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Jules e Jim

"Jules e Jim" tratta del legame che si viene a creare fra due persone apparentemente molto diverse, sostanzialmente identiche nel loro essere del tutto normali, quasi insostenibilmente comuni...

di rafael navio - mercoledì 10 gennaio 2007 - 4777 letture

Parlare di cinema capita a tutti. Sedersi in una sala cinematografica, comprare patatine e aranciata... poi guardare, possibilmente ammirare un opera che dovremmo ricordare per il resto dei nostri giorni. È la magia del cinema. Cineprese che come impegnate in un balletto supportato da una musica celestiale, si alternano nel filmare e ricordare ai posteri quelle scene che appartengono ad un’epoca, ad un determinato pensiero. Le immagini che poeticamente seppelliscono le parole.

Il cinema, l’arte del cinema. L’attore ed il regista.

Bah, a me non capita da parecchio.

Assisto a macchine precipitare da burroni interminabili, sparatorie di mitra che non esauriscono mai il caricatore. Un’assordante accozzaglia di rumori ed immagini.

Allora dov’è tutta quest’arte?

Altro non è che il film di natale, con stupide lotte di botteghino tra opere di celluloide che non scalfiscono nemmeno la sfera del comico, e si lanciano invece in un turbinoso quanto increscioso sodalizio con il demenziale e la volgarità. Questa è la sala cinematografica in questo periodo di festa.

Un luogo sacro contaminato.

Allora il bisogno di un classico, di un leggero tocco di regia pura; di una voce pacata, ma allo stesso tempo autoritaria, poi ancora gentile, candita a guidare il triangolo più famoso della storia del cinema: Jules e Jim di François Truffaut.

Dolcemente e “paf”, via il telecomando, le sequenze serrate e figlie l’una dell’altra, plasmate da un montaggio aggraziato, come se tutto fosse vita e non finzione.

Un’opera del cinema. Fortunatamente, grazie al vero cinema, è ancora Natale.

"Jules e Jim" tratta del legame che si viene a creare fra due persone apparentemente molto diverse, sostanzialmente identiche nel loro essere del tutto normali, quasi insostenibilmente comuni. La banale, tranquilla esistenza dei due uomini è sconvolta dall’apparizione di una donna, anzi della Donna, l’eterno femminino che rivoluziona la calma piatta.

Catherine è demoniaca, nel senso più greco del termine: un elemento perturbatore, reperto di un’epoca scomparsa, che oppone all’immobilità maschile, un’instancabile spinta alla metamorfosi. Il cambiamento inteso come malizia e scostamento dalla realtà.

Lei assomma in sé i caratteri che contraddistinguono i personaggi femminili di secondo piano: ha il candore logorroico di Thérèse, la grazia infantile di Sabine, la passione rigorosa di Gilberte, la voracità sessuale della silente avventrice al bar.

La donna che è dapertutto, ma anche in nessuna parte del mondo. L’ultimo sogno, l’ultimo desiderio dell’uomo abbandonato...

Assistita dal narratore (la voce fuori campo), crea, distrugge le idee e le personalità degli altri due protagonisti, rendendoli edonisticamente annullati dalla sua femminilità. Jules e Jim sono persi in lei, e in lei, paradossalmente, ritrovano il legame posto in crisi dal comune amore. Non importa essere felici o essere tristi, ma esserlo insieme. La forza dei due uomini sta nel loro essere "deboli", capaci di sciogliere ogni riserva di fronte all’instabilità di Catherine, unica e consapevole direttrice d’orchestra.

Rafael Navio.

www.scrivisenzacensura.it


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