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Mario Vanacore, innocente

Le accuse al figlio dell’ex portiere di via Poma sono l’ultima follia investigativa del delitto Cesaroni.

di Stefania Tiezzi - mercoledì 21 febbraio 2024 - 733 letture

E’ nota consuetudine, quando non si riesce ad acciuffare i responsabili di un delitto e le indagini fanno acqua da tutte le parti, nominare i Servizi Segreti come possibili mandanti o autori. Dal delitto Moro al ’suicidio’ di Roberto Calvi passando per Ustica, i Servizi Segreti hanno anche la funzione di deviare l’attenzione dal possibile, se non addirittura certo, autore del crimine. Funziona.

Questa italica tradizione è stata rispettata anche per il misterioso delitto di via Poma avvenuto il 7 agosto del 1990, quando una giovanissima segretaria, Simonetta Cesaroni, fu massacrata nello stabile di via Poma che ospitava gli uffici dell’Associazione degli Alberghi della Gioventù, (A.I.A.G, all’epoca), in cui lavorava da pochi mesi.

Non sapendo come e dove indirizzare le indagini ma, soprattutto, non volendole indirizzare nella giusta direzione, ecco che la presenza dell’agente del SISDE Sergio Costa, accorso in via Poma 2 dopo la scoperta dell’omicidio, fu subito presa al volo per addossare ai Servizi Segreti la responsabilità del delitto, con la motivazione che la giovane Simonetta avesse scoperto imbarazzanti segreti di Stato annidati, non si sa per quale diamine di motivo, dentro l’Associazione degli Alberghi della Gioventù, e per questo eliminata.

Peccato che quella sera Sergio Costa rivestisse il ruolo di responsabile di centrale operativa e avesse lui stesso risposto alla chiamata di emergenza, ragione che spiega la sua naturale presenza in via Poma dopo il delitto.

Il delitto di via Poma, tuttavia, rappresenta un unicum: c’è qualcosa in più dei classici Servizi Segreti. Ci sono i Vanacore. I Vanacore non mancano mai.

I Vanacore sono per via Poma come la pubblicità lanciata dopo il momento imbarazzante in una diretta TV, sono “Una poltrona per due” la vigilia di Natale, sono il refugium peccatorum di chi ha sapientemente coperto il/la colpevole.

Dopo aver distrutto la vita del portiere dello stabile di via Poma , Pietrino Vanacore, accusato, arrestato, poi rilasciato, infine prosciolto, per poi essere nuovamente braccato per 20 anni da stampa e TV come autore del delitto, scomparso nel 2010 annegato nel mare di Marina di Torricella, a Taranto, dove abitava, (morte archiviata velocemente come suicidio, nonostante le perplessità del medico legale), ecco che 34 anni dopo il delitto, e a due anni della riapertura del caso da parte della Commissione Antimafia, gli investigatori ripresentano il nome di Vanacore.

Esposto e svergognato da tutti i media a colpi di titoli in prima pagina, stavolta è Mario [1] ad essere marchiato come omicida di Simonetta Cesaroni in seguito ad una indagine dei Carabinieri, la cui base è tutta da chiarire a partire dai motivi del suo avvio: chi ha dato la spinta a questa indagine? Chi ha interesse ad indicare in Mario Vanacore l’autore del delitto? E perché farlo durante la riapertura del caso?

Ma andiamo per ordine e vediamo chi è Mario Vanacore.

Mario Vanacore è il figlio di Pietrino e della prima moglie, morta prematuramente circa cinquant’anni fa in seguito a malattia (successivamente Pietrino sposerà Giuseppa De Luca, insieme alla quale gestirà la portineria di via Poma 2 a partire dalla metà degli anni 80). Il 7 agosto del 1990 arriva a Roma da Torino con moglie e figlia piccola a far visita al padre e alla matrigna, dopo aver viaggiato tutta la notte. Dunque un personaggio del tutto estraneo agli uffici di via Poma, ignaro dell’ esistenza di Simonetta Cesaroni.

Mario Vanacore è colui che insieme alla sorella di Simonetta, Paola e al fidanzato Antonello, a Salvatore Volponi , datore di lavoro di Simonetta e al figlio Luca, la notte del 7 agosto sale al terzo piano dello stabile per cercare la giovane segretaria che non dava più notizie dal primo pomeriggio. E sarà proprio questo gruppo a fare la tragica scoperta del corpo massacrato della ragazza.

