Sei all'interno di >> :.: Culture | Libri e idee | Racconti |

Vanò

Il racconto di un’amicizia, nell’epoca del ritorno della guerra e della disumanità

di Evaristo Lodi - martedì 17 maggio 2022 - 533 letture

La notte incombe, ma nella penombra, in un angolo del muro, trovo una macchia appena cresciuta di muffa che odora di muschio stantio, mentre un ragno si muove sinuoso per raggiungere la sua preda. Nella mia mente si sta concretizzando un’idea raccapricciante: devo e voglio ricordare, per capire.

Il mio amico Vanò [1], che avevo conosciuto nella primavera del 1988, era morto per quella stupida, breve guerra, nel 1992. Quattro anni trascorsi assieme in allegria. Ho settantotto anni, sono vecchio, ma il suo ricordo mi fa scorrere un brivido gelido lungo la schiena. Sono passati ventuno anni dal giorno in cui ci eravamo incontrati per la prima volta ed ora il paesaggio che vedo in lontananza, l’altra riva del fiume, appartiene a un altro stato.

Che sete! Non sono più abituato ai lavori manuali. E pensare che una volta sarei riuscito a costruire questa dacia in pochi mesi mentre adesso sono solo all’inizio. Che fatica! Meglio se mi riposo un po’ e faccio un bel tuffo nel fiume. Questo posto è davvero molto bello.

Attraverso i piccoli campi coltivati che mi circondano e, in breve, arrivo sul greto del fiume, mi spoglio e mi tuffo nell’acqua fresca. Inizio a nuotare con calma e poi aumento il ritmo, senza rendermi conto che mi sto allontanando dalla riva. La corrente è calma e quando nuoto mi rilasso, perché la mente ritorna a quando ero un marinaio ed i miei muscoli guizzavano, felici della propria giovinezza. Dopo una pausa, mi accorgo che sulla riva opposta c’è una piccola dacia e fuori, nel cortile, un uomo grande e grosso mi osserva sornione, sotto un paio di baffoni, fumando una sigaretta, seduto all’ombra di un pioppo. Anch’io mi fermo ad osservarlo e lui mi fa un cenno di saluto, con la mano. Nuoto sempre più vigorosamente per raggiungere l’altra sponda fino a che l’omone si alza e mi viene incontro proprio mentre riesco a toccare la riva. Non faccio in tempo a riprendere fiato che, con il suo sorriso disarmante, mi spara una raffica di domande

- Mi chiamo Ivan e tu? Vivi da queste parti? Non ti ho mai visto. Sono in pensione e tu? Oggi fa davvero caldo. Un bel bicchiere di birra fresca o preferisci una coca cola? – e non trattiene una fragorosa risata.

- Mi chiamo Boris e … sì certo, un po’ di birra è quello che mi ci vuole. - riesco a dire, ansimando.

Ivan si dimostra un ospite davvero premuroso e mi mette subito a mio agio: il bicchiere di birra è accompagnato da un po’ di vobla [2] e dopo coglie per me, dagli alberi attorno alla dacia, alcune ciliege ed amarene. Si stava riposando all’ombra, mangiando e bevendo in solitudine e, vedendomi nuotare, si era ricordato di quando, giovane marinaio, avrebbe attraversato il fiume in poche bracciate.

- Non ci posso credere, anche tu sei stato un marinaio? - gli chiedo dopo la sua rivelazione.

- Certo, non si vede? - dice Ivan sorridendo - Caro Boris, insegnavo chimica all’Università di Kishinev [3], ma ora sono in pensione e appena posso vengo a godermi questa dacia, in riva al Dniestr [4], che mi sono costruito con le mie mani. -

- Io sono responsabile tecnico al comune di Kishinev, ma ho iniziato adesso a costruire la mia dacia e, se non trovo un amico che mi dà una mano, non so proprio come fare. -

- Non ti preoccupare, Boris, ci sono qua io e non ti abbandonerò mai! - la sua potente risata mi travolge completamente.

