16. I luoghi del desiderio

di Sergej - sabato 12 febbraio 2005 - 3676 letture

Si viaggia per poterlo raccontare. Si racconta per poter viaggiare. Quando non si ha più nulla da descrivere, si racconta. Quando si finiscono le storie, si mettono da parte i pensieri, li si avvolge in carta stagnola e si prende il primo treno che parte.

Praha ha il fascino dei luoghi in cui non si è mai stati. Quando ci si è stati, il fascino dovrebbe allora scomparire. Invece permane. Il fascino di Praha allora sta nella sua storia, nei luoghi, nelle persone del suo passato? Ciò che si dovrebbe dire di qualsiasi luogo o città del mondo. Si visita una città, che vive oggi, nel presente, per dare spazio al passato di persone e cose? In realtà il fascino di Praha sta nel suo essere uno dei luoghi della civiltà. In secondo luogo è luogo geografico e paesaggio. Proprio per questo essere luogo della civiltà, la rende parente stretta di Paris, Roma, Atene.

La prima cosa che colpisce quando si giunge all’aeroporto di Praha è il ritrovarsi in una struttura ben organizzata, moderna, dal buon designer. Tra aeroporto e città ci sono una decina di kilometri, che se fatti in auto permettono di gustare l’avvicinarsi all’abitato attraverso le periferie popolate di villette, e tanto verde. I parchi, il verde, gli alberi alti, si alternano sempre alle costruzioni del centro, i palazzi alti e in stile parigino. Niente dell’uniforme e sporco stile ministeriale, umbertino, delle capitali italiane. La sensazione insomma è quella di ritrovarsi in una città moderna, storica, che ha saputo conservare la dimensione umana, la piacevolezza di un vivere non frenetico, non affollato. Nonostante la presenza numerosa di turisti, Praha conserva una giusta dimensione. Accoccolata come una foglia nella vallata del Vltava, i palazzi alti al punto giusto, né troppo larghi né troppo alti.

Paris può essere una città faticosa. Fatta per mostrare la grandezza imperiale (grandeur). Edifici e piazze che si estendono per kilometri. Anche i suoi Lafayette possono risultare eccessivi. Una città ricostruita per essere percorsa in carrozza e che oggi si può attraversare solo in metro. Praha invece è ancora una splendida città pedonale. Ci sono tram e metro, ma non ha la necessità di dover a tutti i costi costruire qualcosa che debba stupire, che debba essere "la più grande del mondo". Quando ha provato una cosa del genere, con il monumento a Stalin alto 30 metri sull’altopiano di Letna che sovrasta la città, la cosa è finita in un buco nell’acqua: il monumento eretto nel 1955 con molto dispendio di materiale lavoro e energie, fu smantellata nel 1962.

A Paris tutto deve essere grande, nuovo e particolare. Che sia la biblioteca o il palazzo delle esposizioni. C’è sempre l’esibizione narcisistica di chi vuole per forza far parlare di sé, far parte del club esclusivo delle superpotenze. A Praha con pazienza e accurata caparbietà si restaura intanto quello che già esiste. Si riusa il passato. Lo si travisa, anche. Ma si permette a questo passato di poter continuare a vivere accanto al nuovo, gli si dà diritto di cittadinanza. Roma vive la schizofrenia. Da una parte troppi preti, e le enclaves delle straricche strutture cattoliche. Dall’altra il traffico caotico, il rumore, la maleducazione della città ipocrita, la sporcizia ovunque e sistematica.

Praha sembra aver trovato un registro medio, più a misura d’uomo. Una sua ironia. La Torre panoramica costruita a imitazione della Torre Eiffel, ha la stessa altezza della torre parigina… grazie alla collina sulla quale si trova. Ma per arrivare in cima il numero di gradini non è eccessivo, la sua struttura non spaventa, non schiaccia il singolo.

Vicino alla Torre è il Labirinto, una struttura piccolina in cui praghesi e turisti si divertono mirandosi davanti agli specchi deformanti. Anche questo è un modo ironico, bambinesco se si vuole, ma tenero e carezzevole di non prendersi troppo sul serio.

Di ogni pietra, di ogni angolo, viene rivendicata l’importanza storica. Nel 1618, nelle stanze della Cancelleria del Vecchio Palazzo Reale, al Hrad, avvenne la seconda defenestrazione: i nobili protestanti spinsero giù dalla finestra due nobili e un segretario cattolici. Episodio di intolleranza all’interno dei contrasti tra cattolici e protestanti dell’epoca, i tre caddero nel letame e si salvarono. Un episodio tra il goliardico è il ridanciano che però provocò la Guerra dei Trent’anni che devastò e impoverì tutta l’Europa centrale. Ecco come un episodio dell’ironia ceka può essere assunto con ironia, a Praha, a testimonianza di come la stessa ironia può avere nella storia conseguenze tragiche.

Quando si deve andare in bagno, alcuni usano ancora l’espressione: "Non voglio fare la fine di Tycho" ricordando il modo in cui morì - per lo scoppio della vescica - l’astronomo maestro di Kepler. E’ grazie a questa ironia che uno scapestrato come Mozart si trovava più a suo agio qui a Praha che nell’infida Vienna? E i praghesi stimarono Mozart, ritrovandosi nell’ironica leggerezza di quel ragazzo più che nei paludati e noiosi brani dei compositori in voga all’epoca. In effetti, per le strade di Mala Strana è possibile immaginare lo sbarazzino Mozart intento a divertirsi e fare inoffensivi idiotissimi scherzi, vivere quel suo ambiguo equilibrio tra cerimonie paludate e pernacchie liberatorie. Una mancanza di serietà che pareva intollerabile a Glenn Gould (si leggano i suoi scritti di musica, pubblicati in Italia da Adelphi).

E tuttavia il tempo non è passato senza segni. Mala Strana non è più quartiere residenziale, ma turistico e sede di ambasciate. La sede dell’ambasciata USA è transennata e protetta dalla polizia. La sede dell’ambasciata britannica - nello stesso palazzo nobiliare che ospitò Mozart - è protetta da un busto di Churchill ritratto come un vecchio bonario così come negli anni Cinquanta si raffigurava Stalin. L’ambasciata tedesca sorge in cima, isolata, con la sua aquila minacciosa.

Praha è una delle città del desiderio. Uno di quei posti che si desiderano visitare, che "tutti" vorrebbero vedere. Chi siano questi tutti e il motivo di questo innamoramento collettivo sarebbe una bella analisi da fare. Perché Praha. E perché Paris, perché Barcellona, perché Lisboa, perché Dublin, perché New York… Per quanto riguarda Praha, certamente non sembrano sufficienti i simboli della sua storia - Jan Palac e la "primavera" -, né la sua letteratura - l’ufo Kafka e dietro di lui i "praghesi" e gli "ebrei" mitteleuropei, Ribellino, Kundera -, né la musica - Mozart, Smetana, Dvorak - o le arti figurative. Le civiltà trovano le città, le città trovano i loro autori e i loro simboli, e noi il desiderio? Desiderio di altro, dell’altrove?

L’aereo ci porta subito lontano. Sotto di noi una coltre azzurra di nubi. A destra, una voragine infuocata, un buco rosso in una prateria di nuvole azzurre. Il meglio di ciò che abbiamo visto, e provato, lo abbiamo lasciato lì, a Praha, tra il Hrad la Vltava e il liberty dei suoi palazzi. Voliamo oltre il tramonto.


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