Secondo l’insostenibile indagine dei Carabinieri, Mario Vanacore, dopo aver riposato nel pomeriggio a casa del padre, sarebbe salito nell’ufficio dell’A.I.A.G per fare chiamate a scrocco dal telefono aziendale, portandosi dietro la famosa agendina Lavazza di proprietà del padre, agendina dalla storia piuttosto misteriosa perché non rinvenuta nell’ufficio dagli investigatori la notte del delitto ( o almeno, mai repertata) ma riconsegnata per sbaglio al padre di Simonetta, Claudio, insieme agli effetti personali della povera figliola.

Imbattutosi in Simonetta che stava lavorando al computer, Mario Vanacore, preso da raptus sessuale, avrebbe assalito la ragazza che, nel tentativo di difendersi, si sarebbe rifugiata nell’ufficio di Corrado Carboni, direttore dell’A.I.A.G e qui, afferrato disperatamente un tagliacarte trovato sulla scrivania, sarebbe stata improvvisamente tramortita da un manrovescio del Vanacore. Quindi l’uomo l’avrebbe massacrata con 29 stilettate utilizzando lo stesso tagliacarte che aveva in mano la ragazza.

A parte chiedersi perché prendere l’agendina del padre per fare telefonate personali, a parte chiedersi perché massacrare una ragazza per un’avance respinta [2], sostenere la presenza di Mario Vanacore negli uffici sembra voler banalizzare e rendere irrilevante quella agendina che, probabilmente non correttamente repertata all’epoca, ma tuttavia presente nell’ufficio, potrebbe, invece, essere stata dimenticata da chi, scoperto il delitto, vi avrebbe cercato il numero di qualcuno di importante legato agli uffici, per avvisarlo del delitto ancor prima di chiamare Polizia e Carabinieri.

Un dettaglio, quello dell’agendina, sufficiente a delimitare la cerchia dei possibili autori del delitto tra coloro che appartenevano all’A.I.A.G tra dipendenti e dirigenti.

L’agendina, quindi, non solo non sarebbe un dettaglio irrilevante, ma cruciale per dirigere le indagini verso altri personaggi. Tirare dentro Mario Vanacore che fa telefonate a sbafo, in una ricostruzione maldestra e forzata, provvidenzialmente respinta dalla PM Gianfederica Dito, è l’ultima trovata per non far entrare il vero colpevole nella rete delle indagini. È così da 34 anni: prima Pietrino Vanacore, poi Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle che abitava nello stesso palazzo dove fu commesso il delitto, quindi Raniero Busco, ex fidanzato della vittima, scampato ad una ingiusta condanna a 24 anni di carcere, e oggi Mario Vanacore, gli accusati sono tutti accuratamente scelti tra gli estranei al personale degli uffici A.I.A.G, proprio quel personale verso il quale dovrebbero dirigersi le indagini e che qualcuno si guarda bene dal toccare.

Lo schema in fondo all’articolo evidenzia questo aspetto attraverso il tipo di collegamento che i vari personaggi avevano con lo stabile di via Poma 2 e in particolare con gli uffici dove fu commesso l’omicidio di Simonetta: sono proprio coloro che avevano rapporti di lavoro con l’A.I.A.G ad essere stati paradossalmente solo lambiti dalle indagini o addirittura ignorati.

D’altro canto è anche vero che se l’assassino di Simonetta oggi fosse deceduto, nessuno avrebbe sentito la necessità di accusare il figlio del portiere.

Adesso, però, è il momento delle scuse a Mario Vanacore. Avanti il prossimo.

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I personaggi e i loro legami con lo stabile e con gli uffici dell’Aiag all’epoca del delitto.

[1] Nel 1994 la rivista ’Detective&Crime’ diretta dal criminologo Carmelo Lavorino lanciò i primi sospetti su Mario Vanacore, già dichiarato estraneo ai fatti dal PM Catalani nel 1990

[2] Da notare che solo il personale dell’Aiag era a conoscenza che Simonetta quel pomeriggio sarebbe rimasta sola a lavorare, dunque resta difficile credere che Mario Vanacore avesse rischiato di farsi sorprendere dai colleghi della ragazza


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