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Sicilia a testa alta

Siamo stati quasi la metà a votare Rita Borsellino. Siamo stati quasi la metà a scegliere una storia diversa per una Sicilia in perenne immobilità. Ed anche se siamo stati pochi per vincere siamo abbastanza per continuare, a testa alta.
di Serena Maiorana - giovedì 1 giugno 2006 - 8446 letture

Sole e terra secca. Fichi d’india e parmigiana. Granita alla mandorla e pizzo da pagare. Fine giugno, anno duemilasei: signore e signori benvenuti in Sicilia.

Prego, accomodatevi pure. Godetevi i frutti di questa terra generosa, e tra una cassata ed un bicchierino di malvasia ponetevi una domanda. La stessa. La solita.

Ma il tempo alla Sicilia a cosa serve? Che utilità ha qui il tempo che passa? A cosa serve ai Siciliani essere nel 2006 se qui tutto è rimasto fermo?

Magari avete letto “il Gattopardo”, conoscete Sciascia, avete seguito con terrore quella che fu la mattanza, l’epoca delle stragi, ed anche le vecchie vicende di Lima e Mannino. E ricordate anche di quando una volta (in una puntata speciale del Maurizio Costanzo show e Samarcanda contro la mafia) un uomo si alzò gridando contro Giovanni Falcone e tutta l’antimafia sul palco, perché a suo dire stavano insultando “la migliore classe politica che la Sicilia abbia mai avuto”. Che vergogna.

Quell’uomo era Totò Cuffaro, appena rieletto Presidente della Regione Sicilia. E la vergogna si fa più forte. Anche Mannino è tornato in politica. In Senato per la precisione, così gode dell’immunità, e nessuno potrà più indagare su di lui. È stato eletto a furor di popolo. Che fine abbia fatto Falcone invece lo sappiamo tutti.

Eppure glielo avevamo promesso. A Falcone come a Borsellino, a Libero Grassi e a Peppino Impastato: “non siete morti, le vostre idee camminano sulle nostre gambe”. Ma ai Siciliani piace l’antimafia al cinema e nelle fiction in tv. Commoventi. Peccato che nella cabina elettorale sia tutta un’altra storia. Ipocriti.

E così si scopre che non è che tutto sia rimasto proprio fermo fermo. Qualcosa è cambiato, anche se sempre, irrimediabilmente, in peggio. Perché ai Siciliani piace venderli i voti, e poi amano fare favori: all’avvocato, al dottore, al professore, al notaio. A tutti.

In Sicilia è con i favori che si risolve tutto. Stai cercando lavoro? Vuoi un voto alto? Hai bisogno di una visita medica e la lista d’attesa è troppo lunga? Favori, favori ed ancora favori.

Anche a questo servono la malvasia buona e le uova fresche. Le cassate e le paste di mandorla. A riempire ceste e cestini per ricambiare servili i favori ricevuti. Ma si può anche ricambiare col voto, appunto.

È capitato così che la maggioranza dei Siciliani abbia preferito ancora il potere inquisito e forse connivente alla cultura della legalità. I favoritismi ai diritti. Quell’uomo che sbraitava forte contro Falcone all’antimafia onesta di Rita Borsellino. Che amarezza.

Eppure quasi la metà dei Siciliani ha fatto un’altra scelta, portando l’antimafia fin dentro la cabina elettorale. Certo, non abbiamo vinto, ma questo è solo un motivo in più per provare a crescere, per lottare più forte. Per rendere più robuste le nostre gambe e portare in giro una Sicilia diversa. È importante che questo accada. Glielo abbiamo promesso.


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Sicilia a testa alta
25 luglio 2006

Forza ragazzi, come disse Falcone (o Borsellino?) la mafia fa parte della vita e come ogni altra cosa finirà, malgrado l’ipocrisia (che tristezza vedere cuffaro e mastella alle celebrazioni per la morte di Borsellino!).

La vostra è stata un’esperienza magnifica. Prendetela come un inizio, un felice ed efficace inizio. E la cosa più bella che sta attraversando l’Italia in questi ultimi anni è un ritorno alla partecipazione popolare, alla politica, che non si vedeva da tempo.

Democrazia non significa poter comprare quello che si vuole, ma partecipare ai processi politici che la costituiscono.

Un abbraccio calororso, Annalisa.

Sicilia a testa alta
28 luglio 2006, di : ROMPISCATOLUS

Pochi forse sanno che le organizzazioni criminali nel meridione d’Italia, presenti allo stato embrionale o assenti del tutto prima dell’unità d’Italia, sotto il regno dei Savoia trovavano l’humus ideale per poter crescere a dismisura, col beneplacito dello Stato, sino a divenire esse stesse uno stato parallelo. La Sicilia, in particolare, prima del chiacchieratissimo plebiscito che la univa all’Italia, “godeva di una sicurezza inappuntabile che era l’ammirazione delle altre nazioni” (Prof. Francesco Maggiore Perni e deputato Bruno), sicurezza che veniva e viene confermata anche dalle molte relazioni redatte dalle autorità dell’epoca e da non pochi studiosi contemporanei. Basta, invece, andare a rileggere ciò che scrissero importanti personaggi sulla situazione generale sopravvenuta nell’Isola dopo la “liberazione garibaldina” e dopo l’annessione all’Italia, per capire come i frutti avvelenati che oggi ci ritroviamo provengono da un albero vecchio di 140 anni con le radici immerse nelle acque putride delle sopraffazioni, delle violenze, delle intimidazioni, delle illegalità e delle spoliazioni perpetrate e perpetuate dal novello stato ai danni della Sicilia. Cito, di questi, alcuni interventi, per dileguare eventuali incredulità in chi legge:

“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male, nonostante ciò non rifarei la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio!”. (Garibaldi ad Adelaide Cairoli in una lettera del 1868)

"...lo stato italiano era una feroce dittatura che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori sardi (leggi "piemontesi", n.d.r.) tentarono di infamare con il marchio di briganti". (Antonio Gramsci, citato da Lorenzo Del Boca nel suo libro "Maledetti Savoia" - edizioni Piemme Pocket, Casale Monferrato, 2001, pag. 161)

“ Quando in Palermo si presentò all’esame di leva un certo Cappello, non si prestò fede al suo reale sordomutismo e lo si voleva costringere a parlare applicandogli bottoni di fuoco sulle carni. Il suo corpo fu reso una vera piaga”. (Napoleone Colajanni)

“Questo ufficiale (piemontese n.d.r.) si presentò di notte, con gli uomini della sua colonna, in una casina, i cui abitatori, temendo dei briganti, non vollero aprire. Allora il prode militare la circondò di fascine, vi applicò il fuoco e fece morire soffocati i disgraziati che legittimamente resistettero ai suoi ordini”. (Napoleone Colajanni)

“Il 1860 trovò questo popolo vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta. Egli comprava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia; tutti nella loro condizione vivevano contenti del proprio stato...Adesso l’opposto...E poi le tasse più dissanguatrici...Vedrete che, con tre successioni in una famiglia (e possono verificarsi in un solo anno, nella famiglia stessa) dall’agiatezza si balza alla mendicità. Quanto alla pubblica istruzione, sino al 1859, era gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso nessuna cattedra scientifica...Nobili, plebei, ricchi, poveri, clericali, atei, tutti aspirano ad una prossima restaurazione dei Borboni...”. (Conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano di Stato maggiore piemontese)

“ I nostri concittadini vengono fucilati senza processo, dietro l’accusa di un nemico personale, magari soltanto per un semplice sospetto...”. (Proto di Maddaloni deputato meridionale al parlamento, in una seduta del 1861)

“Morti fucilati istantaneamente 1841; morti fucilati dopo poche ore 7127; feriti 10604; prigionieri 6112; sacerdoti fucilati 54; frati fucilati 22; case incendiate 918; paesi incendiati 5; famiglie perquisite 2903; chiese saccheggiate 12; ragazzi uccisi 60; donne uccise 48; individui arrestati 13629; comuni insorti 1428 “. (Il Contemporaneo di Firenze di quel periodo in una “statistica di soli nove mesi di reazioni nelle province meridionali” )

“Spioni dell’antica polizia, uscieri, commessi di magazzino, etc., sono oggi nominati giudici, prefetti, sottoprefetti, amministratori...Un mio amico trovava installato, in qualità di giudice, un individuo che, mediante quattro carlini, gli aveva procurato reiterati convegni con una sgualdrina. L’arbitrio governativo non ha limiti: un onesto uomo può ritrovarsi disonorato, da un momento all’altro, per la bizza del più meschino funzionario...Facendo un calcolo approssimativo, possiamo arrivare alla spaventevole cifra, per il Regno delle Due Sicilie, di 52 mila incarceramenti all’anno, di 9.400 deportati all’anno, mentre sotto l’esecrato governo borbonico il numero dei carcerati non oltrepassò i 10 mila e i deportati non arrivarono neanche a 94...Si fucila a casaccio, senza processo, senza indagini...Il reclutamento è stato definito giustamente una tratta di bianchi: si arrestano, si seviziano le madri, le sorelle di ogni presunto refrattario e su di esse si sfrena ogni libidine...”. (Conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano di Stato maggiore piemontese)

“Lo stesso deputato Crispi, nella susseguente tornata, movendo interpellanza sui fatti di Castellammare del Golfo, dice che il malcontento in Sicilia è gravissimo. “L’altro deputato siculo D’ontes Reggio ripete le stesse interpellanze del Crispi e con rammarico accenna che cinque cittadini siano stati fucilati senza essere stati sottoposti a processo regolare... “ E nella stessa tornata l’anzidetto Crispi in replica aggiunge altre accuse per arresti arbitrari, uccisioni impunite, ecc. ecc. “ Il deputato Cordova rivela i seguenti abusi: 1) Negli uffici delle dogane di Sicilia furono nominate persone idiote e analfabete. 2) In Palermo i doganieri rubano, ed in Messina gli impiegati sono uccisi, occupando il loro posto gli uccisori. 3) In Siracusa gli impiegati sanitari degli ospedali sono il quadruplo del numero degli infermi. 4) Gli impiegati in Sicilia sono enormemente moltiplicati e, sotto questo aspetto, era assai migliore il governo borbonico, il quale per la Luogotenenza spendeva novecentomilalire meno del governo piemontese. 5) Si danno tristissimi esempi al popolo e questo impara il male dai governanti...” (dall’anonima Cronaca degli avvenimenti di Sicilia del 1863 - archivio privato dello scrittore Carlo Alianello)

