A la guerre comme à la guerre

La guerra lascia sempre senza parole e in questo periodo di parole se ne sono spese anche troppe, ma spesso senza dire nulla.

di Deborah A. Simoncini - lunedì 13 giugno 2022 - 2087 letture

Matteo, con in testa un turbante e in una mano il Nuovo Capitale, per soddisfare i propri e gli altrui bisogni, ideali e materiali, indosso i calzoni da cavallerizzo e ai piedi gli stivali con le fibbie, marciò in groppa a un elefante su Mosca. Tiratele fuori sfoggiava le spalline da sottufficiale con le mostrine bianche e un gallone a forma di triangolo, a tre colori, sulla manica sinistra. “Voglio scrivere una storia di riscatto, di nuovi inizi e seconde possibilità.”

A un posto di blocco, accolto con freddezza, si ritrovò faccia a faccia con una donna che gli sorrise altezzosa, mentre all’improvviso fece schioccare una giarrettiera elastica, calzata sulla coscia. La classica tipa fastidiosa anche senza volerlo: “ho chiamato la polizia” disse, quasi a volersi difendere.

Matteo fece un sorriso di circostanza e scese dall’elefante. Cercò di ricordare come si dicesse “amici” in russo. “Drug!” esclamò rivolgendosi ai militari. Un soldato l’afferrò per il bavero e lo spinse davanti a sé. “Perché paura di noi? … voi russo-fobi?! … Noi essere russi, non diavoli! Hai preso tempo in tutti questi anni e continui a beffarti di noi. Sei l’essenza della volgarità.” Matteo spiegò chi era e dove stava andando. “Vengo dai dintorni di Milano, un paese di lotte operaie, diventato santuario della mafia. Permettetemi di passare qui la notte!”, gemette all’improvviso, mentre cercava di soffiare sulle dita. La brina cominciò a sciogliersi e il volto a bagnarsi. Gli tolsero gli stivali stretti con le fibbie ai polpacci. Si abbandonò ai lamenti: “ Più piano … Oh, più piano.”

“L’alluce mi si è congelato, possibile lo si debba amputare.” Si strinse il portafoglio nell’incavo dell’ascella. “Credevo di averlo perso.” Frugò al suo interno, contò i soldi, tirò fuori i documenti e poi li ripose con un sorriso soddisfatto. In città si sente che c’è inquietudine, tutto è confuso e si sta veramente male. La maggioranza delle persone è del tutto indifferente a chi viene arrestato o sparisce senza lasciare tracce. Il sistema repressivo inevitabilmente tira fuori il peggio delle persone. Nessuno bada più alle proscrizioni e cominciano a saccheggiare i negozi. “Tutte le speranze della città poggiano su di noi. Andiamo all’attacco: Madre Natura è con noi.”

Intorno alla città hanno costruito molte mura difensive, di notevole altezza e con profondi fossati. Molti villaggi mancano del numero sufficiente di uomini per lavorare i campi. Adesso le cose stanno come stanno. Matteo afferrò una tazza da te e la strinse talmente forte che gli si sbiancarono le nocche: c’era scritto Krichashchaya Kiska (FIGA DA URLO). Di te continuava a berne vari litri, ogni giorno. L’informò di aver rinnovato l’alleanza e che non dovevano più combattere. “Continuate le vostre ininterrotte manovre politiche, e ponete fine allo stato di guerra. Arrendetevi e alzate la bandiera bianca.” “Vogliono imporre un’identità unica alla gente affamata che reclama cibo.”

In città confluirono colonne di soldati, li raggrupparono in una caserma e gli fecero giurare fedeltà alla bandiera. Qualche giorno dopo che fu sferrato l’attacco più importante per distruggere la corazzata, l’armistizio fu firmato.

Furono tempi molto difficili. Matteo fu mandato in una zona militare, nella zona dell’arsenale della marina. Scoppiò l’epidemia e si ammalò. Vlad annunciò di non poter arrestare il corso delle cose e che la sua posizione poteva essere scossa da un momento all’altro. “Mi rifiuto di schierare le sessanta divisioni sulla frontiera occidentale, per obbligarli a spostare una parte delle truppe e così indebolirne la difesa.” La sensazione è di fare una politica personale. Il respiro si fece più profondo e libero. Parve stanco e preoccupato. Giaceva sprofondato in una grave crisi depressiva.