Entrammo in sintonia e diventammo amici in poco tempo: era alto venti centimetri più di me e, con l’età, la pancia aveva fatto capolino, ma si vedeva ancora che i suoi muscoli erano possenti. La simpatia reciproca si diffuse nell’aria come un aroma del passato. Era di origini georgiane, non aveva famiglia, sua moglie era morta giovane, senza dargli dei figli. Passarono le settimane, i mesi, le stagioni e la nostra amicizia si rafforzò sempre di più. Ci frequentammo anche a Chişinău, perché i mesi invernali li trascorreva, al caldo, nel suo appartamento in città. Trascorremmo le serate quasi sempre a casa sua, perché era un uomo discreto e non voleva disturbare la mia famiglia che, comunque, l’aveva accolto molto bene; per le ricorrenze e le festività però, accettava l’invito e si presentava da noi con piccoli omaggi per tutti. Mia moglie e tutta la famiglia, lo avevano accettato come un vecchio amico di famiglia, una persona che si faceva ben volere da tutti.

I miei antenati vennero a vivere in Moldavia nell’800. Mio padre Stepan mi salvò dal disastro della seconda guerra mondiale, ma non riuscì a salvare mia madre e mio fratello, Nicolai. Morirono in campo di concentramento così come tanti altri. Il cognome Marcov tradiva le mie origini bulgare. Ero nato a Barànovka, un piccolo paesino sperduto nel sud della Moldova, e la mia infanzia era trascorsa serena anche se turbata dalla guerra devastante che aveva duramente provato tutti. Mia moglie era di origini dell’estremo nord della Russia, ma aveva sempre visto di buon occhio gli uomini del sud, d’altronde ne aveva sposato uno. Il mio lavoro aveva condizionato la nostra vita, soprattutto all’inizio. Non rivelai mai a nessuno che ero un ufficiale del KGB, nemmeno a mia moglie. Con il tempo tutti si abituarono ad accettare la mia vita ed a cogliere i pochi momenti magici che ci riservava.

Appena potevo, scappavo a costruire la mia dacia e, quando Vanò era disponibile, non mi rifiutava mai un aiuto. Senza di lui non sarei mai riuscito a costruirla in così poco tempo: in agosto del 1991 l’esterno era terminato ed era stato predisposto il collegamento della luce elettrica. Per l’acqua ed il gas era questione di qualche mese e di qualche soldo, per oliare gli ingranaggi della burocrazia, ma non potevo immaginare che non sarei riuscito a completare l’opera, nemmeno in dieci anni.

Che caldo soffocante! Cosa stanno combinando a Mosca? Davvero sono confuso, non riesco a capire cosa passa per la testa dei governanti. Ormai la Moldavia si dichiarerà indipendente ed io devo decidere se andare a vivere in Russia o rimanere qua. Maledetto Gorbaciov e la sua Perestrojka! L’Unione Sovietica si sta disgregando e io sto qui a guardare, senza poter reagire. Ora la mia vita si sta trasformando. Non riesco a decidere se tornare o meno a vivere in Russia, perché nemmeno lì le cose sono chiare. Certo, se rimango a Kishinev devo cambiare mestiere a meno che ….. Devo farmi una bella nuotata e rinfrescarmi, fammi vedere se Vanò è in giardino e se lo posso andare a salutare e poi questa sera, lo devo invitare a festeggiare il mio anniversario”.

Mi affaccio alla finestra ed il mio amico è là, come al solito, all’ombra del suo pioppo, con la sua immancabile sigaretta. Lo saluto e mi tuffo in acqua per raggiungerlo. Il mio fisico risponde ancora molto bene alle sollecitazioni e, dopo un brivido fresco lungo la schiena, mi affretto ad arrivare sull’altra riva.

JPEG - 116.3 Kb
Dniestr - alla confluenza del Seret

- Ciao Boris, sempre in forma eh? Beato te che sei giovane. -

- Scherza sempre Vanò, vedrai che fra qualche anno scherzerai di meno - dico con l’aria di chi non ha molta voglia di scherzare.

- Dai non fare così, entra in casa, ci beviamo qualcosa e vedrai che il buon umore torna, ci vuole solo un poco di allegria. -

Accetto l’invito e, dopo essermi asciugato al sole, entro in casa. Come al solito, lui è premuroso e lo invito a cena per festeggiare.