“...Inorridisce davvero e rifugge l’animo per il dolore, ne può senza fremito rammentarsi molti villaggi del Regno di Napoli incendiati e spianati al suolo e innumerevoli sacerdoti, e religiosi, e cittadini d’ogni condizione, età e sesso e finanche gli stessi infermi, indegnamente oltraggiati e, senza neppur dirne la ragione, incarcerati e, nel più barbaro dei modi uccisi...Queste cose si fanno da coloro che non arrossiscono di asserire con estrema impudenza...voler essi restituire il senso morale all’Italia”. (Pio IX, nell’allocuzione tenuta al concistoro segreto del 30 settembre 1861) “occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni” (Quintino Sella, ministro delle finanze dell’epoca)

Tralasciamo qui le leggi che depredarono le ricchezze della Sicilia, le ordinanze militari e gli stati d’assedio che misero definitivamente in ginocchio il popolo siciliano, riducendolo in uno stato di tale prostrazione e paura che il solo sentir parlare di Stato italiano evocava unicamente l’idea di un’entità estranea ed ostile pronta solo a colpirli. E quantunque immensa fosse la miseria sopraggiunta col nuovo Stato i vari governi nazionali, anziché ravvedersi ponendo finalmente un freno ai loro abusi, trovavano, invece, il modo, servendosi direttamente o indirettamente della mafia, di tenere quieti lo sdegno e le rivendicazioni dell’onesta stragrande maggioranza dei siciliani, per ricavarne ancora vantaggi politici ed economici. E poco importava se milioni di siciliani lasciavano la loro terra per non morire di fame... Cari amici, se c’è qualcuno che deve andare a testa bassa, questi non è il siciliano! Se c’è qualcuno che deve vergognarsi, questi non è la Sicilia!

Sicilia a testa alta
29 luglio 2006, di : ROMPISCATOLUS

(continua)

Riferendo ciò che illustri testimoni videro o scrittori coscienziosi seppero sulla “liberazione” del Sud effettuata da Garibaldi e dalle truppe savoiarde, pensavo di aver sopito l’animo inquieto dei nostri innumerevoli morti, vittime incolpevoli del grande olocausto consumato in Sicilia e nel meridione d’Italia dopo il 1860, ma mi sbagliavo! La loro voce continua a farsi sentire, prima piano, poi, crescendo, pare l’avanzare di un immenso coro lamentoso, mesto, che s’avvicina sempre più e chiede...non vendetta...ma... verità...verità...verità ! Non si può dire di no a quei volti sofferenti, a quelle braccia costrette ad arrendersi, a quelle gambe spinte a scappare via dalla loro terra... Chiedono quella verità che noi possiamo tentare di conoscere e comunicare, così da rendere giustizia a ciò che è stato, onorando di essi la memoria. Riferirò, quindi, ciò che altri, più meritevoli di me hanno scoperto e riprendendo il filo del discorso, che in altro intervento ho interrotto, elencherò alcuni degli ordini militari emessi dal Regio esercito italiano, durante il nostro primo periodo di “redenzione” (ah, dimenticavo, ...i briganti non erano i ...briganti di cui ci hanno sempre detto):

(FATTI, DOCUMENTI E RIFERIMENTI TRATTI DA “LA CONQUISTA DEL SUD” DI CARLO ALIANELLO)

«Art. 1°. Chiunque sarà colto con arme di qualunque specie sarà fucilato immediatamente. Art. 2°. Egual pena a chi spingesse con parole i villani a sollevarsi. Art. 3°. Egual pena a chi insultasse il ritratto del re, o lo stemma di Savoia o la bandiera nazionale! »

( proclamazione della corte marziale a seguito della dichiarazione dello stato d’assedio del generale piemontese Pinelli nelle zone di Avezzano - G. Fortunato, Antologia dei suoi scritti )

Ordine del giorno del generale Cugia, prefetto di Palermo. 20 agosto 1862 Articolo 1°. Il territorio de l’isola di Sicilia è messo in istato d’assedio. Articolo 2°. I generali comandanti le truppe della divisione di Palermo e delle subdivisioni di Messina e di Siracusa concentreranno, nei limiti dei loro circondati rispettivi, i poteri militari e civili. Articolo 3°. Ogni banda armata e ogni riunione a scopo di tumulto saranno sciolte mercé la forza. Articolo 4°. Gli stessi poteri son conferiti al generale comandante le truppe d’operazione sul territorio da queste occupato. Articolo 5°. La libertà di stampa è sospesa per i giornali e altri fogli volanti. La polizia procederà all’arresto di chiunque stamperà o distribuirà simili scritti.

Ordine del giorno del generale piemontese frignone. Messina, 22 agosto 1862 Articolo 1°. Si procederà al disarmo generale immediato nelle provincie di Palermo e di tutta la Sicilia. Articolo 2°. Sono proibite l’esposizione e la vendita di tutte le armi offensive. Articolo 3°. Ogni arma verrà consegnata, entro tre giorni, nelle mani dell’autorità. Articolo 4°. I contravventori saranno arrestati, e, secondo i casi, fucilati.

Ordine del giorno del generale Lamarmora prefetto di Napoli. Napoli, 25 agosto 1862 Articolo 1°. Il territorio delle sedici provincie napoletane e delle isole che ne dipendono è messo in istato d’assedio. Articolo 2°. I generali comandanti di divisione o delle zone militari assumeranno i poteri politici e militari nei limiti delle loro circonscrizioni rispettive. Articolo 3°. Ogni raggruppamento fazioso e ogni riunione tumultuosa saranno sciolti con la forza. Articolo 4°. Il porto o la detenzione non autorizzata d’armi d’ogni genere sono proibiti sotto pena d’arresto. I detentori d’armi dovranno dunque consegnarle entro i tre giorni che seguiranno la pubblicazione del presente bando nelle mani delle autorità dalle quali essi dipendono. Articolo 5°. Nessuna stampa tipografica, pubblicazione o distribuzione di giornali, fogli volanti o simili può aver luogo senza l’autorizzazione speciale dell’autorità politica del luogo, la quale ha facoltà di sequestrare, sospendere o sopprimere ogni pubblicazione.

Ordine del giorno del deputato Gaetano Del Giudice, prefetto della Capitanata. Foggia, 18 aprile 1862 Per affrettare l’estinzione del brigantaggio, il prefetto ha l’intenzione di ricorrere alla cooperazione dei guardiani a cavallo delle proprietà private. Disuniti essi non possono niente, né per se stessi né per quelli che servono e inoltre, per il numero sempre crescente di banditi, son stati costretti ad abbandonare le campagne e di chiudersi nei paesi. Io ho pensato di formarne delle squadre che potranno rendere importanti servizi alla sicurezza pubblica, vista la pratica che hanno questi uomini dei sentieri più fuorimano. I proprietari, ne son sicuro, non mancheranno di corrispondere a questo invito del governo. Io ho persuaso il comandante della provincia, colonnello Materazzo, a raccogliere i nomi di quelli che si presenteranno e a organizzarli a squadre. Le guardie devono avere delle armi e un cavallo. I più notabili cittadini hanno volontariamente aperta una sottoscrizione per sovvenire alle spese di questa nuova milizia, e, in due giorni nella sola città di Foggia, han raggiunto la cifra di cinquemila ducati. Le altre città seguiranno questo patriottico esempio. Così le forze del paese, riunendosi, ci potranno ridare quella sicurezza interna che abbiamo perduto. Questo era un vero e proprio invito alla guerra civile e il governo subalpino, accettandolo e facendolo suo, aggiunse un segno nuovo d’impotenza, di fronte a quella disperata resistenza che sino allora era parsa, per l’innato disprezzo verso il Sud, non solamente improbabile, ma anche impossibile.

Ordine del giorno del capo della polizia di Palermo. 4 gennaio 1862 ore 8 matt. Cittadini, un ufficiale dell’esercito regio, venendo da Castellammare, riporta le seguenti notizie: Le truppe comandate dal maggior generale Quintini, sbarcate a Castellammare, hanno attaccato gli insorti mettendoli in fuga. Delle altre truppe son state inviate, questa mattina, per terminare la distruzione di ogni segno di ribellione. Già si è proceduto a numerose esecuzioni a Castellammare. Continuate a conservare la vostra calma abituale e contate sulla sollecitudine e l’energia del governo.

Ordine del giorno del tenente colonnello Fantoni, comandante le truppe di Lucera. Lucera, 9 febbraio 1862 Stato Maggiore del distaccamento dell’8° reggimento di fanteria di linea, di guarnigione a Lucera. In esecuzione degli ordini del sig. Prefetto della Capitanata, avendo per fine d’arrivare coi mezzi più efficaci alla pronta distruzione del brigantaggio, il sottoscritto decreta: Art. 1°: D’ora in avanti nessuno potrà entrare nei boschi di Dragonara, di S. Agata, di Selvanera, del Gargano, di Santa Maria, di Motta, di Pietra, di Volturara, di Voltorino, di S. Marco La Catola, di Celenza, di Carlentino, di Biccari, di Vetruscelle e di Caserotte. Art. 2°: Qualsiasi proprietario, intendente o massaro, sarà tenuto immediatamente, dopo la pubblicazione del presente avviso, a far ritirare dalle suddette foreste tutti i lavoratori, contadini, pastori e caprai etc, che vi si potessero trovare; essi saranno tenuti egualmente ad abbattere gli stazzi e le capanne che vi son stati costruiti. Art. 3°: D’oggi in poi nessuno potrà importare dai paesi vicini nessun commestibile per l’uso dei contadini, e i contadini non potranno avere in loro possesso che la quantità di viveri necessaria a nutrire pei una giornata ogni persona della famiglia. Art. 4°: I contravventori del presente ordine, esecutorio due giorni dopo la pubblicazione, saranno trattati come briganti, e come tali, fucilati. Alla pubblicazione del presente ordine, il sottoscritto invita i proprietari a portarlo subito a conoscenza delle persone al loro servizio, affinchè esse possano affrettarsi a evitare i rigori di cui sono minacciati, avvertendoli nello stesso tempo che il governo sarà inesorabile nella loro esecuzione.