“Non ho potuto evitare la folle corsa verso la tragedia della guerra. Ed è una guerra strana. I nemici circolano tranquillamente nelle città: bevono, mangiano e fanno festa. Discutono di chi bisogna uccidere e quando e come. “La guerra c’è e voi fingete di non saperlo. Per terra cadaveri, proiettili, bombe, sangue e paura. La guerra che ho combattuto mi ha dilaniato e me la portò nel cuore; ha diviso la mia vita in un prima e in un dopo.”

Si alzò, andò in bagno e si sedette sul bordo del water, cominciò a piangere. “Ho attraversato l’Europa nella speranza di ottenere qualcosa e quello che cercavo, ma il tuo è stato un tradimento di lunga durata e ha pesato su di me come una maledizione.” Quando gli chiesero come stava rispose con un sorriso triste: “Ho un grossissimo problema. Al vertice si fronteggiano, quasi ad armi pari, una corrente bellicista e una neutralista. Le sorti del conflitto sono ancora tutte da decidere sul campo di battaglia. Tutti fanno a gara per compiacere il presidente, ma è chiaro che nessuno vuole stare a sentirlo e nonostante il benestare dell’apparato di sicurezza cercano di trovare varie scuse per non parlare con me.”

Dopo una breve pausa di silenzio seguì un applauso scrosciante. Accolto nella sala da pranzo, dove nonostante gli avvenimenti, si stava magnificamente, Matteo con le tasche del cappotto piene di viveri e barattoli di conserva, tirò fuori anche confezioni di pasta e di cereali. Anche se faceva caldo si stava magnificamente, le tende color crema erano tirate. “Il calore riscalda e genera languore.” Comparve una giovane donna piena e viscida, gli chiese se voleva fare chocque-chocque con lei e cominciò a togliersi i vestiti. “Il peccato ha le sue dolcezze, ma ho bisogno prima di mangiare.” Gli tenne stretta la mano: “Guarda che splendida bellezza sono!” “Sei proprio una birbantella e vuoi indurre in tentazione un povero sempliciotto come me!” “Vlad cosa ti ha ordinato per oggi il medico?” “Mah, mezzo bicchiere di vodka, con un po’ di acqua fresca” e tirò fuori un misurino da una botticella di vetro. Matteo si sentiva e stava sereno, tranquillo, rilassato e all’altezza della situazione. Sorrise comprensivo e generoso.

Guernica - di Pablo Picasso

Sospirò e si mise a cantilenare: “Ahimè!, Ohimè!” Sollevò anche lui la vodka allungata e bevve. “Ecco a noi il Presidente, l’eroe conquistatore.” Vlad avanzò con passo spavaldo e le scarpe scricchiolarono sul pavimento. “Non ho mai visto e sentito un politico così tanto squisito.” Si inchinò e loro lo applaudirono con entusiasmo. “Cucù chi sei tu?” “Un bicchiere di Amara fonte di Sicilia per lui e per me una prunella.” “… Che?...” “Un gin infuso con bacche di prugnolo.”

“Le cose sono diventate molto diversamente da come si pensava e sperava. Il vostro mondo lo conosco dalla televisione. La tensione era palpabile.” “Ti sei vantato di saper attaccare e difendere da solo la città, ma alla prova dei fatti te ne stai nascosto come un cane attorno a un leone e lasci agli altri il peso della guerra.” “Se è destino essere massacrati ci massacreranno.” Un filo di saliva gli scivolò dall’angolo delle labbra. D’estate e nell’inverno seguente pioverà pochissimo. La siccità colpirà quasi metà delle aree agricole del paese e in un quinto il raccolto sarà un disastro assoluto. Finita la guerra, andrà a finire che scopriremo che non è per niente finita. La guerra lascia sempre senza parole e in questo periodo di parole se ne sono spese anche troppe, ma spesso senza dire nulla.


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