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Nostalgia postumana

La nostalgia è un dolore sottile che quasi assomiglia al piacere. È un’ovatta invisibile che ti sorprende alle spalle...

di Alessandra Calanchi - domenica 4 settembre 2022 - 335 letture

La nostalgia è un dolore sottile che quasi assomiglia al piacere. È un’ovatta invisibile che ti sorprende alle spalle, una nebbiolina di malinconia aderente come un abito di seta e avvolgente come un sudario. Può riguardare un amore perduto, un’amicizia finita, un luogo dell’infanzia o qualunque altra cosa, persona, cibo, musica o esperienza. Può durare un attimo o restarti avvinghiata per sempre.

In questi giorni mi è capitato di provare un nuovo tipo di nostalgia. Riguarda le telefonate dei call center, quelle in cui qualcuno/a ti informa di offerte miracolose e irripetibili. Anzi, ti informava. Perché, di punto in bianco, mi sono resa conto che questo non succede più. Di qui la nostalgia. Non è successo da un giorno all’altro. Ma, come spesso accade, tendiamo a non renderci conto immediatamente di ciò che cambia.

L’epifania è stata una voce registrata (femminile) che mi ha apostrofata con: CIAO! Seguito da una litania di offerte speciali. Non so se si trattava della luce, del gas, di un prestito bancario di cos’altro. Ho sentito solo la voce registrata e ho interrotto meccanicamente la comunicazione.

Click.

E mi sono accorta che mi stavo irritando. Molto, moltissimo.

Non perché queste telefonate interrompono il mio lavoro, e nemmeno perché non mi interessa ciò che mi propongono, e neanche perché mi dà fastidio il fatto che il mio numero sia di pubblico dominio.

Questo accadeva una volta.

Non questa volta.

Stavolta mi sono irritata perché mi sono resa conto all’improvviso che non c’era nessuno all’altro telefono, nessun essere umano a cui rispondere – magari con un bel VAFFA… ma comunque, rispondere.

E d’un tratto mi ha assalita la nostalgia di quelle voci di ragazzi e ragazze che chiamavano da Lecce o Tirana, Cuneo o Ascoli Piceno, quelle voci a cui reagivo con malcelato malumore se non aperta ostilità, ma che comunque mi portavano a interagire con loro – qualcuno che stava lavorando, che stava sudando i suoi pochi spiccioli, che si stava barcamenando (magari con una laurea inutilizzata nel cassetto) per raccattare un po’ di dignità nella nostra Repubblica fondata sul lavoro.

E subito dopo è arrivato il disagio, la frustrazione, il senso di colpa, per non aver mai instaurato in passato uno straccio di dialogo con quei ragazzi e quelle ragazze, per non aver mai risposto loro con la cortesia, con la gentilezza, con quel minimo di rispetto che meritavano.

“Buon giorno a lei… non mi interessa, mi scusi, grazie comunque…”

“Salve, mi dica… ci penserò, glielo prometto!”

“Mi scusi, sto guidando, può richiamare domani?”

E invece li mandavo a quel paese, dicevo che ero stanca di ricevere chiamate come quelle, me la prendevo come se fossero colpevoli di qualcosa, colpevoli di infrangere la sacralità della mia bolla.

E ho pensato: è colpa mia, di quelli come me, se i loro datori di lavoro hanno capito che gli conveniva registrare le loro voci e pagare meno persone. Come è capitato con le cassiere dei supermercati, che, eliminate progressivamente grazie all’avvento delle casse automatiche, sono ormai una specie in via di estinzione. Come capiterà prima o poi a maestri e professori, che verranno sostituiti gradualmente dalle loro stesse lezioni registrate e da webinar magicamente ripetibili all’infinito. Come capiterà perfino ai medici, come già accade con quelli di base la cui esistenza è ormai virtuale – e chi li vede più, grazie alle prescrizioni via whatsapp?

E mi sono irritata ancor di più – col governo, con me stessa, con la società, col pianeta su cui viviamo e con la galassia di cui facciamo parte.

E la rabbia è stata tanta che ho preso il telefono e l‘ho gettato lontano lontano, dove non potrò ritrovarlo, e ho pensato alle sue batterie che lentamente si spegneranno e all’erba che gli crescerà intorno nascondendo i messaggi, le chiamate, le foto, i meme, i video, le chat, i post, i tweet, l’agenda, il calendario, le app, la calcolatrice, il contapassi, il meteo, il contamorti-di-covid, Siri, il navigatore di Google, i mi-piace e i non-mi-piace, e anche le tracce silenziose e accusatorie delle cento e cento chiamate dei call center, ricevute per anni da ogni parte d’Europa, e finalmente nessuno mi cercherà più, nemmeno quella voce registrata, umana e postumana, a cui nessuno mi ha insegnato come rispondere.



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