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Discriminazione di genere e Mito

Articolo 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
di Martina Famulari - mercoledì 20 maggio 2020 - 1456 letture

I casi di femminicidio aumentano di giorno in giorno. In Sicilia è ancora vivo il ricordo della giovane Lorena, studentessa di Medicina, avvenuto a Messina meno di due mesi fa. Apprendiamo da testate giornalistiche, movimenti e studi di ricercatori l’infido aumento dei casi di discriminazioni di genere, i quali si allargano a macchia d’olio, e non solo. In ogni casa potrebbe esistere una disparità taciuta, una violenza nascosta da occhiali da sole e da un banale sorriso. In ogni contesto si può respirare un clima di discriminazione, poco importa sia di genere, di razza, familiare, salutare e sociale. Esiste e bisogna riconoscerlo. Combattere e scegliere di non discriminare non permette solo di non farlo in uno di questi campi, ma permette di attuare una lenta riflessione sulla condizione in cui vive ogni singolo essere vivente.

Il problema fondamentale delle discriminazioni di genere risiede e ha radici ben più profonde di quelle che approdano nell’attuale mondo contemporaneo. I Greci furono tra i primi a plasmare il ruolo della donna subalterno e dipendente al ruolo maschile, il mito di Pandora ne è un chiaro esempio. Pandora è la rivisitazione moderna della donna contemporanea, a lei vengono attribuite colpe, sventure e mali. Secondo il mito, Zeus punì Prometeo incatenandolo ad uno scoglio e gli fece divorare il fegato da un’aquila ogni giorno. L’organo ricresceva durante la notte e l’uomo veniva torturato di nuovo il giorno seguente. Per punire gli uomini invece, il padre degli dei ordinò a Efesto di plasmare una bellissima donna, di nome Pandora dotata di grandi virtù.

Ermes l’aveva dotata di astuzia e curiosità, la condusse dal ​fratello di Prometeo, Epimeteo. Questi nonostante l’avvertimento del fratello di non accettare doni da Zeus, sposò Pandora e ricevette anche un vaso (uno scrigno), con la premessa di doverlo solo custodire e di non aprirlo per nessun motivo. I due passarono molto tempo insieme e felici, ma in Pandora cresceva sempre più il desiderio di sapere cosa ci fosse all’interno di quel misterioso vaso. Mossa dalla curiosità, la donna disobbedì a Epimeteo e aprì il vaso, eseguendo inconsapevolmente l’astuto piano di Zeus. Da esso uscirono gli spiriti maligni della vecchiaia, della gelosia, della malattia, della pazzia e del vizio. Sul fondo del vaso rimase soltanto la speranza, che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse richiuso.

Prima di quel momento l’umanità aveva vissuto libera da mali, fatiche o preoccupazioni e gli uomini erano, così come gli dei, immortali. Dopo l’apertura del vaso il mondo divenne un luogo desolato ed inospitale, simile ad un deserto, finché Pandora lo aprì nuovamente per far uscire anche la speranza, l’ultima a morire, così il mondo riprese a vivere. Teogonia di Esiodo è una storia sul mondo degli dei, sul modo in cui è stato creato e la spiegazione delle vicende che lo hanno portato ad essere quello che è. L’uomo rientra come uno dei tanti elementi che lo compongono, ma della sua storia passata e delle sue origini non abbiamo narrazione: si conosce solo il presente. Il mito di Pandora è una cruda eccezione. Pandora non viene nominata esplicitamente ed è priva di ascendenza genealogica.

Non è nata plasmata con la terra ma è il risultato di una lenta metamorfosi, derivata da un’altra figura femminile. Non si parla più solo del passato delle divinità, ma per la prima volta anche di come era concepito l’uomo nei tempi antichissimi. L’uomo era oggetto di invidia e contesa fra Zeus e Prometeo: quest’ultimo, ingannando il padre degli dei, venne punito con l’invio sulla terra di Pandora, incarnazione e simbolo di tutti i mali che affliggono l’uomo.​ Questi mali che gli uomini devono patire, non hanno un movente ben preciso, non sono la punizione ad un peccato come per Adamo ed Eva, sono solo causati dalla lotta tra gli dei. Per Zeus il male è radicato nella natura umana e manca, quindi, nel mondo greco un peccato originale che lo giustifichi.

Esiodo, considerando l’ira di Zeus contro l’uomo come ingiustificata, lo definisce ingiusto, maligno e ingannatore. Questo mito è fondamentale per comprendere da dove emergono le discriminazioni di genere, così definito come il “Mito fondatore di discriminazioni”. Pandora non fu l’unica con la sua storia a contribuire ad un attenta analisi riguardo la disparità di genere. Anche il mito di Oreste e le Erinni, nato proprio in occasione delle festività di queste ultime, fu ucciso inconsapevolmente e indirettamente dalla madre, il suo assassino si rivelò l’amante materno, Egisto. La donna anche in questo caso viene considerata come la causa scatenante di mali e disgrazie riversate su i propri figli. Esempio eclatante è Medea, la quale per vendetta uccide la propria prole. Queste chiavi di lettura nell’ottica della letteratura greca, sono un importante passaggio dal mondo della Vendetta a quello del Diritto.

La figura femminile non ha un ruolo riproduttivo, generatore, biologico, per i greci è l’uomo che genera ed è colui che può permettersi di abortire. La donna commette adulterio, l’uomo possiede delle semplici concubine. L’uomo è luce, la donna è materia. Tutto ciò conduce in grandi spunti di riflessione su come l’uomo e la donna abbiano rivestito un ruolo ricco di interrogativi, anche in merito al concetto di aborto. Chi è colui che abortisce? Chi è che ha la facoltà di decidere? L’uomo o la donna? Chi genera il figlio? Se consideriamo il libero arbitrio, il giudizio e la libertà di pensiero, in ottica greca, la donna è inferiore all’uomo, è inferiore nel pensiero e nella capacità di governare.

La storia è stata scritta anche da donne che hanno dato un contributo immortale alla nostra società: Elsa Morante aveva la pretesa di essere chiamata “scrittore” e non “scrittrice”, Marie Curie superò il marito nella ricerca scientifica, Luisa May Alcott fu scrittrice e la prima donna ad ottenere il diritto di voto per le donne nel distretto di Concord e molte altre collegano passato e presente. ​ Le discriminazioni affiorano nei nostri codici fino a qualche decennio fa. Ad esempio il reato di adulterio, a carico solo della moglie, che prevedeva da uno a due anni di reclusione, cessa di essere reato nel 1968. Fino al 1975, alla moglie era impossibile usare il proprio cognome, anno in cui la riforma del diritto di famiglia stabilisce la parità dei diritti tra i coniugi. Una vera rivoluzione la legge del 1996 che stabilisce che la violenza sessuale è un reato contro la persona e non contro la moralità pubblica. In tempi più recenti, nel 2009 viene introdotto il reato di stalking e nel 2013 quella contro il femminicidio.

La strada percorsa per abbattere le discriminazioni di genere è stata e lo è ancora oggi in salita. Non diamo per scontato i sacrifici di chi ha permesso al genere femminile di acquisire importanza ed essere egualitario a quello maschile. Uno sguardo sul passato può rivelarsi un filo conduttore per comprendere le dinamiche e le motivazioni che scuotano un’attenta riflessione sull’avvento del femminicidio. Perché l’uomo dovrebbe uccidere una donna per potere, per libertà personale o per timore di essere superato? La donna è ancora inferiore all’uomo? Abbiamo progredito o regredito nel corso dei secoli?


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