- Oggi è l’anniversario di quando mio fratello era imbarcato in un sommergibile nel Mar Baltico e riuscì a scampare alla morte. Dobbiamo berci un po’ di vodka e stare allegri, in compagnia. -

- Mi ricordo, mi ricordo e non potrei mai mancare, ma tu mi sembri pensieroso. È vero? Cosa ti disturba? -

- Non saprei, ma temo che possa succedere qualcosa e non so bene cosa fare, come reagire. -

- Sarà la bassa pressione. Vedrai che stasera, dopo un bel bicchiere di vodka, tutto ti sembrerà diverso, molto più chiaro e allegro. -

- Sì, pensa alla pressione tu! Non hai qualcosa da mettere sotto i denti e che ne dici se ci facciamo una bella birra fresca? -

- Oh finalmente rivedo il mio vecchio Boris, sempre pronto a mangiare e bere, ma attento che, se continui così, alla mia età, sarai una botte di lardo e non ce la farai più ad attraversare il Dniestr a nuoto. -

- Oggi non voglio pensare a cose tristi! Oggi voglio stare allegro, perché sono passate quasi trenta estati dal giorno in cui riuscirono a far risalire in superficie quella specie di scatola di sardine, nell’Oceano Atlantico. Se succedesse oggi sicuramente la Santa Russia non riuscirebbe a salvarci, perché ha troppi guai a cui pensare, non ti pare? -

- Eh già!... -

- Vanò, oggi ho comprato la televisione e daremo un’occhiata alle novità. Non come te che non vuoi le modernità nella tua tana sul fiume …-

- Ok ci sto, alle sette sarò da te! -

Ritorno al mio nido, nuotando con calma ed assaporando ogni istante di quella tiepida serenità. Come al solito, arriva puntuale e trascorriamo una serata calma, allegra anche se le notizie della televisione non sono proprio distensive. Mangiamo e beviamo alla salute dei nostri cari.

- Na zdorovie [5] a Tania, Katia, Oleg e a tutta la tua famiglia, caro Boris. -

La vodka ghiacciata ci scende in gola lieve ed aspra lasciandoci quel senso di pace di chi non ha mai abusato dell’alcol, ma beve per il puro piacere di farlo. Vanò fuma molto, una sigaretta dopo l’altra, assaporando, calmo, il gusto del tabacco sulla lingua, in gola e nelle narici. Le immagini della televisione si susseguono frenetiche, ma il volume è molto basso, per non guastare l’atmosfera pervasa dalla nostra profonda amicizia. I miei occhi guizzano, di tanto in tanto, sullo schermo, convinto che la mia attenzione alle vicende non possa essere notata dal mio amico. All’improvviso noto che anche lui ogni tanto lancia degli sguardi interessati. Sembriamo due nonni, seduti allo stesso tavolo, che non vogliono far vedere l’un l’altro l’interesse che provano per il gioco dei rispettivi nipotini.

- Na zdorovie ai marinai che sono imbarcati! - e il nostro braccio porta il bicchiere alla bocca e, con un gesto marziale, beviamo il contenuto tutto d’un fiato, poi vado al freezer e recupero l’ultima bottiglia che mi è rimasta. Verso nei bicchieri e Vanò prende un pezzo di formaggio di capra che mi hanno spedito i miei parenti di Barànovka e solleva il suo bicchiere in segno di brindisi

- Na zdorovie a te, amico mio, a tuo fratello e che la vita ti riservi ancora tanta felicità. -

La televisione trasmette le manifestazioni legate alla dichiarazione d’indipendenza della nuova Repubblica di Moldova. Dalla piazza Marii Adunari di Chişinău risuonano le urla scandite dai manifestanti: “Valige! Stazione! Russia!” per intimare ai russi di partire immediatamente. Si vedono sventolare le bandiere nazionali moldave. Non riesco a trattenere una lacrima di rabbia che mi scivola lungo la guancia.

- Non essere triste, Boris, tu sei ancora vivo e il ricordo di quei momenti non ti deve mettere tristezza. -

- Non sono triste per il ricordo, è questa indipendenza che mi mette tanti dubbi e sono preoccupato per il futuro! - gli dico, soppesando attentamente le parole.

