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Gli operai dell’Ilva e una città che muore

Oggi la mia città ha raggiunto la temperatura di 30° all’ombra. Ne hanno anche parlato tutti i giornali ed i telegiornali locali.

di Francis G. Allenby - martedì 19 giugno 2012 - 3390 letture

Quando il caldo è così forte non si possono tenere le finestre chiuse, a meno di non avere i condizionatori in casa. Ma l’aria che ci giunge dai condizionatori non è, bene o male, quella che si respira fuori? Del resto basta uscire dalla stanza refrigerata artificialmente per rendersi conto di che razza di aria si respira quaggiù. Si perché, proprio in concomitanza di questo clima torrido, qualcuno ha deciso di andare fino in fondo e di fare il giro completo del compasso.

Così scopri che l’aria che esce edulcorata dal condizionatore copre solo di poco la sua natura nauseabonda: se esci dalla camera da letto per andare in un’altra stanza ed aspiri anche solo una boccata la riconosci subito. Tutti i cittadini di Taranto la conoscono bene quell’aria.

È un’aria che ti va dritta alla gola e che ti dà la sensazione di ingoiare olio di sentina bruciato; un’aria che ti fa bruciare gli occhi, che ti fa stare da schifo: è l’aria densa di fumi tossici, di scarichi dei camini degli impianti a caldo, di diossina. Il primo ad essere al centro dei sospetti per questo continuo e reiterato avvelenamento è il siderurgico della città, fiore all’occhiello e vanto del nostro capoluogo di provincia, l’acciaieria che rifornisce di ferro tutte le industrie italiane (così dicono).

Ma non c’è solo questo complesso industriale in questo nostro centro urbano così all’avanguardia: ci pregiamo, infatti, di avere anche una raffineria ed un cementificio. In parole povere, non ci facciamo mancare niente. Telefono, allora, al 115 per chiedere lumi, per fare presente questo stato di disagio.
 "A giudicare da quello che mi dice” mi risponde gentilmente l’addetto “dovrebbe essere l’ILVA. [ossia l’acciaieria]”
 “E allora?” chiedo “Come cittadino non posso pregare che siano fermati? Guardi che noi qui stiamo male…”
 “Sta male?”
 “Certo, perché, se no, le telefonerei se non per farglielo presente.”
 “Se sta male perché non chiude la finestra?” Taccio un attimo.
 “Con questo caldo?...”
 “Beh, meglio soffrire un po’ il caldo che stare male, no?” Ancora un attimo di silenzio.
 “Ma voi, come autorità, non potete intervenire?”
 “Guardi, noi possiamo solo fare presente questo all’ARPA. [la società che si occupa di monitorare il livello di inquinamento] Poi l’ARPA decide se portare avanti o meno una inchiesta…”

Lo ringrazio per la cortesia e gli auguro una buona serata, poi riaggancio. Non so se ridere, piangere, urlare. Devo accettare la cosa così come è, senza poter fare nulla: loro sono giganti ed io sono solo un cittadino, un microbo inesistente. Qualche tempo fa gli operai dell’ILVA sono scesi in piazza per manifestare: difendevano il loro posto di lavoro. Protestavano, compatti, contro la paventata chiusura degli impianti. Non si vedeva una manifestazione così dagli anni dell’Autunno caldo, dagli anni ’70. O meglio, qualcosa del genere c’è stato, un po’ di tempo dopo, negli anni ’90, ed è stato il corteo degli operai BELLELI.

Anche loro difendevano il loro posto di lavoro. Certo, il posto di lavoro è sacro, chi lo nega. Gli operai sono nel cuore dei sindacati che li hanno sempre, giustamente, difesi. Ma c’è una serie di considerazioni di fondo da fare. Dove erano gli operai quando altri come loro, prima di loro, durante la loro esperienza lavorativa, perdevano l’occupazione? Perché non sono scesi in piazza anche allora? E chi scrive sa cosa è la realtà della fabbrica, almeno di quelle della propria città, e può parlare con cognizione di causa. Anche della mancanza d’impiego.

Quando altri perdevano il pane gli altri facevano spallucce: l’importante era che non toccasse a loro. Ricordo con molto fastidio, anzi, che se questo capitava c’erano malcelati sorrisetti ironici e volti che tradivano un certo compiacimento di sé stessi e della propria capacità nel saperci fare. Chi rimaneva disoccupato era uno stupido, uno che non aveva saputo coltivare le amicizie giuste e che meritava di finire così.

Allora, cari compagni operai, vi spiego io cosa non va nelle vostre rivendicazioni, così giuste in apparenza. In primo luogo avete dimostrato di non avere coscienza di classe. La coscienza di classe, da Marx in poi, è sempre stata fondamentale. Ogni offesa fatta ad un lavoratore è una offesa fatta a tutta la classe operaia, ed avrebbe dovuto far sì che vi ribellaste fin da allora, fin da quando il primo fra voi è rimasto senza lavoro.

In secondo luogo scendere in piazza così come avete fatto voi (operai della ex BELLELI prima e dell’ILVA ora) è stato uno schierarsi apertamente a favore del padrone: avete difeso, principalmente, i “suoi” interessi e, di conseguenza, i vostri. Ma tutto è stato fatto fuori tempo e, mi sia consentito dirlo, con molta meschinità. Protestando in quella maniera avete dimostrato che non ve ne frega nulla che vostra moglie, i vostri figli e magari i vostri nipoti che verranno, respirino quest’aria immonda: voi, certo, pensate alla vostra sedia, non alla salute dell’intera città.

Cosa vi importa se Taranto è al primo posto nella incidenza di malattie tumorali. Cosa vi importa se nascono bambini malformati, se la gente muore nel reparto oncologico dell’Ospedale Moscati. Quello che importa è che l’acciaieria continui a produrre acciaio, e nel contempo che sporchi l’aria che respiriamo di polveri e miasmi mefitici e letali. Perché il cancro non lo vedi arrivare subito: ti arriva addosso come un demone invisibile e ti intacca le difese dell’organismo lentamente, inesorabilmente.

Ricordo mio suocero, una vita spesa in fabbrica, costretto in un lettino mentre si spegneva come un mozzicone di candela. Ma cosa ve lo dico a fare: a voi che importa, cari operai, l’importante è lavorare. Lavorare voi. Perché gli altri disoccupati, anche cronici, non contano. E allora diciamo anche che non conta la vita, non conta il futuro senza cancro e la salute della popolazione: conta solo una maledetta cokeria, un altoforno, un impianto di colata, un treno nastri – tutte cose che, già di per sé, hanno mietuto tante vite dentro la fabbrica. Ma che hanno causato alterazioni e mali anche fuori.

E magari conta di più anche un parco minerali che, con la sua polvere rossa, sta costando tanto alla gente del rione Tamburi, che ormai per quella polvere si contraddistingue. Vale la pena, chiedo, di porsela qualche domanda? Vale la pena averlo qualche dubbio? Oppure vi sono solo certezze?


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