In questo modo si condannava a morte non uno, due o tre, non il singolo, ma l’intera popolazione. Quello che oggi si dice correttamente un genocidio. Perché migliaia d’abitanti, residenti nella Capitanata, negli Abruzzi e in un distretto del Molise vivevano letteralmente di quei boschi. Pastorizia, lavoro del legno, pezzi messi a cultura, piccola raccolta, eran vita per quei disgraziati. Il divieto di entrarvi equivaleva a un decreto di morte, anche perché nulla poteva giungere da fuori e quelle foreste erano il naturale ostacolo tra i terrazzani e le rimanenti provincie di Napoli. Ma che importava ai piemontesi? Un ministro piemontese, di cui non voglio fare il nome per l’onore dell’Italia, diceva ridendo a un diplomatico inglese il quale disapprovava, a parole si capisce, simili barbarie: « Le Due Sicilie sono le nostre Indie! Voi tenetevi le vostre ».

Ordine del giorno del maggiore piemontese Fumel. Ciro, 12 febbraio 1862

II sottoscritto, incaricato della distruzione del brigantaggio, annuncia che chiunque darà asilo o mezzi di sussistenza o di difesa ai briganti sarà istantaneamente fucilato, come anche quelli che, vedendo i briganti o sapendo il luogo della loro dimora, non ne daranno conoscenza alla forza pubblica o alle autorità civili e militari. È necessario che per la sorveglianza del bestiame si stabiliscano vari centri con una forza armata sufficiente; giacché il caso di forza maggiore non sarà considerato una scusa sufficiente. È anche proibito portare pane o altri viveri fuor delle mura del comune, e chiunque contravverrà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti. Provvisoriamente e per questa circostanza, i sindaci sono autorizzati ad accordare il porto d’armi, sotto la responsabilità dei proprietari che ne faranno domanda. Anche la caccia è provvisoriamente proibita e non si potrà fare fuoco, se non per annunziare ai posti armati la presenza o la fuga dei briganti. La Guardia Nazionale è responsabile del territorio del proprio comune. Parecchi proprietari di Longobuco hanno fissato una ricompensa di cento ducati per la distruzione della banda Palmo. Il sottoscritto non riconosce ora che due partiti, briganti e controbriganti. Quelli che vogliono restare indifferenti saranno considerati come briganti e misure energiche saranno rese contro di essi, perché è un crimine tenersi in disparte in caso d’urgenza.

Ordine del giorno del maggiore piemontese Fumel. Celico, 1° marzo 1862

II sottoscritto, incaricato della distruzione del brigantaggio, promette una ricompensa di lire cento per ogni brigante che gli verrà consegnato vivo o morto. La stessa ricompensa, oltre la salvezza della vita, sarà consegnata al brigante che avrà ucciso uno dei suoi compagni. Il sottoscritto notifica che farà immediatamente fucilare chiunque dia ai briganti sia un asilo sia un qual-siasi mezzo di sussistenza o di difesa. Sarà immediatamente fucilato chiunque, avendo visto dei briganti o conoscendo il luogo del loro rifugio, non ne avrà dato immediatamente avviso alla forza pubblica o alle autorità militari. Tutti i pagliai devono essere bruciati e le torri e le case di campagna che sono abitate e conservate devono essere scoperchiate entro tre giorni e avere le loro aperture murate. Passato questo tempo saranno date al fuoco, e inoltre saranno abbattuti tutti gli animali non protetti dalla forza pubblica. Resta proibito di portare fuori dei villaggi del pane o qualsivoglia sorta di viveri; i contravventori saranno considerati come complici dei briganti. L’esercizio della caccia è proibito. ... Saranno considerati come briganti i soldati sbandati che non si saranno presentati nel termine di quattro giorni. Firmato: Fumel.

Ordine del giorno del generale piemontese Boiolo [saepe conveniunt sua nomina rebus] comandante delle truppe mobili nella provincia della Capitanata. Foggia, 29 agosto 1862

In seguito alle dichiarazioni dello stato d’assedio, io assumo in questa provincia i poteri politici e militari e. giovandomi dei poteri a me affidati da questa dichiarazione, io ordino quanto segue: Art. 1°: È vietato ad ognuno vendere armi e munizioni di guerra d’ogni specie. Art. 2°: II porto e la detenzione d’armi e di munizioni d’ogni sorta, non autorizzati, son proibiti sotto pena d’arresto. Art. 3°: Sarà considerato come complice dei briganti, e come tale punito (cioè fucilato), chiunque sarà trovato a portare armi o munizioni o viveri o vestiti, ogni cosa infine destinata ad essere data in riscatto ai briganti. Art. 4°: In ogni città o villaggio, dalle 11 della sera alle 14 del mattino è vietato percorrere vie o strade senza un permesso speciale dell’autorità militare, o senza gravi motivi perfettamente giustificabili. Nei paesi dove non risiede truppa, questi permessi saranno dati dai sindaci. Art. 5°: Ogni persona in viaggio dovrà essere munita d’un permesso di circolazione, senza il quale sarà arrestata. I forni da pane sparsi per le campagne saranno chiusi a partire dal primo settembre e, a partire da questo giorno, gli utensili che vi si trovano saranno requisiti e le persone che vi lavorano saranno messe in stato d’arresto. Io spero che le guardie nazionali uniranno i loro sforzi a quelli della truppa, per giungere, nel più breve tempo, a tale risultato.

Ordine del giorno del maggiore piemontese Martini. Montesantangelo, 16 settembre 1862

Tutti i proprietari, massari, lavoratori, pastori, abbandoneranno le loro proprietà, i loro campi, il bestiame, le loro industrie, tutto infine, e si ritireranno dentro ventiquattro ore nel paese dove abitualmente dimorano. Quelli che non si conformeranno all’ordine presente saranno arrestati e condotti in prigione.

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...Avevamo promesso al lettore il testo della famosa legge Pica-Peruzzi. Dopo il precedente intermezzo giuridico, che ci è servito per riprender fiato prima di ingollare un simile boccone, eccola per esteso. « Art. 1°. Fino al dicembre del corrente anno 1863, nelle provincie infestate dal brigantaggio e che tali saranno dichiarate, con Decreto Reale, i componenti di comitiva o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne per commettere crimini e delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai tribunali militari di cui nel libro II, parte 2a del Codice Penale Militare e con la procedura determinata dal capo 3° del detto libro [fucilazione]. « Art. 2°. I colpevoli del reato di brigantaggio, Ì quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione o coi lavori forzati a vita, concorrendovi circostanze attenuanti. A coloro che non opponessero resistenza, nonché ai ricettatori e somministratori di viveri, notizie ed aiuti di ogni materia, sarà applicata la pena dei lavori forzati a vita, e, concorrendovi circostanze attenuanti, il maximum dei lavori forzati a tempo. « Art. 3°. Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti o si costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazione della presente legge la diminuzione da uno a tre gradi di pena. Tale pubblicazione dovrà pertanto esser fatta in ogni comune. « Art. 4°. Il Governo avrà pure facoltà dopo il termine stabilito nell’art. precedente, di abilitare alla volontaria presentazione col beneficio della diminuzione d’un grado di pena. « Art. 5°. Il Governo avrà inoltre la facoltà di assegnare per un tempo non maggiore d’un anno un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette secondo la designazione del Codice Penale, nonché ai camorristi e sospetti manutengoli dietro parere di giunta composta dal Prefetto, dal Presidente del tribunale, dal Procuratore del re e da due consiglieri provinciali. « Art. 6°. Gli individui di cui nel precedente articolo, trovandosi fuori del domicilio loro assegnato, andranno soggetti alla pena stabilita dall’alinea 2 deJ-l’art. 29 del Codice Penale che sarà applicata dal competente tribunale circondariale. « Art. 7°. Il Governo del re avrà facoltà d’istituire compagnie o frazioni di compagnie di volontari a piedi o a cavallo, decretarne i regolamenti, l’uniforme e l’armamento, nominandone gli ufficiali e Regi Ufficiali, e ordinarne lo scioglimento. I volontari avranno dallo Stato la diaria stabilita per i militi mobilitati; il Governo però potrà accordare un soprassoldo il quale sarà a carico dello Stato ».

Chi volesse saperne di più sulle uniformi, paghe, funzioni ecc, di queste compagnie di mercenari, può utilmente consultare L’Appendice al Codice della Guardia Nazionale di E. Bellomo.1 È caduta definitivamente la scure sabauda tra capo e collo dell’Italia del Sud. Non c’è pietà, né è utile che ci sia. Questo è il sigillo che autorizza e da ragione e vigore a ogni persecuzione già avvenuta nel tempo. Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto... Forse è nato allora il tristissimo detto napoletano. Morti a cataste, torme di schiavi ai lavori forzati, schiere di esuli, senza casa e senza pane, senza onore, si vanno aggirando per le strade d’Italia, d’un’altra Italia, ostile e beffarda, dovunque accolte dal sospetto che è anche terrore e ripugnanza persino. Il destino del Sud è ormai fissato per cento anni almeno. (FATTI, DOCUMENTI E RIFERIMENTI TRATTI DA “LA CONQUISTA DEL SUD” DI CARLO ALIANELLO)

Sicilia a testa alta
29 luglio 2006, di : ROMPISCATOLUS

La Storia insegna che ogni grande evento, quasi sempre, cela le idee, la volontà ed i progetti di gruppi di persone potenti, spesso senza scrupoli, uniti dalla difesa di interessi comuni, pronti ad usare ogni mezzo per giustificare il loro fine.

Nell’Europa dell’Ottocento il promettente affermarsi dell’industrializzazione trovava un alleato ideale nel sistema coloniale e un avversario da eliminare nella Chiesa cattolica.

L’idea di Progresso, monopolizzata sotteraneamente dalla Massoneria e rivendicata ufficialmente dai liberali dell’epoca, prevedeva, infatti, tra le altre cose, la conquista e lo sfruttamento di popolazioni più deboli a favore di quelle di Stati più potenti.

La Chiesa, quindi, con la sua dottrina, rappresentava per i “progressisti” un ostacolo...

E la Chiesa si trovava in Italia...

Quale miglior combinazione di interessi si profilava, dunque, tra le ingorde ambizioni del Regno dei Savoia, già ingolfato in un mare di debiti, e la voglia di liberarsi della voce scomoda della Chiesa che non pochi Stati europei coltivavano?

