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I giorni dell’abbandono

I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante: lo spettro della "poverella", l’amore de "La princesse de Clèves" e la "donna spezzata" di Simone de Beauvoir.
di Pina La Villa - sabato 17 settembre 2005 - 6350 letture

Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono, e/o, 2002

Non ho ancora visto il film, ma ho letto il libro in una serata.

Se abbiamo seguito il festival di Venezia, e le vicende del film di Roberto Faenza che esce in questi giorni, sappiamo già di che si tratta: una donna, Olga, viene abbandonata dal marito per una donna molto più giovane, cade in depressione, scava nel suo dolore, ne esce grazie all’amore di un altro uomo. Vicenda banale.

L’interesse del libro sta nella verità e nella forza con cui questa storia viene raccontata. La voce narrante è quella della protagonista,che analizza e racconta con spietatezza.Il libro non cade così in nessun luogo comune.

Ho letto che mentre scriveva il libro Elena Ferrante leggeva la "Princesse de Clèves” (1678) di Madame de la Fayette.

Il romanzo della scrittrice del Seicento è una storia d’amore fatta di attese e di rinunce, in cui una donna sposata che non ama il marito si innamora invece di un altro e vive questo suo amore con angoscia e senso di colpa (senza mai tradire veramente il marito, che però scopre tutto e ne muore. Potendo finalmente sposarsi con l’uomo amato, lei vi rinuncia ed entra in convento). E’ un romanzo psicologico che tratteggia con finezza tutte le emozioni della donna.

Credo che l’opposizione non possa essere più netta. Quanto la protagonista del romanzo francese si sentiva amata da due uomini, tanto Olga, la protagonista del romanzo di Elena Ferrante, vive il senso di esclusione, la caduta di autostima che il tradimento e l’abbandono comportano.

In entrambi i casi però si parla di amore, si cerca di comprendere questo sentimento.

Olga scopre di non aver mai conosciuto veramente suo marito, di aver proiettato su di lui probabilmente i suoi desideri, quelli che aveva all’epoca e che poi ha dimenticato, ha proiettato in lui solo una parte di se stessa,e forse lo stesso ha fatto lui.

Il dolore però è forte e resta.

Il dolore è fare i conti con l’immagine della "poverella", cioé con il modello femminile sempre rifiutato e che torna a ossessionarla (ma poi anche a guidarla). La "poverella", cioé la vicina di casa della sua infanzia, abbandonata dal marito, e per questo chiamata così dalle altre donne. Olga ricorda la sua immagine ma soprattutto le parole della madre e delle altre:

"parole tra mestizia e minaccia, quando non ti sai tenere un uomo perdi tutto, racconti femminili di sentimenti finiti, cosa succede quando colme d’amore si resta non più amate, senza niente. La donna perse tutto, anche il nome [...]. La poverella piangeva, la poverella gridava, la poverella soffriva, dilaniata dall’assenza dell’uomo rosso sudato, dei suoi occhi verdi di perfidia. Si sfregava tra le mani un fazzoletto umido, diceva a tutti che il marito l’aveva abbandonata, l’aveva cancellata dalla memoria e dal senso, e torceva il fazzoletto con le nocche bianche, malediceva l’uomo che le era sfuggito come un animale ingordo su per la collina del Vomero. Un dolore così appariscente cominciò a disgustarmi. Avevo otto anni ma mi vergognavo per lei, non si accompagnava più ai figli, non aveva più l’odore buono"

E’ questa l’immagine che perseguita Olga, il timore di potere assomigliare alla "poverella". E Olga le assomiglia sempre di più, fino a quando il marito non muore - dentro di lei - attraverso la morte reale del suo cane.

Dicono che il libro è senza lieto fine. Non credo, mi sembra solo che non sia banale e probabilmente dipende dai punti di vista.

