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Lo spazio bianco

Nella vita di tutte le donne che aspettano un figlio, l’attesa durante la gravidanza è uno spazio superato il quale si va accapo, iniziando una nuova riga, una nuova vita

di Fabrizio Cirnigliaro - mercoledì 21 ottobre 2009 - 5314 letture

Nella vita di tutte le donne, dei genitori in generale, che aspettano un figlio, l’attesa durante la gravidanza è uno spazio superato il quale si va accapo, iniziando una nuova riga, una nuova vita. Per le mamme come Maria, che vivono gli ultimi mesi della gravidanza con il figlio non nella loro pancia, ma dentro un incubatrice l’attesa e le preoccupazioni si moltiplicano all’ennesima potenza.

Maria ha 42 anni, insegna in una scuola serale di Napoli, ed è incinta. Il padre della creatura che porta in grembo però si è fatto da parte, e Maria dovrà “cavarsela” da sola, come ha sempre fatto del resto. La sua gravidanza però terminerà prima dei 9 mesi perché sua figlia, Irene, nascerà al sesto mese di gravidanza. Per 58 giorni Maria potrà vedere la sua bambina, ricoverata in terapia intensiva neonatale, solo all’interno di un’incubatrice. Nessuno saprà se Irene riuscirà a sopravvivere. Se nascerà o se morirà.
«Lei lo sa?» e la domanda che gli pone il dottore, ma Maria cerca risposte.
Nei suoi pensieri, risponde ogni giorno in modo diverso alla domanda del dottore, a seconda del suo umore, dello stato d’animo. La reazione iniziale di Maria è di chiudersi in se stessa, lei non sa aspettare, spera che accada qualcosa, qualsiasi cosa, perché lei vuole tornare a vivere.

“Lo spazio bianco” è l’ultimo film di Cristina Comencini, tratto dal romanzo di Valeria Parrella. E’ il film meno politico della regista di “A Casa nostra”, il più intimista, se si esclude il documentario “Carlo Giuliani Ragazzo”.
Un ottimo cast ruota intorno a Margherita Buy, che si mette a nudo, in tutti i sensi. Niente crisi isteriche, a parte lo sfogo conto il dottore, che hanno caratterizzato i personaggi interpretati precedentemente dall’attrice romana Il direttore della fotografia, Luca Bigazzi, ha fatto un lavoro straordinario, testimoniato nell’alternanza delle immagini dei vicoli e delle piazze principali di Napoli, con gli spazi stretti e claustrofobici dell’ospedale, illuminati intensamente. La colonna sonora è strepitosa, ne prende parte anche Margherita Buy cantando “Senza Fine” a cappella, ma soprattutto c’è anche la voce di Nina Simone, con la canzone “I wish I knew it would feel to be free”, il cui testo parla di libertà.
Diversa è la liberta a cui si riferisca Gaetano (interpretato magistralmente da Salvatore Cantalupo) nel tema che compone per l’esame, descrivendo il suo stato d’animo dopo aver perso 3 dita della mano destra in un incidente a lavoro «anche se scrivo con la sinistra, io però alla mano destra ho sempre tre dita in meno. Che sono la mia libertà, perché la mia normalità di prima era una pietra».
Maria riesce a riconoscere se stessa in queste parole, lei donna indipendente che da un giorno all’altro si ritrova ad aspettare tutto il giorno un segnale dai monitor che vigilano sulle condizione della figlia, rinchiusa in un limbo in cui non si vede un’uscita. Una lunga attesa, uno spazio bianco che appare infinito, soprattutto per chi come la protagonista della pellicola, non sa aspettare.
Maria inizialmente si chiude in se stessa, non sa aspettare, e spera che accada qualcosa, qualsiasi cosa. Lei non ritiene di essere stata fortunata, come Mina, perché «le altre mamme si sono dovute accontentare dell’ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo».

La Comencini dimostra di aver amato il romanzo di Parrella, anche se non resta fedele alla trama, inserisce nel film i dialoghi e le scene più belle.
Ad esempio il disagio che provano Mina e Maria facendo shopping alla Prenatal, dove non trovano dei body adatti ai loro figli (troppo piccoli), o il dialogo fra Fabrizio e Maria sull’utilità o meno di far leggere Manzoni a degli adulti che hanno serie difficoltà a parlare l’italiano. «Fagli leggere Maupassant, Flaubert. Letteratura francese tradotta in italiano. Una traduzione senza stile né sfumature. Questi si devono imparare l’italiano, non a sfebbrare dalla peste bubbonica».
Una pellicola intimista, che affronta senza cadere nella retorica un argomento delicato, senza fare demagogia, e riuscendo a mantenere alta la tensione per tutti i 95 minuti. Un film emozionante e mai banale, da guardare tutto d’un fiato e che visto dal divano di casa non permetterebbe la totale partecipazione emotiva dello spettatore, perché non sono concesse distrazioni.

Forse avrebbe meritato la candidatura all’Oscar, ma le leggi del mercato si sa, favoriscono le pellicole che hanno una grande casa produttrice alle spalle, almeno qui in Italia. Molti davano anche per scontata l’assegnazione della coppa Volpi a Margherita Buy per la grande interpretazione in questa pellicola, cosa che però non è avvenuta. Forse lo spazio bianco alla voce Premi ricevuti sarà riempita dai David di Donatello, ma per scoprirlo è ancora troppo presto, bisognerà aspettare.

Brani tratti dal libro di Valeria Parrella

Lungo i giardini da poco rifatti e già vecchi, e pure ancora non finiti, come succede a tutte le cose della città.

Erano anni in cui la moda era lontana, ed andarsene in giro con una maglietta che portava su il nome di un altro, fosse anche un bel nome come Valentino, si sarebbe stati macchiati di mancanza di personalità

Riguardo le foto del catalogo Prenatal

Il mercato non ammetteva eccezioni, si affidava alle leggi dei grandi numeri, si pubblicizzava con immagini di sfida. Bellissime gravide in tute elasticizzate che spingevano con la sola forza della grazia carrozzini spaziali, già impegnati da un altro figlio. Salvo poi apparire, tre pagine di catalogo più avanti, con compagno sorridente e minimamente piegato sotto il peso del pupo portato a spalla. Io e Mina non eravamo state né l’una né l’altra cosa, ma l’assurdità di quei modelli, la loro distanza dalla vita, non bastavano a zittire la sensazione di inadeguatezza che provavamo. Anzi , ne aggiungevano una più odiosa: non essere all’altezza delle aspettative di un mondo che manco ti piace.


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