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La scuola non è un pullman

“Buongiorno, sono il padre di tal dei tali, faccio il medico, mia moglie è insegnante, lei che intenzioni ha con mio figlio?”

di Gigi Monello - martedì 13 settembre 2011 - 2811 letture

Se avete un amico o un parente insegnante, chiedetegli quale aspetto del suo mestiere gli procuri più frustrazione. Crediamo vi risponderà, “trovarmi di fronte adolescenti che sempre meno accettano di lasciarsi giudicare, e genitori che sempre più spesso li appoggiano”. Il fenomeno è in costante aumento e, come confermano gli studi sul burnout nelle cosiddette helping professions, la pressione psicologica sui docenti è oramai ad un livello di guardia.

Naturalmente, le cose non succedono per caso, e se a questo bel traguardo si è arrivati, vi dovrà pur essere una ragione. A farla breve, diremmo che la faccenda comincia a metà degli anni ottanta, con l’esplosione delle TV commerciali, e si perfeziona dieci anni dopo con il trionfo di Internet. Di fronte all’espansione vertiginosa delle comunicazioni e al diluvio di messaggi-flash, pulsioni consumistiche, suggestioni e volgarità varie, quotidianamente scaricato sui giovani, si rispose col più fatale degli errori; invece di spostare risorse verso la Scuola, affinché si attrezzasse per restare luogo alto dei saperi complessi, centrato su un docente-intellettuale, si preferì cavalcare l’onda e spostare la scuola stessa verso un modernismo scomposto e velleitario; finendo per trasformarla in quell’ibrido luogo di socializzazione che oggi vediamo.

È da allora che gli istituti hanno preso a riempirsi di un mare di iniziative, servizi, attività (dalla consulenza psicologica per fidanzatini in crisi alla patente per i motorini), e a farsi penosamente concorrenza a colpi di depliants colorati e allettamenti da fiera. Il tutto all’insegna di quel capolavoro del pensiero umano che è stato la Scuola-Azienda. Si è trattato, in fondo, di una storia tutta italiana: quando mancano i quattrini, si ricorre alle due più antiche risorse dell’anima nazionale: l’espediente e la retorica.

Il teorema modernista-aziendalista, accompagnato da preziosi acronimi, suonava grosso modo così: la scuola è un servizio sociale; chi vi è fisicamente “incluso” deve “essere servito”. All’incirca come accade con una azienda di trasporti: se uno sul pullman ci sale, a destinazione ci deve arrivare (“successo formativo”). Se poi durante il viaggio ti distribuiscono pure le caramelle, tanto di guadagnato (“arricchimento dell’offerta formativa”).

La caduta degli standards minimi di apprendimento era inevitabile. Come inevitabile era il corollario “sociale” di tanto geniale trovata: “Quello dell’insegnante è un mestiere sostanzialmente facile, e chiunque abbia un certo grado di istruzione può metterci il becco”. Finale dei finali?

Questa soave scenetta: mese di Maggio, ultimi colloqui con le famiglie, una collega (serissima) incontra un genitore: “Buongiorno, sono il padre di tal dei tali, faccio il medico, mia moglie è insegnante, lei che intenzioni ha con mio figlio?”. La risposta fu calma e dignitosa; ma quella più giusta sarebbe stata, “Caro dottore, quando avrò la sfortuna di venirla a trovare, mi guarderò bene dall’entrare nelle sue diagnosi. Lei mi usi la cortesia di non entrare nei miei voti”.


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