La situazione economica italiana nel 1860 era tutta a favore del Meridione, per cui se un disegno fu chiaro nella mente di Cavour e del Savoia, esso non poté che essere quello di conquistare, grazie anche al promesso aiuto straniero, il Sud dell’Italia e lo Stato Pontificio, il primo per potervi depredare tutto ciò che era possibile ed utile a risanare i propri debiti e a far decollare l’industria nel Nord, garantendone anche lo sviluppo, e il secondo per pagare il prezzo del “beneplacito” agli alleati d’oltralpe.

Fu così che, assieme alle malcelate intromissioni straniere, si mise in moto tutto il “nobile” armamentario di cui disponeva il Regno Sardo (così si chiamava il Regno Sabaudo) per riuscire ad ogni costo nell’impresa: si passò, quindi, dai complotti più nefandi nel Regno di Napoli alla corruzione dei generali borbonici mandati in Sicilia a respingere i Mille, dalla propaganda più menzognera dei galoppini filopiemontesi alle promesse più subdole di posti e ricompense per chi avesse aderito alla “causa”, dalla farsa dei plebisciti di annessione ai proclami di “redenzione” del nuovo Re.

Solo che la popolazione meridionale, passato il primo momento di stordimento, si avvide che dietro il fumo della propaganda patriottarda piemontese non c’era l’arrosto promesso, ma solamente un grande pentolone entro il quale immergere il Sud dell’Italia per una rapida cottura ed un successivo prelibato pranzo!

Seguendo, quindi, un naturale istinto di sopravvivenza, essa cominciò a resistere all’invasore e a combattere per se stessa, per la propria terra e in quel di Napoli anche per il ritorno del re borbone.

Non l’avesse mai fatto!

La resistenza del Sud venne classificata subito come “brigantaggio” e contro di essa venne scagliato un esercito di centoventimila uomini che, armati fino ai denti e garantiti dalla famigerata legge Pica, fecero piazza pulita di ogni anelito di libertà e di ogni rivendicazione a difesa dei diritti minimi dei popoli del meridione.

Come si era detto prima, il progetto di assoggettamento del Sud doveva concludersi con successo per poter passare alla fase successiva: la sua spoliazione!

E così avvenne: sulle rovine ancora fumiganti del Regno di Napoli e di Sicilia, si abbatté una vera e propria valanga di leggi e provvedimenti che succhiarono il nostro miglior sangue fino a dissanguarci completamente.

Di contro nel Nord del paese si costruivano quelle che oggi chiamiamo infrastrutture: strade, ferrovie, porti, ecc., si aprivano banche che offrivano credito agevolato e nascevano anche le industrie, ben protette dalle altissime tariffe doganali che i vari governi nazionali imponevano ai manufatti stranieri per costringere il Meridione, unico, convenientissimo, mercato di consumo esistente al momento, ad acquistare esclusivamente merce “padana”.

Se l’Inghilterra (tanto per fare un esempio) aveva “risolto” i suoi problemi anche con le conquiste colonizzatrici di altri paesi, l’Italia aveva avuto la fortuna di trovarsene una di colonia, entro i propri confini, che avrebbe garantito per sempre una vita felice agli ingordi Gargantua e Pantagruel del Settentrione.

    Sicilia a testa alta
    29 luglio 2006, di : eunus

    Cari amici, dopo aver parlato della fase cruenta che contraddistinse gli anni iniziali della Sicilia “unitaria”, faremo un cenno, adesso, sulle nefaste conseguenze economiche derivate dai provvedimenti dei primi governi nazionali che servirono a depredare le nostre ricchezze a favore del Settentrione d’Italia.

    Per questo scopo mi servirò di una ricerca effettuata su una vasta bibliografia particolarmente accreditata in materia:

    Unificazione del capitale liquido e del debito pubblico

    Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno, la Sicilia concorreva, assieme alle province del regno napoletano, con una quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.

    F.S. Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza in Italia, pubblicava il seguente quadro:

    - Regno delle Due Sicilie milioni in monete 443,2 - Lombardia milioni in monete 8,1 - Ducato di Modena milioni in monete 0,4 - Parma e Piacenza milioni in monete 1,2 - Roma milioni in monete 35,3 - Romagne, Marche, Umbria milioni in monete 55,3 - Piemonte, Liguria, Sardegna milioni in monete 27,0 - Toscana milioni in monete 85,2 - Veneto milioni in monete 12,7

    Il regno delle Due Sicilie aveva il doppio della ricchezza di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.

    Poiché le monete ritirate, in gran parte d’oro e d’argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare all’estero le materie prime e quant’altro occorresse a sviluppare l’industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.

    Grati per il “vantaggioso cambio” i siciliani cantavano, in quel periodo, “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”. *** Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d’Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27 % della ricchezza nazionale, pagava il 32 % delle imposte.

    Lo stesso Nitti, nel suo libro “Nord e Sud”, calcolava che lo Stato, nel ‘900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 lire annue per ogni abitante della Sicilia.

    Egli non poteva, ahimè, immaginare che, a distanza di un secolo, nulla o quasi sarebbe cambiato della sua proporzione. *** Nel 1861 la Sicilia, a fronte di una bilancia commerciale attiva quattro volte superiore a quella del Piemonte, concorreva al debito pubblico unificato con appena 6.800.000 lire, su un totale di 111.000.000 e contro i 62.000.000 del regno Sabaudo.

    A tal proposito, nella Relazione presentata dal Consiglio Straordinario di Stato, convocato in Sicilia in sostituzione della mai creata Assemblea Costituente, il 19 ottobre 1860, e che aveva visto la partecipazione dei più eminenti uomini siciliani del tempo (Ugdulena, F.Amari, F.Ferrara etc.), era stata richiesta, a fronte del ridottissimo debito pubblico isolano, una rendita adeguata in favore dell’Isola per la creazione di un sistema esteso di lavori pubblici.

    Era stato anche chiesto, nel caso in cui fosse stata decisa l’alienazione e la liquidazione dei beni ecclesiastici, che “il ricavato di dette vendite fosse destinato a speciale beneficio della Sicilia”. Ed era stata infine auspicata la creazione di speciali zone franche che, con l’imminente apertura del canale di Suez, avrebbero potuto trasformare l’Isola in un importante emporio di commercio con i paesi orientali.

    La Relazione, considerata da tutti un documento di enorme valore sul piano economico e sociale, subiva però la totale indifferenza del governo di Torino.

    Politiche economiche del nuovo regno

    Dopo il 1860 coloro che erano animati da sincero spirito patriottico suggerivano costantemente alle politiche economiche dei vari governi di predisporre tutti quei provvedimenti volti a distribuire in modo equo la ricchezza ed il benessere nella nazione. “Compensare il vuoto col pieno” era stato infatti l’auspicio di tutti quelli che avevano inteso l’unificazione italiana come un’occasione storica di prosperità generale.

    A prevalere era invece l’elevazione del livello di vita nelle regioni del centro e del nord del Paese.

    Al fine di inserire l’Italia nel processo di industrializzazione europeo si trasformavano, infatti, le basi dell’economia centro-settentrionale da agricole in industriali, concentrando e facendo attirare i capitali dove essi potevano trovare condizioni più vantaggiose di impiego e di rendita.

    Con l’unificazione del debito pubblico il nuovo Stato italiano aveva già fatto pagare al Sud gli investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del continente.

    Le politiche economiche governative, poi, per proteggere i prodotti industriali “nazionali”, imponevano ai manufatti esteri altissime tariffe doganali. Ciò obbligava al consumo esclusivo di prodotti industriali “padani”, e gli enormi profitti conseguiti provocavano, ancora di più, il trasferimento di capitali dall’agricoltura alla nascente industria, con un continuo impoverimento dei proprietari e dei coltivatori di terre.

    Le città e le campagne della Sicilia venivano a costituire un mercato di consumo dei prodotti industriali del Nord, alla cui invasione si opponevano solamente le ristrettezze economiche degli isolani e le difficoltà dovute alle vie di comunicazione.

    Mentre nel resto d’Italia i prodotti agricoli siciliani, a causa dei forti dazi sul loro consumo e della concorrenza extraisolana, restituivano profitti scarsissimi, in Sicilia i manufatti settentrionali, protetti sempre dalle dogane italiane, conseguivano profitti altissimi.

    E se ciò finiva con l’indirizzare i capitali in cerca di maggiori profitti verso le industrie continentali, toglieva allo stesso tempo all’agricoltura, soprattutto meridionale e isolana, quelle risorse indispensabili al suo sviluppo.

    Se era vero che la ricchezza immobiliare siciliana superava, fino al 1890, quella industriale del Nord, era pur vero che l’unico risultato conseguito era quello di attirare su di sé un’ingente massa di tributi, che si risolvevano inevitabilmente nel potenziamento dell’economia industriale settentrionale.

    Per questo motivo il Colajanni affermava che le tariffe del 1887 avevano consentito la creazione dell’industria italiana, a danno interamente dell’agricoltura del Meridione e delle Isole.

Sicilia a testa alta
29 luglio 2006, di : ducezius

ma bravi i censori!
    Sicilia a testa alta
    29 luglio 2006, di : ducezius

    Cari amici, dopo aver parlato della fase cruenta che contraddistinse gli anni iniziali della Sicilia “unitaria”, faremo un cenno, adesso, sulle nefaste conseguenze economiche derivate dai provvedimenti dei primi governi nazionali che servirono a depredare le nostre ricchezze a favore del Settentrione d’Italia.

    Per questo scopo mi servirò di una ricerca effettuata su una vasta bibliografia particolarmente accreditata in materia:

    Unificazione del capitale liquido e del debito pubblico

    Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno, la Sicilia concorreva, assieme alle province del regno napoletano, con una quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.

    F.S. Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza in Italia, pubblicava il seguente quadro:

    - Regno delle Due Sicilie milioni in monete 443,2 - Lombardia milioni in monete 8,1 - Ducato di Modena milioni in monete 0,4 - Parma e Piacenza milioni in monete 1,2 - Roma milioni in monete 35,3 - Romagne, Marche, Umbria milioni in monete 55,3 - Piemonte, Liguria, Sardegna milioni in monete 27,0 - Toscana milioni in monete 85,2 - Veneto milioni in monete 12,7

    Il regno delle Due Sicilie aveva il doppio della ricchezza di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.

    Poiché le monete ritirate, in gran parte d’oro e d’argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare all’estero le materie prime e quant’altro occorresse a sviluppare l’industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.

    Grati per il “vantaggioso cambio” i siciliani cantavano, in quel periodo, “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”. *** Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d’Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27 % della ricchezza nazionale, pagava il 32 % delle imposte.

    Lo stesso Nitti, nel suo libro “Nord e Sud”, calcolava che lo Stato, nel ‘900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 lire annue per ogni abitante della Sicilia.

    Egli non poteva, ahimè, immaginare che, a distanza di un secolo, nulla o quasi sarebbe cambiato della sua proporzione. *** Nel 1861 la Sicilia, a fronte di una bilancia commerciale attiva quattro volte superiore a quella del Piemonte, concorreva al debito pubblico unificato con appena 6.800.000 lire, su un totale di 111.000.000 e contro i 62.000.000 del regno Sabaudo.

    A tal proposito, nella Relazione presentata dal Consiglio Straordinario di Stato, convocato in Sicilia in sostituzione della mai creata Assemblea Costituente, il 19 ottobre 1860, e che aveva visto la partecipazione dei più eminenti uomini siciliani del tempo (Ugdulena, F.Amari, F.Ferrara etc.), era stata richiesta, a fronte del ridottissimo debito pubblico isolano, una rendita adeguata in favore dell’Isola per la creazione di un sistema esteso di lavori pubblici.

    Era stato anche chiesto, nel caso in cui fosse stata decisa l’alienazione e la liquidazione dei beni ecclesiastici, che “il ricavato di dette vendite fosse destinato a speciale beneficio della Sicilia”. Ed era stata infine auspicata la creazione di speciali zone franche che, con l’imminente apertura del canale di Suez, avrebbero potuto trasformare l’Isola in un importante emporio di commercio con i paesi orientali.

    La Relazione, considerata da tutti un documento di enorme valore sul piano economico e sociale, subiva però la totale indifferenza del governo di Torino.

    Politiche economiche del nuovo regno

    Dopo il 1860 coloro che erano animati da sincero spirito patriottico suggerivano costantemente alle politiche economiche dei vari governi di predisporre tutti quei provvedimenti volti a distribuire in modo equo la ricchezza ed il benessere nella nazione. “Compensare il vuoto col pieno” era stato infatti l’auspicio di tutti quelli che avevano inteso l’unificazione italiana come un’occasione storica di prosperità generale.

    A prevalere era invece l’elevazione del livello di vita nelle regioni del centro e del nord del Paese.

    Al fine di inserire l’Italia nel processo di industrializzazione europeo si trasformavano, infatti, le basi dell’economia centro-settentrionale da agricole in industriali, concentrando e facendo attirare i capitali dove essi potevano trovare condizioni più vantaggiose di impiego e di rendita.

    Con l’unificazione del debito pubblico il nuovo Stato italiano aveva già fatto pagare al Sud gli investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del continente.

    Le politiche economiche governative, poi, per proteggere i prodotti industriali “nazionali”, imponevano ai manufatti esteri altissime tariffe doganali. Ciò obbligava al consumo esclusivo di prodotti industriali “padani”, e gli enormi profitti conseguiti provocavano, ancora di più, il trasferimento di capitali dall’agricoltura alla nascente industria, con un continuo impoverimento dei proprietari e dei coltivatori di terre.

    Le città e le campagne della Sicilia venivano a costituire un mercato di consumo dei prodotti industriali del Nord, alla cui invasione si opponevano solamente le ristrettezze economiche degli isolani e le difficoltà dovute alle vie di comunicazione.

    Mentre nel resto d’Italia i prodotti agricoli siciliani, a causa dei forti dazi sul loro consumo e della concorrenza extraisolana, restituivano profitti scarsissimi, in Sicilia i manufatti settentrionali, protetti sempre dalle dogane italiane, conseguivano profitti altissimi.

    E se ciò finiva con l’indirizzare i capitali in cerca di maggiori profitti verso le industrie continentali, toglieva allo stesso tempo all’agricoltura, soprattutto meridionale e isolana, quelle risorse indispensabili al suo sviluppo.

    Se era vero che la ricchezza immobiliare siciliana superava, fino al 1890, quella industriale del Nord, era pur vero che l’unico risultato conseguito era quello di attirare su di sé un’ingente massa di tributi, che si risolvevano inevitabilmente nel potenziamento dell’economia industriale settentrionale.

    Per questo motivo il Colajanni affermava che le tariffe del 1887 avevano consentito la creazione dell’industria italiana, a danno interamente dell’agricoltura del Meridione e delle Isole.

    Il problema della terra e la vendita dei beni della Chiesa

    Le speranze dei contadini siciliani che attendevano dall’annessione dell’Isola al Regno la soluzione del problema della terra venivano, sotto il nuovo regime, totalmente deluse.

    Le varie forme di quotizzazione forzata, disposte dopo il 1860, avevano fallito il loro scopo. La vendita iniziale della terra degli antichi feudi con la divisione in piccoli appezzamenti, ceduti a contadini troppo indebitati o troppo poveri per acquistare sementi e materiale, non essendo stata seguita dalla creazione di istituti di credito rurale per sopperire ai bisogni dei nuovi piccoli proprietari, si era risolta nel ritorno dei terreni, a bassissimo prezzo, agli antichi latifondisti.

    La legge del 10 agosto 1862 che doveva servire, secondo le intenzioni del Corleo, alla creazione di un ceto medio agricolo con la destinazione della terra non ai poveri ma, secondo i principi liberistici del tempo, a chi possedeva discreti capitali per le migliorie e per le altre spese agricole, si limitava a concedere a gente facoltosa, sotto forma di enfiteusi forzosa redimibile, tutti i fondi, tanto rustici che urbani, appartenenti agli enti ecclesiastici e al demanio, in lotti minimi di dieci ettari e massimi di cento.

    Il provvedimento, benché concorresse a provocare un primo grosso frazionamento della grande proprietà della Chiesa e del demanio, conciliando il rispetto del diritto di proprietà con una più equa redistribuzione della terra, non era sufficiente ad assicurare la conservazione delle nuove quote per la mancata previsione di tutte quelle condizioni favorevoli al credito a buon mercato, alle migliorie, al commercio dei prodotti agricoli ed alle vie di comunicazioni da cui potevano derivare effettivi progressi economici e civili. *** Nel 1867 una nuova legge disponeva l’incameramento e la conseguente liquidazione di tutto il patrimonio fondiario della Chiesa che in Sicilia raggiungeva i due terzi dell’intera proprietà terriera.

    Il provvedimento aveva nell’Isola effetti molto diversi da quelli del resto d’Italia in quanto, per il particolare passato politico di Regno indipendente della Sicilia, la proprietà della Chiesa, risalente sino al tempo dei Re normanni, si era andata accrescendo nei secoli, anche per i “lasciti” di numerose case patrizie, ed aveva raggiunto una estensione di gran lunga superiore a quella delle altre regioni. L’enorme ricchezza che ne derivava consentiva, inoltre, alle Congregazioni religiose di dare ogni sorta di assistenza alle classi meno abbienti delle città e delle campagne.

    In breve tempo l’Isola vedeva sparire l’immenso patrimonio sul quale vivevano migliaia di famiglie.

    E se da un lato cresceva sempre più forte l’opposizione politica e clericale, dall’altro si creava un grave motivo di disordine civile e morale con lo scioglimento delle corporazioni religiose e l’accaparramento da parte dello Stato di tutti i loro beni.

    La vendita dei beni della Chiesa gettava sul lastrico migliaia di persone che avevano basato le loro attività sulla conduzione delle proprietà ecclesiastiche ed accresceva enormemente la generale miseria, anche in conseguenza del venir meno dell’assistenza sociale fornita dagli ordini religiosi secolari e regolari.

    Dal punto di vista economico la Sicilia veniva a comprare dallo Stato i propri beni, in gran parte donati alla Chiesa dal popolo siciliano o dalle autorità che lo rappresentavano, e dei quali il lavoro dei siciliani aveva fatto aumentare il reddito ed il valore.

    Poiché i compratori, lusingati anche dalla falsa promessa governativa di essere esentati dal pagamento delle imposte fondiarie fino al 1880, investivano quasi tutte le loro disponibilità finanziarie nell’acquisto dei terreni, si ritrovavano senza più denaro per poter pagare le migliorie agricole e i salari ai propri braccianti, con conseguenze disastrose per la sopravvivenza di un numero incalcolabile di famiglie. Le susseguenti rivolte contadine innescavano quel sistema di consorterie mafiose che si poneva a difesa delle prerogative e dei privilegi dei grossi proprietari terrieri.

    La vendita dei beni ecclesiastici incamerati e del demanio “antico”, unitamente a tutte le rendite dei beni ecclesiastici censiti, fruttava allo Stato, nel corso di qualche decennio, l’incredibile somma di quasi 800 milioni di lire (più di centomila miliardi di lire attuali).

    Quest’enorme massa di denaro, proveniente dalle professioni liberali, dall’agricoltura latifondista, dalle industrie e dai commerci più attivi di quel periodo in Sicilia, veniva a mancare al potenziamento e allo sviluppo delle aziende e delle imprese esistenti, poiché impiegata nell’acquisto di altra proprietà rurale, peraltro meno redditizia.

    In cambio lo Stato non dava niente alla Sicilia, anzi, dal quarto della rendita dei beni ecclesiastici concessi in enfiteusi, dovuto per legge ai comuni isolani, faceva tutte le possibili detrazioni, al punto che le amministrazioni comunali non avevano più nulla o quasi con cui soddisfare, come la stessa legge prevedeva, le pubbliche necessità come quelle dell’igiene e della istruzione popolare gratuita.

    Alcuni comuni, di contro, si ritrovavano debitori verso lo Stato delle poche anticipazioni già riscosse.

    Ha scritto, giustamente, Aristide Buffa in “Tre Italie”, ESA editrice, 1961: “I danni esercitati dalla vendita dei beni ecclesiastici...furono incommensurabili e hanno i loro effetti fino ad oggi...”; i soldi ricavati, “...se spesi nell’Isola, l’avrebbero trasformata in uno dei paesi più progrediti del tempo...ma allora urgeva la costruzione delle ferrovie nel Piemonte e nell’Alta Italia, per cui, praticamente, al dissanguamento della Sicilia corrispose la creazione, a nord del Po, dell’ambiente adatto per l’impianto delle nuove industrie...”

