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Invictus

Purtroppo il fenomeno del razzismo non è scomparso insieme all’Apartheid. Si è solo spostato, complice la globalizzazione, e troppo spesso capita che lo sport dia dei cattivi esempi.

di Fabrizio Cirnigliaro - mercoledì 3 marzo 2010 - 4244 letture

Invictus è un film del 2009 diretto da Clint Eastwood, ispirato al libro di John Carlin, “Conosci il tuo nemico”.

Nelson Mandela (Morgan Freeman) nel 1994 è stato eletto presidente della repubblica del Sud Africa. Sono passati solo 4 anni dalla sua scarcerazione, con il paese sull’orlo di una guerra civile ed eleggere per la prima volta un presidente di colore non basta a risolvere tutti i problemi. I bianchi temono una vendetta, nonostante detengano ancora il controllo economico del paese, della polizia e dell’esercito, ed è proprio quello che vuole evitare Madiba (cosi viene chiamato Mandela dai suoi collaboratori), il quale vuole invece accelerare il processo di pacificazione nazionale, sorprendendo la minoranza bianca con la compassione, desideroso di costruire al più presto una Nazione Arcobaleno.

Il Sud Africa è una terra con una straordinaria varietà di gruppi etnici, con diverse culture, fedi religiose e lingue. L’apartheid, sistema politico fondato su un’ideologia razzista, ha retto per quarant’anni la vita del paese all’ombra di una minoranza bianca. “

Mandela vede nel rugby, e soprattutto nei mondiali che si disputeranno nel 1995 in Sud Africa, un’occasione per favorire la riconciliazione. Convoca quindi nel palazzo presidenziale Pienaar (Matt Damon), capitano degli Springboks (la nazionale verdeoro), convincendolo che per il bene del paese bisogna superare le personali aspettative, bisogna vincere i mondiali.

Gli Springboks sono amati dagli afrikaner, ma allo stesso tempo odiati dalla popolazione nera del paese, che ad ogni incontro tifa sempre per la squadra avversaria, in quanto quella maglia verde oro rappresenta ancora l’Apertheid, è il simbolo del regime segregazionista, dello stato boero. Mandela ha utilizzato il rugby per raggiungere uno scopo politico e per far ciò ha dovuto prendere delle decisioni impopolari. Oltretutto, a causa dell’ embargo internazionale, la nazionale di rugby sudafricana non aveva disputato per quasi trent’anni tornei internazionali. Le chance di una loro vittoria finale erano davvero pochissime. Invictus è un omaggio ad un uomo, ad uno sport, ad una nazione. Il film è sostanzialmente diviso in 2 parti. La prima è la parte più politica, la seconda quella sportiva. Per un regista americano non era certamente un compito facile realizzare una pellicola incentrata in parte su un mondiale di rugby, anche se come ha detto lo stesso regista “ Invictus non è un film di sport più di quanto Million Dollar Baby fosse un film di pugilato.”

Clint Eastwood, che ha già girato nove film nel nuovo millennio, non ha lasciato niente al caso, tutto è stato curato nei minimi particolari, dalla danza Haka con cui gli All Blacks lanciano la sfida agli avversari prima dell’incontro, al fisico visivamente ingrossato e muscoloso di Matt Damon. L’interpretazione di Morgan Freeman poi è superba.

Che lo sport possa essere un ottimo vettore per raggiungere degli scopi politici non è certamente una scoperta di Mandela, basti pensare alla Germania, che si è davvero unificata solo dopo la vittoria ai mondiali di Italia 90, non con il crollo del muro. Alcuni gesti e alcuni avvenimenti sono simbolici. Il difficile viene dopo, ancora peggio se hai tutto il mondo che ti guarda. Spesso si sente dire che la famiglia del mulino bianco non esiste, che si tratta solo di una trovata pubblicitaria. In Invictus non c’è del falso buonismo, eppure il film potrebbe sembrare uno spot dei Ringo boys. Purtroppo il fenomeno del razzismo non è scomparso insieme all’Apartheid. Si è solo spostato, complice la globalizzazione, e troppo spesso capita che lo sport dia dei cattivi esempi. L’Italia sarà una delle poche nazionali europee che parteciperà ai prossimi mondiali di calcio del Sud Africa a non avere nella propria rosa un giocatore di colore. Balotelli merita quella maglia, e in ogni caso sarebbe un gesto importante, che forse farebbe riflettere coloro che la domenica negli stadi cantano che “non ci sono italiani di colore” Non serve essere Mandela per capire certe cose, basterebbe guardare al di là del proprio naso.

Mandela diceva spesso “Bisogna conoscere il proprio nemico, prima di prevalere su esso”. A vincere non sono stati solo gli Springboks sul campo, ma tutto l’Ellis Park (Adesso si chiama Coca-Cola Park), tutto il Sud Africa, finalmente unito, sotto un’unica bandiera, indistintamente dal colore della pelle, dalle disparità socioeconomiche. Un popolo per la prima volta compatto, solido. Forte come la mischia di una squadra di rugby, in cui il più forte sorregge il più debole, perché si resta in piedi o si crolla tutti insieme. Non a caso si dice che mentre il calcio è uno sport da gentiluomini giocato da teppisti, il rugby è un gioco da teppisti giocato da gentiluomini.


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