- E di cosa ti vuoi preoccupare. Hai un buon lavoro, una famiglia meravigliosa … e nelle nostre case ci potremo rilassare, mangiare e bere proprio come stiamo facendo adesso! Na zdorovie a te , amico mio. -

Mi sorprendo a scuotere leggermente il capo e poi, quasi in un sussurro rivelo il mio segreto

- In realtà, non lavoro nell’ufficio tecnico di Chişinău…-

Poi una lunga pausa, la pausa più lunga della mia vita. Non oso guardare negli occhi il mio amico.

- Sto pensando di tornare in Russia, dalla famiglia di Tanya, ma sono molto confuso, non so cosa fare, cosa pensare, cosa è meglio per i miei figli. Non so se il mio il futuro sarà russo o moldavo. -

Alzo lo sguardo e vedo dipingersi sul volto di Vanò un sorriso dolce, paterno che sbuca gentile da quei baffoni, resi grigi dall’età.

- Visto che siamo in vena di confidenze, anch’io ho un segreto da rivelare: non ho mai insegnato chimica a Chişinău... -

I nostri sguardi s’incrociano, per un lungo momento, e sono sguardi molto differenti da quelli che avevano contraddistinto la nostra amicizia. Sguardi indagatori, profondi e con una capacità di comprensione priva di parole, che tocca l’anima.

- Boris, amico mio, devi andare a vivere in Russia e, appena puoi, vai in pensione. Ricordati che sei una brava persona e che non ti dimenticherò mai. Con te ho vissuto molti momenti belli della vita e chiunque ti conoscerà, ti apprezzerà per quello che sei: una gran bella e brava persona! Non ti preoccupare, Boris, io rimango qua e non ti abbandonerò mai! Sono troppo vecchio per trasferirmi ancora. Sulle rive di questo fiume vivo bene, ho tutto quello di cui ho bisogno. Quando mi verrai a trovare festeggeremo ancora, vedrai …-

Fu l’ultimo dialogo che ebbi con Vanò e la nostalgia, per la perdita di un uomo come lui, è struggente ancora oggi. Da tempo avevo chiesto il trasferimento in Russia. Ci salutammo con un semplice poka [6] e fu l’ultima volta che sentii la sua voce. Avevo ottenuto il trasferimento!

La mattina, con la testa indolenzita dalle bevute della sera precedente, salii in macchina e raggiunsi i miei familiari a Chişinău. Il giorno dopo, Tanya ed io partimmo per Vladimir, dove ero stato trasferito. Ero riuscito nel mio intento: continuare ad essere un ufficiale del KGB in Russia. Avevo molti dubbi e non sapevo ancora che sarei andato in pensione dopo tre anni. Ero preoccupato per i miei figli, ma ormai erano grandi. Katia ci seguì, ma Oleg non aveva voluto sentire ragioni: aveva un buon lavoro e aveva sposato una brava donna moldava che era incinta del secondo figlio. Si sarebbero costruiti una vita in Moldova, con la nostra benedizione.

Tornammo a Chişinău per festeggiare con la famiglia di Oleg l’arrivo del 1992 e il Natale. Seppi che Vanò aveva venduto il suo appartamento ed aveva deciso di vivere per sempre nella sua dacia sul Nistru. Pensai di andarlo a salutare, ma non non riuscii a trovare il tempo, circondato dai nipoti che non mi lasciavano respirare: quei piccoli discoli volevano giocare con i nonni dalla mattina, quando si svegliavano, fino alla sera, quando la mamma rimboccava loro le coperte. Vennero a salutarci gli amici ed i conoscenti, la casa era sempre piena. Ogni ora trascorsa fu un festeggiamento. Alla sera mi sentivo la testa pesante, ma felice. Ripartii da Chişinău senza rimpianti se non quello di non essere riuscito a incontrare Vanò.

Il mio lavoro procedette fra alti e bassi e i miei nipoti crescevano belli e sani. Non si capiva se Eltsin sarebbe riuscito a mettere ordine nelle faccende del Cremlino. Vladimir era una città tranquilla, immersa nella sua storia secolare, ricordo dei grandi trionfi della Russia, e mi cullava nella speranza di una rinascita dello splendore russo di un tempo, quello che aveva attirato i miei avi dalla Bulgaria. Ormai era evidente a tutti che la popolazione della Transnistria avrebbe rivendicato la sua indipendenza da Chişinău e la sua vana volontà di mantenere i rapporti con la Russia. Come se il crollo dell’Unione Sovietica facesse parte delle fantasie di alcuni poveri pazzi imperialisti europei.