    Furono le stesse autorità di governo, con Quintino Sella, ministro delle finanze, ad ammettere, poi, candidamente che: “occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni”, e ad annunziare trionfalmente, nel 1876, per bocca del Minghetti, il pareggio del bilancio.

    Opere pubbliche

    Alle unanimi affermazioni dei responsabili del nuovo Stato che auspicavano l’attuazione di un vasto piano di opere pubbliche in Sicilia non corrispondeva un preciso impegno per l’approvazione di un programma organico e razionale, capace di attuare in tempi brevi i “generosi” propositi della classe dirigente.

    Le cause della cronica scarsezza delle opere pubbliche nell’Isola non erano soltanto dovute alle forti spese militari o ad altre innumerevoli necessità del paese, ma soprattutto, ad una scandalosa, quanto tollerata sperequazione nella spesa statale in rapporto alla ricchezza e al reddito delle diverse regioni, molte delle quali avevano già usufruito, nei precedenti governi, di numerose opere di pubblica utilità.

    Sicilia a testa alta
    29 luglio 2006, di : ducezius

    Cari amici, dopo aver parlato della fase cruenta che contraddistinse gli anni iniziali della Sicilia “unitaria”, faremo un cenno, adesso, sulle nefaste conseguenze economiche derivate dai provvedimenti dei primi governi nazionali che servirono a depredare le nostre ricchezze a favore del Settentrione d’Italia.

    Per questo scopo mi servirò di una ricerca effettuata su una vasta bibliografia particolarmente accreditata in materia:

    Unificazione del capitale liquido e del debito pubblico

    Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno, la Sicilia concorreva, assieme alle province del regno napoletano, con una quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.

    F.S. Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza in Italia, pubblicava il seguente quadro:

    - Regno delle Due Sicilie milioni in monete 443,2 - Lombardia milioni in monete 8,1 - Ducato di Modena milioni in monete 0,4 - Parma e Piacenza milioni in monete 1,2 - Roma milioni in monete 35,3 - Romagne, Marche, Umbria milioni in monete 55,3 - Piemonte, Liguria, Sardegna milioni in monete 27,0 - Toscana milioni in monete 85,2 - Veneto milioni in monete 12,7

    Il regno delle Due Sicilie aveva il doppio della ricchezza di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.

    Poiché le monete ritirate, in gran parte d’oro e d’argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare all’estero le materie prime e quant’altro occorresse a sviluppare l’industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.

    Grati per il “vantaggioso cambio” i siciliani cantavano, in quel periodo, “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”. *** Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d’Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27 % della ricchezza nazionale, pagava il 32 % delle imposte.

    Lo stesso Nitti, nel suo libro “Nord e Sud”, calcolava che lo Stato, nel ‘900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 lire annue per ogni abitante della Sicilia.

    Egli non poteva, ahimè, immaginare che, a distanza di un secolo, nulla o quasi sarebbe cambiato della sua proporzione. *** Nel 1861 la Sicilia, a fronte di una bilancia commerciale attiva quattro volte superiore a quella del Piemonte, concorreva al debito pubblico unificato con appena 6.800.000 lire, su un totale di 111.000.000 e contro i 62.000.000 del regno Sabaudo.

    A tal proposito, nella Relazione presentata dal Consiglio Straordinario di Stato, convocato in Sicilia in sostituzione della mai creata Assemblea Costituente, il 19 ottobre 1860, e che aveva visto la partecipazione dei più eminenti uomini siciliani del tempo (Ugdulena, F.Amari, F.Ferrara etc.), era stata richiesta, a fronte del ridottissimo debito pubblico isolano, una rendita adeguata in favore dell’Isola per la creazione di un sistema esteso di lavori pubblici.

    Era stato anche chiesto, nel caso in cui fosse stata decisa l’alienazione e la liquidazione dei beni ecclesiastici, che “il ricavato di dette vendite fosse destinato a speciale beneficio della Sicilia”. Ed era stata infine auspicata la creazione di speciali zone franche che, con l’imminente apertura del canale di Suez, avrebbero potuto trasformare l’Isola in un importante emporio di commercio con i paesi orientali.

    La Relazione, considerata da tutti un documento di enorme valore sul piano economico e sociale, subiva però la totale indifferenza del governo di Torino.

    Politiche economiche del nuovo regno

    Dopo il 1860 coloro che erano animati da sincero spirito patriottico suggerivano costantemente alle politiche economiche dei vari governi di predisporre tutti quei provvedimenti volti a distribuire in modo equo la ricchezza ed il benessere nella nazione. “Compensare il vuoto col pieno” era stato infatti l’auspicio di tutti quelli che avevano inteso l’unificazione italiana come un’occasione storica di prosperità generale.

    A prevalere era invece l’elevazione del livello di vita nelle regioni del centro e del nord del Paese.

    Al fine di inserire l’Italia nel processo di industrializzazione europeo si trasformavano, infatti, le basi dell’economia centro-settentrionale da agricole in industriali, concentrando e facendo attirare i capitali dove essi potevano trovare condizioni più vantaggiose di impiego e di rendita.

    Con l’unificazione del debito pubblico il nuovo Stato italiano aveva già fatto pagare al Sud gli investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del continente.

    Le politiche economiche governative, poi, per proteggere i prodotti industriali “nazionali”, imponevano ai manufatti esteri altissime tariffe doganali. Ciò obbligava al consumo esclusivo di prodotti industriali “padani”, e gli enormi profitti conseguiti provocavano, ancora di più, il trasferimento di capitali dall’agricoltura alla nascente industria, con un continuo impoverimento dei proprietari e dei coltivatori di terre.

    Le città e le campagne della Sicilia venivano a costituire un mercato di consumo dei prodotti industriali del Nord, alla cui invasione si opponevano solamente le ristrettezze economiche degli isolani e le difficoltà dovute alle vie di comunicazione.

    Mentre nel resto d’Italia i prodotti agricoli siciliani, a causa dei forti dazi sul loro consumo e della concorrenza extraisolana, restituivano profitti scarsissimi, in Sicilia i manufatti settentrionali, protetti sempre dalle dogane italiane, conseguivano profitti altissimi.

    E se ciò finiva con l’indirizzare i capitali in cerca di maggiori profitti verso le industrie continentali, toglieva allo stesso tempo all’agricoltura, soprattutto meridionale e isolana, quelle risorse indispensabili al suo sviluppo.

    Se era vero che la ricchezza immobiliare siciliana superava, fino al 1890, quella industriale del Nord, era pur vero che l’unico risultato conseguito era quello di attirare su di sé un’ingente massa di tributi, che si risolvevano inevitabilmente nel potenziamento dell’economia industriale settentrionale.

    Per questo motivo il Colajanni affermava che le tariffe del 1887 avevano consentito la creazione dell’industria italiana, a danno interamente dell’agricoltura del Meridione e delle Isole.

    Il problema della terra e la vendita dei beni della Chiesa

    Le speranze dei contadini siciliani che attendevano dall’annessione dell’Isola al Regno la soluzione del problema della terra venivano, sotto il nuovo regime, totalmente deluse.

    Le varie forme di quotizzazione forzata, disposte dopo il 1860, avevano fallito il loro scopo. La vendita iniziale della terra degli antichi feudi con la divisione in piccoli appezzamenti, ceduti a contadini troppo indebitati o troppo poveri per acquistare sementi e materiale, non essendo stata seguita dalla creazione di istituti di credito rurale per sopperire ai bisogni dei nuovi piccoli proprietari, si era risolta nel ritorno dei terreni, a bassissimo prezzo, agli antichi latifondisti.

    La legge del 10 agosto 1862 che doveva servire, secondo le intenzioni del Corleo, alla creazione di un ceto medio agricolo con la destinazione della terra non ai poveri ma, secondo i principi liberistici del tempo, a chi possedeva discreti capitali per le migliorie e per le altre spese agricole, si limitava a concedere a gente facoltosa, sotto forma di enfiteusi forzosa redimibile, tutti i fondi, tanto rustici che urbani, appartenenti agli enti ecclesiastici e al demanio, in lotti minimi di dieci ettari e massimi di cento.

    Il provvedimento, benché concorresse a provocare un primo grosso frazionamento della grande proprietà della Chiesa e del demanio, conciliando il rispetto del diritto di proprietà con una più equa redistribuzione della terra, non era sufficiente ad assicurare la conservazione delle nuove quote per la mancata previsione di tutte quelle condizioni favorevoli al credito a buon mercato, alle migliorie, al commercio dei prodotti agricoli ed alle vie di comunicazioni da cui potevano derivare effettivi progressi economici e civili. *** Nel 1867 una nuova legge disponeva l’incameramento e la conseguente liquidazione di tutto il patrimonio fondiario della Chiesa che in Sicilia raggiungeva i due terzi dell’intera proprietà terriera.

    Il provvedimento aveva nell’Isola effetti molto diversi da quelli del resto d’Italia in quanto, per il particolare passato politico di Regno indipendente della Sicilia, la proprietà della Chiesa, risalente sino al tempo dei Re normanni, si era andata accrescendo nei secoli, anche per i “lasciti” di numerose case patrizie, ed aveva raggiunto una estensione di gran lunga superiore a quella delle altre regioni. L’enorme ricchezza che ne derivava consentiva, inoltre, alle Congregazioni religiose di dare ogni sorta di assistenza alle classi meno abbienti delle città e delle campagne.

    In breve tempo l’Isola vedeva sparire l’immenso patrimonio sul quale vivevano migliaia di famiglie.

    E se da un lato cresceva sempre più forte l’opposizione politica e clericale, dall’altro si creava un grave motivo di disordine civile e morale con lo scioglimento delle corporazioni religiose e l’accaparramento da parte dello Stato di tutti i loro beni.

    La vendita dei beni della Chiesa gettava sul lastrico migliaia di persone che avevano basato le loro attività sulla conduzione delle proprietà ecclesiastiche ed accresceva enormemente la generale miseria, anche in conseguenza del venir meno dell’assistenza sociale fornita dagli ordini religiosi secolari e regolari.

    Dal punto di vista economico la Sicilia veniva a comprare dallo Stato i propri beni, in gran parte donati alla Chiesa dal popolo siciliano o dalle autorità che lo rappresentavano, e dei quali il lavoro dei siciliani aveva fatto aumentare il reddito ed il valore.

