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Il Traditore

Un film di Marco Bellocchio (Italia, Francia, Brasile, Germania 2019) con Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Candido, Lugi Lo Cascio, Fabrizio Ferracane
di Piero Buscemi - mercoledì 29 maggio 2019 - 2857 letture

Per analizzare l’ultima opera cinematografica di Bellocchio, in concorso al Festival di Cannes conclusosi la scorsa settimana, vogliamo partire con l’ultima scena. Un malato e stanco Buscetta è seduto su una sedia, con la classica coperta sulle ginocchia. Da poco, la moglie gli ha tolto dalle mani un’arma. L’uomo è posizionato sulla terrazza di casa che affaccia verso un irideo orizzonte sudamericano.

C’è tanto de Il Padrino in questa sequenza. L’omaggio è fin troppo evidente e lo stesso Bellocchio, non nasconde questa sua ispirazione Coppoliana. La solitudine di un uomo di potere, criminale e spietato che, con gli incubi e le nostalgie, ripercorre la sua vita di azzardi, violenze, amori fallaci e pentimenti.

A proposito proprio dei pentimenti che emerge da questo film un messaggio che ci ha riportato alla memoria un disegno di Pippo Fava, che abbiamo ammirato di recente al Palazzo Sormani a Milano (vedi articolo Pippo Fava pittore), dal titolo eloquente di "Mafioso colto dal rimorso".

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il traditore

Perché è questo il messaggio subliminale che Marco Bellocchio sembra trasmetterci attraverso il suo film. Questo conflitto interno che il primo pentito di mafia della storia di Italia, si porta dentro per tutta la vita. Dalla sua consapevolezza, sin dalle prime esperienze criminose, che quel patto siglato quaranta anni prima del suo incontro con il magistrato Giovanni Falcone, varrà per sempre, nonostante qualsiasi dichiarazione e confessione sarà disposto a rivelare alla giustizia.

Lo stile narrativo su quasi un ventennio della vita di Buscetta è, in molte sequenze, di carattere documentario-giornalistico. La ricostruzione delle fasi, dalla cattura del mafioso al suo ritorno in Italia dopo l’uccisione di Falcone, sembra un servizio televisivo che, nelle intenzioni rispettate dal regista, non deve tralasciare qualsiasi esternazione emotiva e personale su quanto sta descrivendo. In pieno dogma giornalistico di altri tempi.

Pierfrancesco Favino riesce a dare al personaggio Buscetta un’umanità ed una sensibilità che non sapremo mai quanto corrisponda alla reale figura del mafioso. La durezza, che raramente si può notare nel film, da parte dell’uomo di potere nei confronti dei familiari, appare subito come una recitazione che ha lo scopo di proteggere la moglie ed i figli dal suo essere proprio "mafioso", dalla sua scelta di vita della quale, lui solo ha il diritto/dovere di doverne rispondere.

Magistrale l’interpretazione di Luigi Lo Cascio, nelle vesti di Totuccio Contorno, altro mafioso che deciderà di diventare un pentito, dopo avere subito l’uccisione di alcuni famigliari da parte del sanguinario Totò Riina. Quel suo dialetto incomprensibile, voluto ed enfatizzato oltre misura, a volere in ogni caso rivendicare l’appartenenza ad una terra, ad una cultura della quale rimanere fieri ed orgogliosi fino alla fine. Lo Cascio ha questa capacità di umanizzare i suoi personaggi, evidenziandone i difetti e l’ingenuità che, nonostante le brutalità, emergono dal profondo di ogni essere umano.

Poco convincente l’interpretazione di Totò Riina da parte dell’attore Nicola Calì. Non crediamo sia per demeriti artistici dell’attore, quanto più della necessità di mostrare il personaggio Riina, sanguinario ma rozzo ed ignorante nei modi, da aver lasciato interdetti coloro che lo hanno dovuto giudicare in veste del capo dei capi di Cosa Nostra. Davvero superficiale e minimizzata la figura di Giulio Andreotti, interpretato dall’attore catanese Pippo Di Marca, che appare in pochissime scene e, secondo noi, in un contesto marginale della vicenda storica che avrebbe meritato più spazio.

Il titolo del film lascia ampio spazio all’interpretazione che ogni singolo spettatore avrà libertà di accostare a questa tremenda pagina della storia d’Italia che, inevitabilmente, ci trasciniamo da quasi tre decenni. Si potrà preferire l’accostamento di questa ingiuria a Buscetta pentito, o a quelli che furono i nuovi interpreti della "nuova" mafia in negazione a quella "vecchia", assurdamente legata a principi e regole da rispettare, o magari allo Stato stesso che ha tradito la fiducia e quel senso di rispetto ed orgoglio del popolo italiano, rivelandosi colluso e parte integrante del sistema criminale italiano.

Noi possiamo solo aggiungere che, in questo messaggio di Bellocchio, detto e non detto, questa ritrosia riscontrata a puntualizzare certi argomenti compromettenti, questo alternarsi di immagini crude e violente a quelle più idilliache di un Buscetta padre e marito, in tutto questo, almeno in parte, ci sentiamo traditi dalle aspettative che questo film ha trascinato dietro sé negli ultimi mesi.

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