciò che si trova dinanzi non si presta anche a una qualche interlocuzione aperta e disponibile. Tuttavia, la reazione del Nord al riconoscimento del radicamento mafioso nel Settentrione d’Italia è non di rado improntata a un atteggiamento stizzito, irato, talvolta colpevole e malizioso, talvolta candidamente inconsapevole. L’ultimo caso è di pochi giorni fa: Marisa Laurito, intervistata dal giornalista Peter Gomez nella trasmissione “La Confessione” (Rai3), ha dichiarato: «oggi la camorra più importante sta al Nord, a Desenzano».

Levata di scudi. L’assessore comunale alla sicurezza del Comune di Desenzano del Garda (BS) ed esponente di Fratelli d’Italia, Pietro Avanzi, ha risposto: «amministro Desenzano da 7 anni e non ho mai avuto sensazioni tangibili della presenza di organizzazioni criminali», e ha invitato, poi, la Laurito a scusarsi. Nella prossima riunione di giunta l’amministrazione comunale valuterà, inoltre, se adire o meno vie legali contro l’attrice napoletana. Per la verità, va osservato che le dichiarazioni di Avanzi non sono state tutte improntate a una pura e semplice ricusazione del problema mafioso nella zona: l’assessore ha aggiunto, infatti, che «a giocare un ruolo di forza sono le ‘ndrine», e ha precisato che le ricerche dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’ateneo ambrosiano, guidato da Nando dalla Chiesa, hanno fatto emergere un radicamento sempre maggiore delle cosche calabresi sul lago.

Se si torna indietro di pochi anni, era stata del resto la stessa Laurito, sempre intervistata da Peter Gomez, ad affermare che «la sede della ‘ndrangheta è a Desenzano». È recidiva la signora Laurito, ma appare evidente il suo intento, nella prima così come nella seconda intervista rilasciata a Gomez: «non è solo un problema di Napoli – ha affermato nel suo ultimo intervento – è un problema italiano». Dice cioè qualcosa di estremamente veritiero, qualcosa di noto a tanti, se non a tutti, ma ancora non del tutto facilmente digeribile. A fronte del partito minimalista, della minimizzazione, del riduzionismo, per il quale il silenzio delle mafie è da intendersi come la fine delle mafie, si colloca una realtà diversa, meno incantata e più aspra, meno rassicurante e più dolente. Don Ciotti, nel corso della giornata delle vittime innocenti della mafia (21 marzo scorso) organizzata a Roma, ha detto senza giri di parole: «non dobbiamo dimenticare che le mafie sono forti. E sono più forti di prima, non uccidono ma fanno affari […]. Si sono rigenerate e sono profondamente cambiate».

Dunque, la Laurito potrebbe aver sbagliato mafia, anche se non è esattamente così, ma non pare questo il punto. Non ha sbagliato a sottolineare come ormai il reticolo mafioso sia pervasivo. È del gennaio 2011 un articolo de “il Fatto Quotidiano” che, a proposito di Desenzano e dintorni, osservava come le informative della polizia dimostrassero la presenza ‘ndranghetista nella zona e come i clan calabresi, alleati con camorra e Cosa nostra, riciclassero denaro e investissero nella vita notturna. L’operazione “Mafia sul Lago”, del 2007, aveva infatti portato alla luce un’alleanza tra le mafie italiane attive nella zona del Garda, con esponenti di primo piano della camorra – Giuseppe Grano e suo cognato Gennaro Laezza – che gestivano una discoteca a Desenzano, un night a Lonato e un albergo, ed erano in contatto con una cosca calabrese affiliata al clan Piromalli di Gioia Tauro, presente, quest’ultimo, su tutto il territorio, dal Basso Garda alla Val Trompia, dalla città alla Bassa.

Pochi anni dopo, siamo nel 2013, era stato Antonino Giorgi, docente alla Cattolica di Brescia ed esperto di mafia, a puntualizzare la situazione sul territorio in un dibattito organizzato dalla Cgil bresciana e patrocinato proprio dal comune di Desenzano. «Molte aziende in odore di legami con la criminalità non si notano, sono invisibili», aveva detto, non scelgono un colore politico, «fanno affari con tutti: dalla Lega alla sinistra, passando per il centrodestra». Dei 124 beni confiscati dalle forze dell’ordine, all’epoca, 30 erano aziende, ma la zona, anche sulla base delle indicazioni dell’allora procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, era ritenuta interessante dai clan soprattutto per le speculazioni finanziarie.

Ciò che appare interessante è la considerazione conclusiva di Giorgi nell’articolo che riassumeva il dibattito sopra citato. Alla domanda «cosa fare per fronteggiare questo pericolo?», lo studioso aveva risposto: «non negare la sua presenza e fare gruppo tutti». Già, perché un dato è certo: la mafia, variegata e in grado di fare cartello, era ed è presente in quel territorio. E a quelle italiane si affiancano, poi, quelle straniere, la mafia russa, in particolare. L’allarme lanciato dalla Direzione antimafia di Brescia era del 2014, il lago di Garda stava diventando una “colonia russa”, funzionale al riciclaggio del denaro sporco, attiva nei settori tradizionali delle bische clandestine, dello spaccio di droga, ma anche in quei colossi di investimento che trovano terreno fertile nella speculazione immobiliare: ville, appartamenti, residence, aree commerciali.

Si torni a tempi più recenti. Sul “Corriere della Sera” del dicembre 2023, un’intervista a Paola Pollini, presidente della Commissione speciale antimafia della Regione Lombardia, chiariva i mutamenti intervenuti nelle attività illecite mafiose nel Bresciano. Un tempo, spiegava la Pollini, Brescia è stata «una delle capitali storiche per il narcotraffico, ma oggi si parla di mafia d’impresa. Gli ultimi dati mostrano come la criminalità organizzata abbia investito capitali in diversi settori quali la logistica, i servizi come pulizie e facchinaggio e l’esercizio abusivo del credito». Senza contare il problema ambientale: su queste stesse pagine, qualche mese fa, si era riferito come nel 2017 fosse stato il procuratore aggiunto di Brescia, Sandro Raimondi, ad affermare che la “Leonessa d’Italia” e le zone limitrofe fossero diventate una nuova “terra dei fuochi”, aggiungendo inoltre che le imprese del settore avevano imparato a fare a meno delle organizzazioni ‘ndranghetistiche o camorristiche: «l’imprenditore del nord ha imparato a fare da solo, in modo autarchico».

La Pollini, dal canto suo, ribadiva che tutte le consorterie mafiose erano presenti sul territorio, per quanto fosse la ‘ndrangheta a primeggiare, e che una forte attività di riciclaggio nel settore immobiliare era segnalata a Desenzano del Garda, così come non mancavano reati di racket, reati di usura, infiltrazioni nel settore turistico-alberghiero e nei locali della vita notturna. Una mafia veloce nell’appropriarsi delle tecnologie digitali e, appunto, nel fare impresa, muovendosi nel campo di reati finanziari quali la compravendita di crediti fittizi per indebite compensazioni, la fatturazione per operazioni inesistenti, le false compensazioni di crediti tributari.

Allora la Laurito non è stata del tutto improvvida e imprecisa. Forse, Desenzano del Garda non è la sede centrale della consorteria napoletana o casertana, ma certo su quel comune si sono appuntati gli interessi e gli appetiti di clan dal diverso idioma e dalla diversa collocazione geografica, a quanto pare non solo italiana. Peraltro, e si chiuda con il repêchage giornalistico, a parlare di pericolo mafioso a Desenzano, nel 2012, erano stati la candidata sindaco Maria Ida Germontani e Fabio Granata, deputato di Fli (Futuro e Liberta per l’Italia) e componente della Commissione antimafia, dinanzi al consiglio comunale che aveva approvato, «in fretta e furia», un Piano di governo del territorio (PGT) che avrebbe comportato. «oltre la cementificazione selvaggia, una grave turbativa elettorale, influenzando illegittimamente la libertà di voto».

Appare comprensibile la difesa del proprio comune da parte dell’assessore Pietro Avanzi, appare del tutto comprensibile. Ma è impropria. «Abbiamo fenomeni di microcriminalità, come ovunque, – ha detto ancora – ma nemmeno un caso di richiesta di pizzo è mai stato denunciato». Gioverà ricordare al politico locale che l’assenza di denunce non è indice dell’assenza di estorsioni, che in svariate inchieste al Nord i magistrati si sono trovati dinanzi un’omertà inossidabile, mossa dalla paura, un silenzio ostinato che ricorda quello di altre vittime del racket, là dove le mafie controllano il territorio. Gioverà ricordare all’assessore Avanzi che, nel corso dell’inchiesta “Glicine Acheronte”, condotta dalla Dda di Catanzaro contro un clan della ‘ndrangheta, Mario Megna, boss di quella cosca, intercettato dichiarava: «Desenzano, Sirmione, io quando vado là sono il padrone, sono a casa mia».

Spacconate di un mafioso. Può darsi. Si sa che i boss amano gonfiare il petto e le parole, sono retori carichi di prosopopea, adorano pavoneggiarsi. Ma, tagliata la coda del pavone ‘ndranghetista, restano i tanti dati raccolti negli anni dagli inquirenti, dall’operativo laboratorio del professor dalla Chiesa, dagli stessi politici locali, come si è visto, dati che confermano senza ambiguità quanto la Laurito ha detto, forse con un eccesso di imprudenza, toccando il tasto nevralgico dell’orgoglio comunale.

Del resto, di questi stessi giorni, è la notizia che uno dei fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro, Massimo Gentile, è un architetto del Comune di Limbiate, in provincia di Monza, un “insospettabile”, come lo definiscono i media, che gestisce i soldi del PNRR e che viene dalla Sicilia. Il nostro è un Paese bizzarro, a ben vedere, dove in alcuni paradisi etici, scevri da fetore mafioso, si muovono individui insospettabili che stringono accordi insospettabili, dove si sa che non tutto è oro, neanche quello che luccica, ma non bisogna dirlo, bisogna difendere con orgoglio e pregiudizio la bandiera patria, perché, è noto, il Male è altrove. Quanto prima ci si sbarazzerà al Nord di una presunta primazia morale tanto prima si comincerà davvero a «fare gruppo», come auspicava Antonino Giorgi, si comincerà a parlare sul serio del problema mafioso, allettante e infido, a evitare la melensa storiella delle oasi felici, esenti da compromessi e collusioni, e quella altrettanto inascoltabile della mafiosità quale tratto antropologico del Sud, gene costitutivo di etnie civicamente sottratte alla catechesi politico-morale di uno Stato liberal-democratico e civile.

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