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Della felicità e d’altro

Il tema della felicità in Bertrand Russell e Salvatore Natoli, l’infanzia e l’anoressia in Amélie Nothomb, Marco Ferreri e la sua donna, Agata Christie e la censura fascista.
di Pina La Villa - lunedì 6 giugno 2005 - 6299 letture

6 giugno 2005

Libri acquistati:

Bancarella piazza Verga, Catania, 27 maggio 2005

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Saggi Feltrinelli, 2003

Bertrand Russell, La conquista della felicità (1930), La biblioteca di Libero, 2003

Fernaldo di Giammatteo, Dizionario del cinema italiano. Dall’inizio del secolo a oggi i film che hanno segnato la storia del nostro cinema. Con la collaborazione di Cristina Bragaglia, Editori Riuniti, 1995

Libreria Rizzoli, Via R. Margherita, Catania, 3 giugno 2005

Amélie Nothomb, Biografia della fame, Voland, 2005 Ryszard Kapuściński, In viaggio con Erodoto, Feltrinelli, 2004

Agatha Christie, Assassinio sull’Orient-Express (1934), Oscar Mondadori, 2004

Agata Christie, Dieci piccoli indiani (1939), Oscar Mondadori, 2004

Weiner Ellis, La strana storia del libraio a cui cadde una pila di libri in testa , Sonzogno, 2005

Libri letti: Fernaldo di Giammatteo, Dizionario del cinema italiano. Dall’inizio del secolo a oggi i film che hanno segnato la storia del nostro cinema. Con la collaborazione di Cristina Bragaglia, Editori Riuniti, 1995

Bertrand Russell, La conquista della felicità (1930), La biblioteca di Libero, 2003

Amélie Nothomb, Biografia della fame, Voland, 2005

Agatha Christie, Assassinio sull’Orient-Express (1934), Oscar Mondadori, 2004

I libri di Agata Christie li avevo già letti ( e forse anche riletti) in anni passati. Ma volendo rileggere Assassinio sull’Orient-Express mi sono accorta che mancava nella mia biblioteca. In pratica ho scoperto di avere a casa relativamente pochi libri di Agata Christie - tutti nelle edizioni dei Classici Mondadori - e quindi ho provveduto ai titoli mancanti, intanto a quelli più importanti. Un fatto positivo perchè così ho un’edizione diversa, non con la classica copertina gialla che confonde Agata con tutti gli altri autori di gialli, ma con una veste proprio da romanzo e in più, in Assassinio sull’Orient-Express, con una prefazione a una postfazione di Oreste del Buono.

Il quale, fra l’altro, dice nella prefazione che questa nuova edizione italiana "fa finalmente giustizia di tante censure e autocensure del tempo fascista". Può essere che sia a causa di come rappresenta un personaggio italiano: superficiale, chiacchierone,invadente. Non so, non ho ancora letto la postfazione. Spero che Oreste del Buono riprenda il discorso.

Agata non tradisce mai, neanche alle numorose riletture. Ho preso in mano il libro, sono arrivata a tre quarti e non vedo l’ora di finirlo.So che sono tutti colpevoli, lo sanno tutti, abbiamo visto anche il film con Ingrid Bergmann, ma ancora non ricordo come hanno fatto e come fa Poirot a scoprirlo.

Diversa la lettura principale di queste due settimane, quella del dizionario del cinema italiano. A morsi distanziati nel tempo, saltando da una storia all’altra, da un regista all’altro (Il dizionario si ferma al 1994, ma già è possibile incontrare i film più importanti anche di registi come Gabriele Salvadores, Nanni Moretti, Gianni Amelio, Carlo Mazzacurati). Purtroppo nelle nostre librerie non sempre si trovano libri interessanti sul cinema. E’ un vero peccato. Sono miniere di storie: le storie raccontate, quelle delle vicende del film e quelle degli attori e registi coinvolti. Da questo dizionario di Giammatteo si potrebbe ricavare una storia d’Italia nel secolo XX molto interessante, se , invece di leggerlo per ordine alfabetico, avessi il tempo di sistemare i film in ordine cronologico.

