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20.000 manifestanti per le strade di Messina


Non uno di meno. Perché noi eravamo lì. In mezzo a loro. Tra un esponente NoPonte e un altro NoTAV.
giovedì 26 gennaio 2006, di Piero Buscemi - 971 letture

Bandiere pacifiste. Gialli stendardi di Legambiente. Striscioni inneggianti alla No TAV. Estrosi ricami sui cofani delle auto. Domenica 22 la Sicilia è stata disegnata in un modo diverso. Diverso da chi si ostina ad immaginarla come frontiera di conquista, ancora una volta.

Da trasformare in un altro incubo di cemento e ferro. Degno dei tempi tragici della speculazione edilizia, che ancora oggi, fa mostra di sé nelle città dell’isola. E del resto d’Italia.

Gli interessi si sono spostati. In piena linea con le nuove mode di “progressismo” che riempiono gli spot televisivi delle ultime settimane. Treni ad alta velocità. Autostrade dalle infinite inaugurazioni. Nodi stradali. Valichi ferroviari. L’acqua alta. E il Ponte sullo Stretto.

Forse rimarrà solo un “progetto” su carta. In attesa che qualcuno ci spieghi seriamente la sua effettiva utilità, quando anche la Commissione Europea l’ha già definito inutile e dispendioso. Forse non troveranno mai il coraggio di posare la prima pietra. Evento che ha già subito un paio di dilazioni.

Una cosa è certa: non molti sembrano volerlo. Il numero raddoppiato di partecipanti rispetto allo scorso 8 dicembre, appare più che una certezza. Ancora di più se si considera l’aspetto economico-finanziario diventato così contorto, da smentire le previsioni ottimistiche enunciate nel lontano 2000 dal nostro premier, nel salotto di Vespa.

Si sono dati appuntamento 20.000 persone. Domenica mattina, a Piazza Cairoli. A gonfiare palloncini gialli di Legambiente. A deporre striscioni sui binari del tram. A scambiarsi esperienze di lotte democratiche, lontane dalla notorietà dei siti "culturali" della televisione.

Potevi sentire messaggi di solidarietà e amicizia nel rispetto delle idee altrui. Erano intrisi di cadenze piemontesi e siciliane. Ma anche di coloriti napoletani che vendevano i "fischietti origginali do’ ponte", reggitani e messinesi mai così uniti, siracusani della Val di Noto già minacciata dalle trivellazioni. E pure qualche veneziano con il pensiero rivolto al "suo" Mose.

C’erano i sindaci dei comuni che sarebbero maggiormente coinvolti dall’eventuale realizzazione del ponte. C’era Pratesi del WWF. I Verdi e Rifondazione Comunista. C’era perfino una delegazione di Alleanza Nazionale. Tutti a ribadire che la Sicilia necessita di qualcosa più tangibile e "normale" per percorrere i tempi moderni. Che l’ambiente è stato già troppo deturpato da opere inutili e speculazioni mafiose, responsabili del soffocamento delle risorse che la natura ha donato a questa terra.

Gli abitanti sulle due sponde, abituati quotidianamente alle lacune infrastrutturali del territorio, potrebbero aggiungere un parere meno politicizzato sull’argomento. Abbiamo fatto questa considerazione mentre il treno Messina-Siracusa lasciava la stazione. Impiegherà 3 ore e 35 minuti per arrivare a destinazione. Il vecchietto seduto di fronte mi dice che, se prendevo l’intercity, avrei risparmiato i 35 minuti. Tre ore per 135 km. Tre ore di fermate impreviste.

Qualcuna dovuta per dare precedenza ai treni di lunga percorrenza, poiché la linea conta ancora un solo binario. Il vecchietto sorride al mio sbigottimento. Poi mi trascina nei suoi ricordi. Quando durante il tragitto, una trentina di anni fa, si poteva scendere dal treno e raccogliere le arance. E risalire. Conclude dicendo: “E poi, se la manifestazione fosse stata a Palermo, ci volevano 6 ore da Siracusa”.

Ma il ponte Palermo-Cagliari non lo faranno mai.

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