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La duchessa Sanseverina

"qualche volta, fare la carogna è l’unica cosa che resta a una donna"

di Pina La Villa - mercoledì 14 gennaio 2004 - 9995 letture

05/01/04 Ieri sera in Tv il film L’ultima eclisse. Frase chiave: "qualche volta, fare la carogna è l’unica cosa che resta a una donna".

07/01/04 Stendhal,La certosa di Parma. Si, la vera protagonista del libro è la duchessa Sanseverina. E’ lei che riesce a sbrogliare tutte le matasse, ad approntare le strategie vincenti all’interno di una corte dispotica, piena di tranelli. Ma i suoi piani vengono sempre vanificati dall’ingenuità e irruenza del nipote Fabrizio e dalla cortigianeria del suo amante, il pur potente primo ministro conte Mosca. La centralità della figura della Sanseverina non poteva reggere in un libro pubblicato nel 1839, in piena epoca romantica. Perché la Sanseverina è uno spirito ancora illuminato (realista, brillante e vincente nella conversazione, abile stratega, spregiudicata) e Fabrizio è il prototipo dell’eroe romantico, anzi ne è già una caricatura.(Vedere soprattutto la parte finale, la storia d’amore con Clelia Conti).

Fabrizio in chiesa, prega. Ha appena ucciso l’attore Giletti, che lo ha attaccato per gelosia: "Chiedeva perdono a Dio per molte cose; ma, fatto notevole, non pensò neppure ad annoverare tra i suoi peccati il progetto di diventare arcivescovo, per la semplice ragione che il conte Mosca era primo ministro e giudicava quel posto e i suoi svariati privilegi convenienti al nipote della duchessa. Fabrizio l’aveva desiderato senza eccessivo slancio, è vero, però ci aveva pensato spesso, proprio come avrebbe fatto per un posto di ministro o di generale. Non gli era mai passato per la testa che la sua coscienza potesse avere voce in capitolo nel progetto della duchessa: e questo è un esempio concreto della strana forma di religione imparata da Fabrizio presso i gesuiti di Milano. E’ una religione che toglie il coraggio di pensare alle cose che non rientrano nelle abitudini, e vede nell’esame di coscienza il più grave di tutti i peccati, perché rappresenta un passo avanti verso il protestantesimo. Per sapere di cosa si è colpevoli bisogna chiederlo al prete, oppure leggere la lista dei peccati così come appare nei libri intitolati Preparazione al sacramento della Penitenza . Fabrizio sapeva a memoria la lista dei peccati redatta in latino; l’aveva imparata all’Accademia ecclesiastica di Napoli. Mentre la recitava, arrivato alla voce "delitto", si era accusato davanti a Dio di aver ucciso un uomo, anche se per legittima difesa. Aveva rapidamente elencato, ma senza farci attenzione, i diversi articoli relativi al peccato di simonia (procurarsi attraverso il denaro le dignità ecclesiastiche). Se gli avessero chiesto di dare cento luigi per diventare primo gran vicario dell’arcivescovo di Parma, avrebbe respinto la proposta con sdegno; ma, pur non mancando di intelligenza né di logica, non gli venne mai in mente che impiegare a suo vantaggio l’autorità del conte Mosca fosse una simonia. E qui trionfa l’educazione gesuitica: abituare la gente a non fare attenzione a cose più chiare della luce del sole."


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