    Poiché i compratori, lusingati anche dalla falsa promessa governativa di essere esentati dal pagamento delle imposte fondiarie fino al 1880, investivano quasi tutte le loro disponibilità finanziarie nell’acquisto dei terreni, si ritrovavano senza più denaro per poter pagare le migliorie agricole e i salari ai propri braccianti, con conseguenze disastrose per la sopravvivenza di un numero incalcolabile di famiglie. Le susseguenti rivolte contadine innescavano quel sistema di consorterie mafiose che si poneva a difesa delle prerogative e dei privilegi dei grossi proprietari terrieri.

    La vendita dei beni ecclesiastici incamerati e del demanio “antico”, unitamente a tutte le rendite dei beni ecclesiastici censiti, fruttava allo Stato, nel corso di qualche decennio, l’incredibile somma di quasi 800 milioni di lire (più di centomila miliardi di lire attuali).

    Quest’enorme massa di denaro, proveniente dalle professioni liberali, dall’agricoltura latifondista, dalle industrie e dai commerci più attivi di quel periodo in Sicilia, veniva a mancare al potenziamento e allo sviluppo delle aziende e delle imprese esistenti, poiché impiegata nell’acquisto di altra proprietà rurale, peraltro meno redditizia.

    In cambio lo Stato non dava niente alla Sicilia, anzi, dal quarto della rendita dei beni ecclesiastici concessi in enfiteusi, dovuto per legge ai comuni isolani, faceva tutte le possibili detrazioni, al punto che le amministrazioni comunali non avevano più nulla o quasi con cui soddisfare, come la stessa legge prevedeva, le pubbliche necessità come quelle dell’igiene e della istruzione popolare gratuita.

    Alcuni comuni, di contro, si ritrovavano debitori verso lo Stato delle poche anticipazioni già riscosse.

    Ha scritto, giustamente, Aristide Buffa in “Tre Italie”, ESA editrice, 1961: “I danni esercitati dalla vendita dei beni ecclesiastici...furono incommensurabili e hanno i loro effetti fino ad oggi...”; i soldi ricavati, “...se spesi nell’Isola, l’avrebbero trasformata in uno dei paesi più progrediti del tempo...ma allora urgeva la costruzione delle ferrovie nel Piemonte e nell’Alta Italia, per cui, praticamente, al dissanguamento della Sicilia corrispose la creazione, a nord del Po, dell’ambiente adatto per l’impianto delle nuove industrie...”

    Furono le stesse autorità di governo, con Quintino Sella, ministro delle finanze, ad ammettere, poi, candidamente che: “occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni”, e ad annunziare trionfalmente, nel 1876, per bocca del Minghetti, il pareggio del bilancio.

    Sicilia a testa alta
    29 luglio 2006, di : eunus

    Cari amici, dopo aver parlato della fase cruenta che contraddistinse gli anni iniziali della Sicilia “unitaria”, faremo un cenno, adesso, sulle nefaste conseguenze economiche derivate dai provvedimenti dei primi governi nazionali che servirono a depredare le nostre ricchezze a favore del Settentrione d’Italia.

    Per questo scopo mi servirò di una ricerca effettuata su una vasta bibliografia particolarmente accreditata in materia:

    Unificazione del capitale liquido e del debito pubblico

    Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno, la Sicilia concorreva, assieme alle province del regno napoletano, con una quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.

    F.S. Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza in Italia, pubblicava il seguente quadro:

    - Regno delle Due Sicilie milioni in monete 443,2 - Lombardia milioni in monete 8,1 - Ducato di Modena milioni in monete 0,4 - Parma e Piacenza milioni in monete 1,2 - Roma milioni in monete 35,3 - Romagne, Marche, Umbria milioni in monete 55,3 - Piemonte, Liguria, Sardegna milioni in monete 27,0 - Toscana milioni in monete 85,2 - Veneto milioni in monete 12,7

    Il regno delle Due Sicilie aveva il doppio della ricchezza di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.

    Poiché le monete ritirate, in gran parte d’oro e d’argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare all’estero le materie prime e quant’altro occorresse a sviluppare l’industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.

    Grati per il “vantaggioso cambio” i siciliani cantavano, in quel periodo, “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”. *** Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d’Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27 % della ricchezza nazionale, pagava il 32 % delle imposte.

    Lo stesso Nitti, nel suo libro “Nord e Sud”, calcolava che lo Stato, nel ‘900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 lire annue per ogni abitante della Sicilia.

    Egli non poteva, ahimè, immaginare che, a distanza di un secolo, nulla o quasi sarebbe cambiato della sua proporzione. *** Nel 1861 la Sicilia, a fronte di una bilancia commerciale attiva quattro volte superiore a quella del Piemonte, concorreva al debito pubblico unificato con appena 6.800.000 lire, su un totale di 111.000.000 e contro i 62.000.000 del regno Sabaudo.

    A tal proposito, nella Relazione presentata dal Consiglio Straordinario di Stato, convocato in Sicilia in sostituzione della mai creata Assemblea Costituente, il 19 ottobre 1860, e che aveva visto la partecipazione dei più eminenti uomini siciliani del tempo (Ugdulena, F.Amari, F.Ferrara etc.), era stata richiesta, a fronte del ridottissimo debito pubblico isolano, una rendita adeguata in favore dell’Isola per la creazione di un sistema esteso di lavori pubblici.

    Era stato anche chiesto, nel caso in cui fosse stata decisa l’alienazione e la liquidazione dei beni ecclesiastici, che “il ricavato di dette vendite fosse destinato a speciale beneficio della Sicilia”. Ed era stata infine auspicata la creazione di speciali zone franche che, con l’imminente apertura del canale di Suez, avrebbero potuto trasformare l’Isola in un importante emporio di commercio con i paesi orientali.

    La Relazione, considerata da tutti un documento di enorme valore sul piano economico e sociale, subiva però la totale indifferenza del governo di Torino.

    Politiche economiche del nuovo regno

    Dopo il 1860 coloro che erano animati da sincero spirito patriottico suggerivano costantemente alle politiche economiche dei vari governi di predisporre tutti quei provvedimenti volti a distribuire in modo equo la ricchezza ed il benessere nella nazione. “Compensare il vuoto col pieno” era stato infatti l’auspicio di tutti quelli che avevano inteso l’unificazione italiana come un’occasione storica di prosperità generale.

    A prevalere era invece l’elevazione del livello di vita nelle regioni del centro e del nord del Paese.

    Al fine di inserire l’Italia nel processo di industrializzazione europeo si trasformavano, infatti, le basi dell’economia centro-settentrionale da agricole in industriali, concentrando e facendo attirare i capitali dove essi potevano trovare condizioni più vantaggiose di impiego e di rendita.

    Con l’unificazione del debito pubblico il nuovo Stato italiano aveva già fatto pagare al Sud gli investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del continente.

    Le politiche economiche governative, poi, per proteggere i prodotti industriali “nazionali”, imponevano ai manufatti esteri altissime tariffe doganali. Ciò obbligava al consumo esclusivo di prodotti industriali “padani”, e gli enormi profitti conseguiti provocavano, ancora di più, il trasferimento di capitali dall’agricoltura alla nascente industria, con un continuo impoverimento dei proprietari e dei coltivatori di terre.

    Le città e le campagne della Sicilia venivano a costituire un mercato di consumo dei prodotti industriali del Nord, alla cui invasione si opponevano solamente le ristrettezze economiche degli isolani e le difficoltà dovute alle vie di comunicazione.

    Mentre nel resto d’Italia i prodotti agricoli siciliani, a causa dei forti dazi sul loro consumo e della concorrenza extraisolana, restituivano profitti scarsissimi, in Sicilia i manufatti settentrionali, protetti sempre dalle dogane italiane, conseguivano profitti altissimi.

    E se ciò finiva con l’indirizzare i capitali in cerca di maggiori profitti verso le industrie continentali, toglieva allo stesso tempo all’agricoltura, soprattutto meridionale e isolana, quelle risorse indispensabili al suo sviluppo.

    Se era vero che la ricchezza immobiliare siciliana superava, fino al 1890, quella industriale del Nord, era pur vero che l’unico risultato conseguito era quello di attirare su di sé un’ingente massa di tributi, che si risolvevano inevitabilmente nel potenziamento dell’economia industriale settentrionale.

    Per questo motivo il Colajanni affermava che le tariffe del 1887 avevano consentito la creazione dell’industria italiana, a danno interamente dell’agricoltura del Meridione e delle Isole.

    Il problema della terra e la vendita dei beni della Chiesa

    Le speranze dei contadini siciliani che attendevano dall’annessione dell’Isola al Regno la soluzione del problema della terra venivano, sotto il nuovo regime, totalmente deluse.

    Le varie forme di quotizzazione forzata, disposte dopo il 1860, avevano fallito il loro scopo. La vendita iniziale della terra degli antichi feudi con la divisione in piccoli appezzamenti, ceduti a contadini troppo indebitati o troppo poveri per acquistare sementi e materiale, non essendo stata seguita dalla creazione di istituti di credito rurale per sopperire ai bisogni dei nuovi piccoli proprietari, si era risolta nel ritorno dei terreni, a bassissimo prezzo, agli antichi latifondisti.

    La legge del 10 agosto 1862 che doveva servire, secondo le intenzioni del Corleo, alla creazione di un ceto medio agricolo con la destinazione della terra non ai poveri ma, secondo i principi liberistici del tempo, a chi possedeva discreti capitali per le migliorie e per le altre spese agricole, si limitava a concedere a gente facoltosa, sotto forma di enfiteusi forzosa redimibile, tutti i fondi, tanto rustici che urbani, appartenenti agli enti ecclesiastici e al demanio, in lotti minimi di dieci ettari e massimi di cento.

    Il provvedimento, benché concorresse a provocare un primo grosso frazionamento della grande proprietà della Chiesa e del demanio, conciliando il rispetto del diritto di proprietà con una più equa redistribuzione della terra, non era sufficiente ad assicurare la conservazione delle nuove quote per la mancata previsione di tutte quelle condizioni favorevoli al credito a buon mercato, alle migliorie, al commercio dei prodotti agricoli ed alle vie di comunicazioni da cui potevano derivare effettivi progressi economici e civili. *** Nel 1867 una nuova legge disponeva l’incameramento e la conseguente liquidazione di tutto il patrimonio fondiario della Chiesa che in Sicilia raggiungeva i due terzi dell’intera proprietà terriera.

