L’ Italia del comico

di rafael navio - lunedì 4 maggio 2009 - 2057 letture

L’Italia del comico.

Cosa si aspetta questa società qualunquista? Oggi come oggi, tutti hanno facoltà di esprimere un’opinione che può arrivare nelle case delle persone senza nessun contrasto alcuno, e senza barriere di sorta. Ma quanti raccontano delle verità, o degli argomenti che possono aiutare il senso comune in modo concreto è pulito, concedendo a chi ascolta una serena e franca valutazione degli argomenti, orientata ad un’opinione personale libera ed indipendente.

Il qualunquismo molte volte non è sinonimo di democrazia, questo è un insegnamento dell’era moderna, in quanto è inopinabile che una confusione di argomenti, di opinioni sono l’anticamera del caos che porteranno al disastro sociale proprio quanto e come farebbe una dittatura. E’ assurdo che un comico raggruppi in una piazza oltre 300.000 persone, e indichi loro la strada da percorrere per risolvere i problemi quotidiani di una nazione. Mentre chi dovrebbe farlo, e parlo dei nostri politici, frequentano, come in uno scambio di ruoli programmato e sincronizzato, i programmi televisivi più triviali, dediti i a fare ascolto per incastrare lo spettatore di fronte al televisore.

Oggi il politico non è un politico. Il politico è un attore, è una persona che passa la maggior parte della sua giornata tra truccatori ed insegnanti di dizione, cercando di migliorare il suo aspetto esteriore per una compiacente ed efficace interpretazione televisiva.

E’ oltraggioso asserire che ci sia una libertà che porti a pensare ad un qualunquismo divulgativo, con argomenti basati sull’idea che un paese è libero quando tutti hanno diritto alla parola.

In teoria è così, ma è pur vero che ci sono situazioni e situazioni. Equivale a dire che anche un boss o un delinquente possa richiedere un palco e da lì raccontare la sua parte di storia. Oppure un non competente esprimere un giudizio in campo medico-scientifico. E’ democrazia perchè è la loro verità.

Penso, con grande convinzione, che quando ci si rivolga alle masse bisogna essere proprietari di un linguaggio e di contenuti adatti, di modi e di atteggiamenti che siano finalizzati al bene comune, è non solo per racimolare consensi ed approvazione. Altrimenti il disastroso riscontro sarà una rivoluzione che non è una rivoluzione in quanto si nasconde dietro un velo di confusione e d’ilarità.

Dire oggi una parolaccia ad ogni argomento non è sinonimo di crescita sociale, in quanto i nostri problemi non cambieranno con le parolacce. Dobbiamo sperare, e aggrapparci alle democrazie del voto, con questo potere piccolo, ma così grande nell’unione di tutti gli altri, possiamo veramente cambiare qualcosa. Il volto è la nostra arma, il nostro giudizio è quindi la consequenziale punizione per chi ha sbagliato e non ha onorato tale dimostrazione di fiducia, una punizione che deve portare gli erranti nel dimenticatoio della politica lasciandoli per sempre ad un’altra occupazione, ad un altro lavoro che non sia però la cosa pubblica. Chi arriva a governare deve capire che non è un eletto, un fortunato, ma deve comprendere cioè che è arrivato per lui il momento più delicato della sua vita, dove responsabilità lo attendono, e tanto lavoro gli ruberà la vita quotidiana. Il politico non è un attore, non è un calciatore è non è una velina: se si fosse radicato questo nel senso comune del popolo allora saremmo arrivati davvero ad un punto di non ritorno. E il fatto strano, grottesco insieme, e che a farcelo notare deve essere un comico, con argomenti che sconfinano nel banale, rendendo così poco appetibile un serio colloquio, lasciando, infine, che le parole facciano razzia di pensieri e di convenzioni ideologiche. Il rammarico, al passare degli anni, è che ancora bisogna assistere a queste scene pietose, ad una nazione che non che non ha la consapevolezza della crescita e dell’evoluzione.

Rafael Navio


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