Intanto però ho ricordato tante storie di film dimenticati e soprattutto ho scoperto un regista di cui credo di non aver visto nessun film (e devo provvedere): Marco Ferreri. I titoli: Una storia moderna: l’ape regina (1963), La donna scimmia (1964), Dillinger è morto (1969), L’ultima donna (1976), Ciao maschio (1978) Chiedo asilo (di quest’ultimo film non c’è una scheda, viene solo citato e altri titoli non li ritrovo). Un regista ossessionato da visioni apocalittiche sulla nostra società, in cui alla fine si salvano solo le donne e i bambini , un regista misogino (almeno sembra, a giudicare dalle storie e da quello che dicono i critici nelle schede, ma anche dal titolo del primo di questi film). Interessanti gli anni, il cuore degli anni sessanta-settanta.

Sono interessata alla felicità come tutti credo, né ho in questo periodo un particolare interesse - di studio o altro - per questo tema. La scelta dei due libri fa parte del fascino delle bancarelle, di quelle di libri come di quelle di vestiti, scarpe, bigiotteria: ti avvicini per curiosare, non hai in mente qualcosa di preciso da acquistare (anche perché non lo troveresti), compri per il rapporto qualità-prezzo, compri in vista di un utilizzo possibile. E questa volta è capitato a due filosofi che, tra l’altro, si sono occupati del tema della felicità e sono andati a finire nella stessa bancarella, nello stesso periodo.

Molto diversi, per altro, i due filosofi e i due libri.

Salvatore Natoli è professore di filosofia teoretica e autore, negli ultimi anni, di diversi saggi sulle passioni (L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale, Feltrinelli 1989; Vita buona, vita felice.Scritti di etica e politica, Feltrinelli 1990; Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli 1996; La felicità di questa vita, Mondadori 2000). Il taglio del suo saggio è rigorosamente accademico, per cui ne ho rimandato la lettura a tempi più tranquilli, non senza aver dato uno sguardo all’indice (Semantica della felicità; Sulle modalità del sentirsi felici; Strategie di felicità. La felicità come questione morale; Il piacere) agli autori e ai testi utilizzati per l’analisi (Agostino, Aristotele, Basilio di Cesarea, Antico e Nuovo Testamento, Boezio, Catullo, Dante, Diogene Laerzio, Epicuro, Eschilo, Esiodo, Euripide, Lucrezio, Marziale, Milton J., Omero, Ovidio, Orazio, Pindaro, Platone, Plotino, Rilke M.R., Rutilio Namaziano, Sofocle, Spinoza) e alla quarta di copertina, con la citazione da Sant’Agostino: “Non vi è per l’uomo altra ragione del filosofare che quella di essere felice”.

Bertrand Russell è un matematico e filosofo inglese vissuto a lungo (1872-1970), tanto da essere stato partecipe dell’esperienza del circolo di Bloomsbury (con Virginia Woolf), maestro di grandi filosofi e matematici del XX secolo (Ludwig Wittgenstein e Norbert Wiener), aver vissuto due guerre e aver tentato di scongiurarle: nel 1916 perde la cattedra al Trinity College di Cambridge perché si dichiara favorevole all’obiezione di coscienza, nel 1918 è condannato a sei mesi di carcere per un articolo in favore del pacifismo, nel 1950 riceve il Nobel per la letteratura, nel 1955 lancia con Einstein la campagna per il disarmo nucleare. Fra i suoi libri : I principi della matematica (1903), Il metodo scientifico in filosofia (1914), Introduzione alla filosofia matematica (1919), Quello che io credo (1925), Saggi scettici (1928), Matrimonio e morale (1929), Storia delle idee del secolo XIX (1934), L’elogio dell’ozio (1935), Quale via per la pace? (1936), Storia della filosofia occidentale (1945), La conoscenza umana, il suo ambito e i suoi limiti (1948), Autorità e individuo (1949), L’influenza della scienza sulla società (1951), Etica e politica (1954), Perché non sono cristiano (1957), Autobiografia (1967-69).

Tutta la sua vita è stata dedicata alla ricerca e alla divulgazione. Questo libro sulla felicità, del 1930, appartiene alla seconda categoria. E una di quelle letture, chiare e avvincenti, che sono un vero nutrimento per il cervello e per la vita (e questo, con Russell, avviene anche leggendo una pagina a caso per esempio del suo libro sulla storia della filosofia occidentale). Per quanto mi riguarda, questi testi di Russell hanno, tra l’altro, la capacità di rasserenarmi, o meglio, di riconciliarmi col mondo (brutta espressione, ma per il momento non ne ho trovato una migliore).

Visto che le parole di Russell sono più belle e chiare di quelle che potrei trovare io in dieci anni, per consigliare la lettura de La conquista della felicità mi limito a citare alcune righe dalla sua prefazione e i versi di Walt Whitman posti all’inizio del libro, come introduzione.

Dice Bertrand Russell:

“Questo libro non si rivolge alla classe colta o a coloro per i quali un problema pratico è soltanto un argomento di conversazione. [...] Sulle ricette da me offerte al lettore mi limito ad asserire di averle descritte come mi sono state confermate dall’esperienza e dall’osservazione diretta; aggiungendo che ogni qualvolta mi sono attenuto ad esse, la mia felicità è aumentata”.

Dice Walt Whitman:

Credo ch’io potrei vivere tra gli animali,

che sono così placidi e pieni di decoro.

Io li ho osservati tante volte e a lungo;

Non s’affannano, non gemono sulle loro condizioni,

Non stanno svegli al buio, per piangere sopra i

loro peccati,

Non m’indignano discutendo i loro doveri verso Dio,

Nessuno è insoddisfatto, nessuno ha la mania

infausta di possedere cose,

Nessuno si inginocchia innanzi all’altro, né ai suoi

simili vissuti migliaia d’anni fa,

Nessuno è rispettabile tra loro, od infelice,

sulla terra intiera.

Amélie Nothomb racconta nel suo ultimo libro, Biografia della fame, parti della sua vita, la nascita e i lunghi soggiorni e i viaggi all’estero dovuti alla professione del padre (un diplomatico belga), in Giappone, a New York , in Bangladesh, e soprattutto l’esperienza dell’anoressia, collegata all’esperienza della fame assoluta della crescita. Ritornano temi altre volte affrontati dalla scrittrice nei suoi lunghi racconti, in particolare l’eccezionalità della condizione infantile (Metafisica dei tubi, Sabotaggio d’amore, Dizionario dei nomi propri) . Qui la tragedia della crescita e l’anoressia dell’autrice vengono sintetizzati nella storia di un rito del quale venne a conoscenza in Nepal, visitando il tempio della Dea Vivente:

“Costei era una bambina che i bramini sceglievano in base a mille criteri astrologici, karmici, sociali, ecc. La neonata accedeva immediatamente al rango di divinità e, in quanto tale, veniva per così dire incastrata nella materia stessa del tempio. La bimba incassata in un trono cresceva, nutrita sontuosamente, omaggiata di fiori e onorata da sacerdotesse, senza poter imparare a camminare. Gli unici movimenti ai quali aveva diritto consistevano nell’agitare oggetti di culto. A eccezione delle vestali, nessuno era autorizzato ad alzare gli occhi su di lei. Tranne una volta all’anno, il giorno della processione, quando la Dea Vivente veniva portata per tutta la città su un palanchino gigante e le folle accorrevano a vedere, acclamare e pregare la bambina per la quale quella era l’unica occasione per osservare il mondo reale. Questa giostra durava fino ai dodici anni. Il giorno del suo dodicesimo compleanno, perdeva lo statuto di divinità e veniva improvvisamente pregata di togliersi dai piedi. Si rilasciava alla natura una bambina obesa, incapace di servirsi delle gambe e della quale la famiglia aveva perduto il ricordo. Nessuno sembrava preoccuparsi del futuro di quell’essere di nuovo umano. [...] Avevo dodici anni quando vidi il tempio della Dea Vivente. Dire che ne rimasi sconvolta è dire poco. Per fortuna, il mio destino non aveva niente in comune con quello della bambina nepalese, ma qualcosa nel mio cuore la comprendeva alla perfesione. Stranamente, fin dall’età della prima consapevolezza, avevo sempre saputo che la crescita sarebbe stata una decrescita e che quella continua perdita avrebbe avuto degli stadi atroci. Il tempio della Dea Vivente mi mise faccia a faccia con una verità che avevo intuito fin dagli albori della mia esistenza: a dodici anni le bambine venivano scacciate”.


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