    Il provvedimento aveva nell’Isola effetti molto diversi da quelli del resto d’Italia in quanto, per il particolare passato politico di Regno indipendente della Sicilia, la proprietà della Chiesa, risalente sino al tempo dei Re normanni, si era andata accrescendo nei secoli, anche per i “lasciti” di numerose case patrizie, ed aveva raggiunto una estensione di gran lunga superiore a quella delle altre regioni. L’enorme ricchezza che ne derivava consentiva, inoltre, alle Congregazioni religiose di dare ogni sorta di assistenza alle classi meno abbienti delle città e delle campagne.

    In breve tempo l’Isola vedeva sparire l’immenso patrimonio sul quale vivevano migliaia di famiglie.

    E se da un lato cresceva sempre più forte l’opposizione politica e clericale, dall’altro si creava un grave motivo di disordine civile e morale con lo scioglimento delle corporazioni religiose e l’accaparramento da parte dello Stato di tutti i loro beni.

    La vendita dei beni della Chiesa gettava sul lastrico migliaia di persone che avevano basato le loro attività sulla conduzione delle proprietà ecclesiastiche ed accresceva enormemente la generale miseria, anche in conseguenza del venir meno dell’assistenza sociale fornita dagli ordini religiosi secolari e regolari.

    Dal punto di vista economico la Sicilia veniva a comprare dallo Stato i propri beni, in gran parte donati alla Chiesa dal popolo siciliano o dalle autorità che lo rappresentavano, e dei quali il lavoro dei siciliani aveva fatto aumentare il reddito ed il valore.

    Poiché i compratori, lusingati anche dalla falsa promessa governativa di essere esentati dal pagamento delle imposte fondiarie fino al 1880, investivano quasi tutte le loro disponibilità finanziarie nell’acquisto dei terreni, si ritrovavano senza più denaro per poter pagare le migliorie agricole e i salari ai propri braccianti, con conseguenze disastrose per la sopravvivenza di un numero incalcolabile di famiglie. Le susseguenti rivolte contadine innescavano quel sistema di consorterie mafiose che si poneva a difesa delle prerogative e dei privilegi dei grossi proprietari terrieri.

    La vendita dei beni ecclesiastici incamerati e del demanio “antico”, unitamente a tutte le rendite dei beni ecclesiastici censiti, fruttava allo Stato, nel corso di qualche decennio, l’incredibile somma di quasi 800 milioni di lire (più di centomila miliardi di lire attuali).

    Quest’enorme massa di denaro, proveniente dalle professioni liberali, dall’agricoltura latifondista, dalle industrie e dai commerci più attivi di quel periodo in Sicilia, veniva a mancare al potenziamento e allo sviluppo delle aziende e delle imprese esistenti, poiché impiegata nell’acquisto di altra proprietà rurale, peraltro meno redditizia.

    In cambio lo Stato non dava niente alla Sicilia, anzi, dal quarto della rendita dei beni ecclesiastici concessi in enfiteusi, dovuto per legge ai comuni isolani, faceva tutte le possibili detrazioni, al punto che le amministrazioni comunali non avevano più nulla o quasi con cui soddisfare, come la stessa legge prevedeva, le pubbliche necessità come quelle dell’igiene e della istruzione popolare gratuita.

    Alcuni comuni, di contro, si ritrovavano debitori verso lo Stato delle poche anticipazioni già riscosse.

    Ha scritto, giustamente, Aristide Buffa in “Tre Italie”, ESA editrice, 1961: “I danni esercitati dalla vendita dei beni ecclesiastici...furono incommensurabili e hanno i loro effetti fino ad oggi...”; i soldi ricavati, “...se spesi nell’Isola, l’avrebbero trasformata in uno dei paesi più progrediti del tempo...ma allora urgeva la costruzione delle ferrovie nel Piemonte e nell’Alta Italia, per cui, praticamente, al dissanguamento della Sicilia corrispose la creazione, a nord del Po, dell’ambiente adatto per l’impianto delle nuove industrie...”

    Furono le stesse autorità di governo, con Quintino Sella, ministro delle finanze, ad ammettere, poi, candidamente che: “occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni”, e ad annunziare trionfalmente, nel 1876, per bocca del Minghetti, il pareggio del bilancio.

    Sicilia a testa alta
    29 luglio 2006, di : eunus

    Cari amici, dopo aver parlato della fase cruenta che contraddistinse gli anni iniziali della Sicilia “unitaria”, faremo un cenno, adesso, sulle nefaste conseguenze economiche derivate dai provvedimenti dei primi governi nazionali che servirono a depredare le nostre ricchezze a favore del Settentrione d’Italia.

    Per questo scopo mi servirò di una ricerca effettuata su una vasta bibliografia particolarmente accreditata in materia:

    Unificazione del capitale liquido e del debito pubblico

    Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno, la Sicilia concorreva, assieme alle province del regno napoletano, con una quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.

    F.S. Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza in Italia, pubblicava il seguente quadro:

    - Regno delle Due Sicilie milioni in monete 443,2 - Lombardia milioni in monete 8,1 - Ducato di Modena milioni in monete 0,4 - Parma e Piacenza milioni in monete 1,2 - Roma milioni in monete 35,3 - Romagne, Marche, Umbria milioni in monete 55,3 - Piemonte, Liguria, Sardegna milioni in monete 27,0 - Toscana milioni in monete 85,2 - Veneto milioni in monete 12,7

    Il regno delle Due Sicilie aveva il doppio della ricchezza di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.

    Poiché le monete ritirate, in gran parte d’oro e d’argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare all’estero le materie prime e quant’altro occorresse a sviluppare l’industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.

    Grati per il “vantaggioso cambio” i siciliani cantavano, in quel periodo, “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”. *** Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d’Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27 % della ricchezza nazionale, pagava il 32 % delle imposte.

    Lo stesso Nitti, nel suo libro “Nord e Sud”, calcolava che lo Stato, nel ‘900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 lire annue per ogni abitante della Sicilia.

    Egli non poteva, ahimè, immaginare che, a distanza di un secolo, nulla o quasi sarebbe cambiato della sua proporzione. *** Nel 1861 la Sicilia, a fronte di una bilancia commerciale attiva quattro volte superiore a quella del Piemonte, concorreva al debito pubblico unificato con appena 6.800.000 lire, su un totale di 111.000.000 e contro i 62.000.000 del regno Sabaudo.

    A tal proposito, nella Relazione presentata dal Consiglio Straordinario di Stato, convocato in Sicilia in sostituzione della mai creata Assemblea Costituente, il 19 ottobre 1860, e che aveva visto la partecipazione dei più eminenti uomini siciliani del tempo (Ugdulena, F.Amari, F.Ferrara etc.), era stata richiesta, a fronte del ridottissimo debito pubblico isolano, una rendita adeguata in favore dell’Isola per la creazione di un sistema esteso di lavori pubblici.

    Era stato anche chiesto, nel caso in cui fosse stata decisa l’alienazione e la liquidazione dei beni ecclesiastici, che “il ricavato di dette vendite fosse destinato a speciale beneficio della Sicilia”. Ed era stata infine auspicata la creazione di speciali zone franche che, con l’imminente apertura del canale di Suez, avrebbero potuto trasformare l’Isola in un importante emporio di commercio con i paesi orientali.

    La Relazione, considerata da tutti un documento di enorme valore sul piano economico e sociale, subiva però la totale indifferenza del governo di Torino.

    Politiche economiche del nuovo regno

    Dopo il 1860 coloro che erano animati da sincero spirito patriottico suggerivano costantemente alle politiche economiche dei vari governi di predisporre tutti quei provvedimenti volti a distribuire in modo equo la ricchezza ed il benessere nella nazione. “Compensare il vuoto col pieno” era stato infatti l’auspicio di tutti quelli che avevano inteso l’unificazione italiana come un’occasione storica di prosperità generale.

    A prevalere era invece l’elevazione del livello di vita nelle regioni del centro e del nord del Paese.

    Al fine di inserire l’Italia nel processo di industrializzazione europeo si trasformavano, infatti, le basi dell’economia centro-settentrionale da agricole in industriali, concentrando e facendo attirare i capitali dove essi potevano trovare condizioni più vantaggiose di impiego e di rendita.

    Con l’unificazione del debito pubblico il nuovo Stato italiano aveva già fatto pagare al Sud gli investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del continente.

    Le politiche economiche governative, poi, per proteggere i prodotti industriali “nazionali”, imponevano ai manufatti esteri altissime tariffe doganali. Ciò obbligava al consumo esclusivo di prodotti industriali “padani”, e gli enormi profitti conseguiti provocavano, ancora di più, il trasferimento di capitali dall’agricoltura alla nascente industria, con un continuo impoverimento dei proprietari e dei coltivatori di terre.

    Le città e le campagne della Sicilia venivano a costituire un mercato di consumo dei prodotti industriali del Nord, alla cui invasione si opponevano solamente le ristrettezze economiche degli isolani e le difficoltà dovute alle vie di comunicazione.

    Mentre nel resto d’Italia i prodotti agricoli siciliani, a causa dei forti dazi sul loro consumo e della concorrenza extraisolana, restituivano profitti scarsissimi, in Sicilia i manufatti settentrionali, protetti sempre dalle dogane italiane, conseguivano profitti altissimi.

    E se ciò finiva con l’indirizzare i capitali in cerca di maggiori profitti verso le industrie continentali, toglieva allo stesso tempo all’agricoltura, soprattutto meridionale e isolana, quelle risorse indispensabili al suo sviluppo.

    Se era vero che la ricchezza immobiliare siciliana superava, fino al 1890, quella industriale del Nord, era pur vero che l’unico risultato conseguito era quello di attirare su di sé un’ingente massa di tributi, che si risolvevano inevitabilmente nel potenziamento dell’economia industriale settentrionale.

    Per questo motivo il Colajanni affermava che le tariffe del 1887 avevano consentito la creazione dell’industria italiana, a danno interamente dell’agricoltura del Meridione e delle Isole.

    Sicilia a testa alta
    29 luglio 2006, di : eunus

    Cari compagni, non sapete cosa vi siete persi ancora! Pazienza, quanto imparerete a non censurare chi non la pensa come voi allora se ne parlerà!