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Le Antenate

La Lucciola: l’esperienza di una rivista dei primi decenni del secolo scorso, molto simile alla comunicazione su Internet oggi.
di Pina La Villa - giovedì 15 settembre 2005 - 3595 letture

Siamo a Montedoro, nel 1908.

Montedoro oggi è un paese in provincia di Caltanissetta, ha circa 2.000 abitanti e sorge a 450 m sul livello del mare, su un pianoro alle falde del Monte Croce (già Montedoro, da qui il nome). E’ un borgo agricolo, fondato nel 1635,nella media valle del fiume Platani, sul margine occidentale dell’altopiano gessoso-zolfifero. I principali prodotti agricoli del paese sono grano, uva e mandorle. Vi si allevano pecore e capre. Il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, c’è la Sagra della Cuccìa (la Cuccìa è un piatto tipico fatto di chicchi di grano cotti e conditi con vino liquoroso).

Montedoro fu il primo comune siciliano ad occupare il primato mondiale della estrazione e lavorazione dello zolfo. (Oggi le miniere non sono più attive).

Possiamo solo immaginare come poteva essere nel 1908 , attorniato dalle colline dorate in cui lo sguardo, ancora oggi, si perde senza vedere nient’altro che grano e un pastore in fondo alla valle.

Lina Caico nel 1908 ha 25 anni.

Di madre inglese e di padre siciliano, Lina ha studiato in Inghilterra, nello Yorkshire. Il rientro a Montedoro dev’essere stato traumatico. Fortunatamente ha una sorella, Letizia, che condivide la sua sorte e passa il tempo suonando musiche di Litz e di Beethoven.

Nella primavera del 1908 Lina Caico fonda la rivista “Lucciola”, che trasferisce in Italia l’esperienza del giornalino inglese “Firefly”. E’ una rivista manoscritta, circola esclusivamente tra le socie e all’interno delle loro famiglie. Alla fine del 1915 “Lucciola” interrompe le pubblicazioni a causa dello scoppio della prima guerra mondiale. Esce poi di nuovo dal 1919 al 1926 con una nuova direzione e impronta.

Nei primo decennio del Novecento, prima della guerra e prima del fascismo, le riviste femminile erano molto diffuse in Inghilterra, in Francia, in Germania e anche in Italia. Per lo più erano riviste che accompagnavano l’associazionismo femminile e il dibattito sull’emancipazione delle donne. Lina prende però a modello "Firefly", la rivista inglese nata nei college (anch’essa con diverse imitazioni nei vari paesi), più legate ad interessi artistici e culturali maturati appunto durante gli studi. Il confronto con queste riviste conferma l’originalità di "Lucciola": “un’originalità che nasce da un complesso sistema di comunicazione senza modelli né prima né poi” (Paola Azzolini).

La rivista era interamente scritta a mano, in unica copia. La prima fu Lina, a mettere insieme i fogli scritti, i disegni, le foto, la copertina ricamata. Aveva mandato il primo foglio alle diverse corrispondenti, le quali avevano fatto le loro aggiunte e scritto i loro pezzi, che erano tornati appunto a Lina, che a sua volta li aveva assemblati.

“All’inizio il gruppo era di 24 redattrici che erano anche le lettrici. Erano di Saluzzo, Mondovì, Villafranca (Verona) Castelfranco Emilia, Avezzano (L’Aqiola), Piedimonte Etneo (Catania), Montedoro (Caltanissetta). Sono spesso, come si vede, piccoli borghi rurali che in quegli inizi del secolo erano immersi in una vita sonnacchiosa, scandita dal ritmo dei lavori della campagna.

Per diciotto anni la “Lucciola” percorre tutto lo stivale, tappa per tappa, spedita come pacco o manoscritto; come l’insetto volante di cui porta il nome fa soste brevi (36 e poi 48 ore) e poi riprende a volare. Ad ogni sosta la socia destinataria scrive le sue Osservazioni sul contenuto del fascicolo. Poi, in un secondo giro di spedizione, quasi sempre rispettato, vengono scritte le risposte e le controdomande. I testi veri e propri che occupano la prima parte sono di carattere letterario ma non solo. Si va dal racconto vero e proprio alla lirica, alla pagina diaristica, alla descrizione, al reportage quasi giornalistico su gite, conferenze o avvenimenti importanti a cui si assisteva o di cui si veniva a conoscenza. Il volume viene impaginato dalla direttrice, con dipinti, disegni, foto, tutti opera delle socie, copertine e frontespizi compresi.”

Ognuna delle redattrici ha uno pseudonimo (oggi diremmo nickname) o un motto che esprime quella che ognuno di loro ritiene la propria personalità profonda, più vera. La storia del giornale, che si apre anche alla collaborazione di fratelli e amici, ma che sarà diretta sempre da una donna, si incontra ovviamente con le vicende storiche. Le posizioni delle redattrici e dei redattori sono diverse, sia sulla guerra sia sul fascismo.

Una redattrice, che si firma v.f.s. (acronimo del motto "veritate, fortiter, suaviter") “nel 1922, quando ancora il fascismo poteva apparire come un movimento rivoluzionario, aderisce al clima di attivismo e vitalismo che i fasci sembravano annunciare. Non cosi’ Lina. Una socia ha inviato alcune foto del corteo che trasporta all’Altare della Patria la salma del Milite Ignoto. Fra gli altri c’è un Lucciolo (così si chiamano fra loro i soci maschi della rivista), G.C. (Gaetano Carolei), che è stato gravemente ferito in guerra e sfila tra i purissimi, proprio accanto alla salma:

"E’ un alto onore - scrive Lina - per la "Lucciola" avere un socio che si trova in quel gruppo del corteo. E le intense parole di v.f.s. bene esprimono il nostro commosso pensiero per i morti della nostra guerra. Ma, ahimè, o sacri morti, possibile che non vi sia niente di meglio del Fascio a rendervi vero tributo d’amore: niente di meglio del Fascio a raccogliere quale eredita’ vostra l’Italia nuova da plasmare..."? E poi ancora:

"Io socialista non sono. Ma ancor meno sono fascista, o Rosa Sfogliata! -(pseudonimo della socia che ha scritto un elogio del fascismo raccontando una gita ad Ustica) - Credi tu davvero che il fascismo come idea e come persone sia tale da produrre una novella Italia ? Vorrei ben sapere che cosa c’e’ di novello nell’Italia che vogliono i fascisti... In queste pagine il giorno della redenzione si chiama pure giorno della vendetta e i fascisti sono esortati a "strappare dalle profumate aiuole d’Italia le piante immonde, il che in lingua povera significa, "ammazzare i socialisti". D’altra parte se in questa pugna soccombono i fascisti, essi sono scannati da vili sicari. Mi duole trovare in queste pagine un piccolo, ma esatto documento della eloquenza fascista".

(Da Quaderni della società letteraria, Leggere le voci, a cura di Paola Azzolini)


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