Nel marzo del 1992 il presidente moldavo Mircea Snegur dichiarò lo stato d’emergenza e, pochi mesi dopo, scoppiarono i primi incidenti a Tighina [7].

Appena seppi con certezza che gli incidenti sarebbero scoppiati il 19 giugno mi precipitai a Chişinău per andare a salvare Vanò e portarlo via dal fiume conteso. Arrivai a Chişinău alle tre di notte del giorno dopo e cercai di dormire un po’ a casa di mio figlio. Decisi di partire ai primi chiarori dell’alba.

Troppo traffico! Troppo movimento! Le notizie che avevo avuto erano precise! Più mi avvicino a Tighina e più si vedono anche mezzi blindati! Chi darà il via? Chi sarà il primo a sparare? Voglio arrivare alla dacia di Vanò. La mia la vedrò dopo, se ci sarà la possibilità

Quando sono nei pressi del ponte per attraversare il fiume, mi accorgo che il mio programma sarà impossibile da realizzare.

Dannazione, i carri armati sono arrivati prima di me! Presto qui si scatenerà l’inferno. Basta, andrò a nuoto, come sempre!

Parcheggiata la macchina, come un fulmine, mi precipito in giardino e mi metto a correre mentre grido il nome del mio amico. Vedo che esce in cortile e che mi saluta con la mano alzata. In lontananza si sentono i rintocchi delle esplosioni, sommesse, che provengono dalla città. Grido di aspettarmi, che voglio portarlo via di lì. Mi tolgo i vestiti in modo frenetico, ma non faccio in tempo. Avverto dei colpi di mitra molto più vicini e quando mi sfilo la maglietta vedo Vanò inginocchiato, ancora con il braccio alzato nella mia direzione. Dopo un attimo interminabile, la sua sagoma viene scossa da altri proiettili che alzano sbuffi di sangue dal suo petto e dalla testa. Mi metto a gridare, ma ormai è troppo tardi. Vanò si accascia all’indietro e non si muove più. Vengo preso da una rabbia irrefrenabile e urlo, urlo e non voglio smettere nemmeno mentre mi tuffo e l’acqua mi avvolge nel suo fresco abbraccio. Nuoto e urlo contemporaneamente come se ordinassi al mio corpo di non smettere di funzionare. Lo sforzo delle due attività sarebbe troppo per chiunque ed allora mi metto a nuotare e piango e sento il tepore delle lacrime che svanisce appena escono dai miei occhi, trasportate dalla corrente. Raggiungo l’altra riva e mi metto a correre nella direzione del mio amico. Lo raggiungo e mi inginocchio al suo fianco. Piango per un tempo che mi sembra infinito, ma ormai non c’è più nulla da fare. Vanò è morto, ma sul suo volto è rimasto un sorriso, sotto i grigi baffoni.

Mi affaccio sul cortile della mia dacia, nei pressi di Bendery, a pochi metri dal grande Nistru, mentre il tramonto sta quasi svanendo ed una lacrima di tristezza mi riga le guance. Che stupida guerra e che destino beffardo avevano ucciso il mio amico. Era sparito nelle pieghe della storia di questo minuscolo paese d’Europa, spesso troppo dimenticato. Ormai l’altra riva era un altro stato. Ero sul lato giusto del fiume e, negli anni, lo avevo attraversato spesso per poter arrivare dove un tempo Vanò aveva costruito la sua dacia, dove lo avevo incontrato la prima volta e dove avevamo trascorso momenti felici. Non mi rimane altro che... sorridere.

[1] Diminutivo di Ivan, di origini caucasiche.

[2] Pesce in salamoia.

[3] Nome russo dell’attuale Chişinău, capitale moldava

[4] Nome russo dell’attuale fiume Nistru.

[5] Alla salute.

[6] Ciao.

[7] Nome russo dell’attuale Bendery.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -