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La signora senza nome

NO RUBBISH HERE PLEASE...

di Alessandra Calanchi - domenica 28 aprile 2024 - 330 letture

La signora senza nome non è veramente senza nome, è che io non lo so e quindi anche se potrei inventarlo preferisco lasciarla così e ognuno può chiamarla come vuole. Mezza età, deve essere stata bella, difficile indovinare le forme sotto gli strati di cappotti, ma il suo viso è duro e attraente, vigile come quello di un animale selvatico. La signora senza nome è una homeless, una senzatetto, e divide il suo tempo fra Chenies Street, dove sta di giorno seduta fra le sue valigie, e i portici dei magazzini di lusso Heal’s, dove un letto costa 7000 sterline, sotto i quali lei tiene la sua tenda monoposto come tanti altri senza fissa dimora. A pochi metri ci sono negozi, pub, vetrine luccicanti che grondano gadget, musei, chiese, uffici, ristoranti.

L’ho vista il primo giorno che sono arrivata a Londra, ma c’è voluto un po’ per capire che era una homeless. Sembrava piuttosto una viaggiatrice. Le sue valigie parlavano di spazi lontani, di stanchezza fisica e mentale, di tenacia, di sventura, di forza e di pazienza. Homeless è una parola più drammatica di senzatetto. Home vuol dire non solo casa, ma qualsiasi luogo dove si abita, dove si hanno degli affetti, quindi anche un nido o una tana, una stamberga o un camper, perfino una caverna. Non avere home significa proprio essere sfigati, significa che ti manca la terra sotto i piedi, più che un tetto. Significa che sei sola al mondo, che anche se ti daranno la social security, anche se ti assegneranno un flat, o una stanza, sarà home?

Come ti sei trovata in questa situazione? Dapprima, ho pensato a una lite familiare. Ho immaginato un marito violento, tu che alla rinfusa raccoglievi quel che potevi. Poi ho pensato che lui ti avesse cacciata di casa: magari sul Northern Crescent c’era il vostro appartamento, per questo tu ti sei acquattata lì, sotto le vostre finestre, per fargli vedere che non te ne vuoi andare. Ti ha insultata, tu hai gridato, magari ti ha messo le mani addosso, ti ha chiamata puttana, tu hai cercato di farlo calmare, ma non c’era verso, alla fine ti sei trovata fuori dalla porta con i tuoi vestiti e poco altro. La valigia, le valigie, sono volate dalla finestra. Oppure no. Te ne sei andata tu. Ma perché rimanere qui, allora? Poi ho pensato che magari, invece, ti ha buttata fuori il padrone di casa perché non pagavi l’affitto, oppure hai perso l’appartamento per qualche ragione – una truffa, un’eredità contestata, oppure il gioco? Il bere? La droga? Problemi di salute mentale? Quale trauma si nasconde nella tua vita? Vieni da lontano? Quanto lontano? Quale lingua parli? Come fai quando devi andare in bagno? E per mangiare? Se ti ammali, cosa succede?

Mi sono documentata e ho scoperto che ce ne sono tanti e tante, di persone come te che arrivano da vicino e da lontano. Molte donne sono ucraine, o comunque dell’est; altre sono inglesi, ma sono tutte uguali, non hanno un soldo e nessuno si occupa di loro. Ho letto che attualmente ci sono 309.000 homeless in Inghilterra (contro i 96.000 in Italia, quasi tutti africani). Nel gennaio 2024 ne sono stati contati 4.400 solo a Londra: sono 1 ogni 50 abitanti. Ogni tanto qualche vandalo distrugge le tende monoposto e i giornali si indignano. Nascono movimenti, comitati, ma per quanto si faccia, non è mai sufficiente.

Vorrei chiarire che so benissimo che ci sono homeless anche in Italia, e anche nella mia città. A Bologna ci sono i portici, ma in inverno fa freddissimo, a volte. Anni fa mio figlio frequentava un liceo che era stato costruito con volte e archi e di notte qualche “barbone” ci dormiva col sacco a pelo. Non facevano male a nessuno, scomparivano alla mattina, lasciavano tutto pulito. Ciononostante, si formò un comitato di genitori scandalizzato, che iniziarono a insistere perché si costruisse un muro intorno alla scuola in modo da non farli entrare. Al tempo protestai con vigore contro la cattiveria e l’inutilità della cosa – i “barboni” si sarebbero solo spostati, creando eventualmente problemi ad altri – e la cosa finì lì. Però poi, quando mio figlio faceva già l’università, ci hanno riprovato e ce l’hanno fatta. Oggi c’è un muro intorno a quel liceo.

No rubbish here please

Indecisa se darti del denaro, timorosa di offenderti, ho perso tempo e l’ultimo giorno non c’eri più, e le mie sterline mi bruciavano in tasca. Dov’eri andata? Eri ripartita? Gli assistenti sociali ti hanno trovato una casa? Ti mando un pensiero, ovunque tu sia. Ti chiedo scusa, da parte mia e di tutti noi, perché abbiamo tutti troppo. Ti chiedo scusa per non averti nemmeno salutata: al tuo solito posto c’era uno spazio vuoto, pulito, con una scritta stampata su un cartone: NO RUBBISH HERE PLEASE, non lasciate qui la spazzatura per favore. E non so se mi è dispiaciuto di più non darti i soldi che tenevo stretti in tasca, o non poterti chiedere almeno il tuo nome.


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