Se confrontiamo il finale del racconto "Una donna spezzata" di Simone de Beauvoir (la storia è simile, ma siamo negli anni quaranta a Parigi e la vicenda viene raccontata in maniera, ovviamente,diversa)col finale de I giorni dell’abbandono, vediamo che qualcosa è cambiato, del resto la stessa De Beauvoir aveva dato un compito non facile alle donne, quello di trovare e costruire se stesse al di là dei condizionamenti storici - "donne non si nasce,donne si diventa".

"Sono ancora qui. E guardo quelle due porte: lo studio di Maurice, la nostra stanza chiusa. Una porta chiusa; dietro, qualcosa ci aspetta al varco. Non si aprirà, se io non mi muovo. Non muoversi; mai più. Fermare il tempo e la vita. Ma so che mi muoverò. La porta si aprirà lentamente, e vedrò che cosa c’è dietro. C’è l’avvenire. La porta dell’avvenire sta per aprirsi. Lentamente. Implacabilmente. Io sono sulla soglia. C’è soltanto questa porta e ciò che v’è nascosto dietro. Ho paura. E non posso chiamar nessuno in aiuto. Ho paura." (Simone de Beauvoir, Una donna spezzata)

"Cosa ti è successo quella notte?

Ho avuto una reazione eccessiva che ha sfondato la superficie delle cose.

E poi?

Sono caduta.

E dove sei finita?

Da nessuna parte. Non c’era profondità, non c’era precipizio. Non c’era niente.

Mi abbracciò, mi tenne stretta per un pò accanto a lui, senza dire una parola. Stava cercando di comunicarmi in silenzio che lui sapeva, per un suo dono misterioso, irrobustire il senso, inventare un sentimento di pienezza e di gioia. Finsi di credergli e perciò ci amammo a lungo, nei giorni e nei mesi a venire, quietamente." (Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono)

P.S.: Confrontando i due finali mi sembra che il rapporto di "I giorni dell’abbandono" con "Una donna spezzata" sia più forte di quanto immaginavo. Nel tormentone sull’identità della scrittrice (alcuni dicono che si tratti di Domenico Starnone, altri di Goffredo Fofi)credo che questo spazzi via almeno l’idea che si tratti di un uomo. Elena Ferrante è una donna. Può darsi anche che Domenico Starnone e Goffredo Fofi abbiano letto Simone de Beauvoir, ma solo una donna poteva pensare di misurare la distanza che ci separa da quella "donna spezzata".

Hanno scritto del libro:

"Ha una bellissima voce narrativa, sommessa ma risoluta. È una dolorosa verità umana che ci conquista... Poco più di venti pagine dall’inizio del libro e ci troviamo già immedesimati nel personaggio. Anche perché alla Ferrante riesce facile la dura arte della naturalezza." Giovanni Pacchiano, "Sole 24 Ore"

"Elena Ferrante, a dieci anni dalla sua opera prima, ci offre un romanzo di spaesante bellezza e, per il nostro panorama letterario, di insolita, impudica radicalità." Filippo La Porta, "Il Manifesto"

"Libro vero e doloroso, I giorni dell’abbandono segna il ritorno di una scrittrice autentica, di una figura solitaria, così volutamente distante, per scelta, dal circo editoriale dei premi e dei giochi di potere". Francesco De Core, "Corriere del Mezzogiorno"

[Quello della Ferrante] "è un romanzo intenso e scabroso, che concentra in un breve arco di tempo una crisi femminile di per sé banale... ma quel che di antico o perenne c’è nella crisi di Olga è davvero scioccante, per crudezza di situazioni e di linguaggio, e contrasta nettamente con la melensaggine della letteratura femminile recente nel nostro paese" Goffredo Fofi, "Il Messaggero"

Altri articoli su Elena Ferrante e sui suoi libri:

L’amore molesto, e/o, 1996 I giorni dell’abbandono, e/o, 2002 La frantumaglia, ed. e/o, 2003.

http://www.italialibri.net www.golemindispensabile.it www.italica.rai.it www.edizionieo.it www.napoliontheroad.it/agora24/testi/franchiniferrante www.tufani.it/html/articoli34.htm www.lospecchiodicarta.unipa.it/recensioni/giorniabbandono.htm


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