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Da Cenerentola al cyborg

Archetipi della narrazione, la grande storia del cinema, la trilogia di Kieslowski, Jonathan Coe, il manifesto Cyborg
di Pina La Villa - domenica 1 maggio 2005 - 4504 letture

18 aprile 2005

Il sole24ore di ieri apriva le pagine culturali su un libro, ancora non tradotto in Italia (Christopher Booker, The seven Basic Plots: WhyWe Tell Storics), che riduce tutte le trame possibili, che sono poi altrettanti archetipi, a sette, rintracciandole poi in numerosissime opere, dagli antichi greci ai film più recenti.

Si tratta de : 1) Il mostro sconfitto, storie in cui l’eroe sconfigge un mostro o allontana una minaccia, arriva alla conquista di un tesoro o alla mano dell’amata. Si va da classici come Davide e Golia e Gilgamesh, fino allo Squalo di Spielberg e alla saga di James Bond;

2) Dalle stalle alle stelle. Storie di persone del tutto normali che scoprono in sé una seconda e migliore identità. Come Cenerentola, David copperfield e Jane Ryre o i protagonisti dei film La febbre dell’oro e My fair lady;

3) La rinascita, dove occorre che prima qualcuno muoia. E che si tratti di morte apparente. O, per lo meno, simbolica. Poi qualcosa succede. Ed è un miracolo. Per cui ritorna la vita e la luce. Come in Biancaneve e nel Canto di natale di Dickens, in delitto e castigo e Tutti insieme appassionatamente;

4)La ricerca, avventure e peripezie all’inseguimento di un obiettivo o di una ricompensa. Un tesoro di inestimabile valore o l’oggetto del desiderio. La salvezza eterna o qualche forma di redenzione morale. Esempi: l’Odissea e la Divina Commedia, ma anche Il giro del mondo in 80 giorni e i predatori dell’arca perduta;

5) La commedia, storie di travestimenti ed equivoci. Imbrogli scoperti e appuntamenti mancati. E trame che prendono in giro se stesse. Ma poi tutto si aggiusta per cui tutto è bene quel che finisce bene. Le Vespe di aristofane, l’Avaro di Molière, le Nozze di Figaro e i film dei fratelli Marx;

6) Il viaggio e il ritorno, storie in cui succede qualcosa (un naufragio, un incontro o una guerra) che proietta gli eroi in un mondo o in una dimensione sconosciuta. Come succede nell’Asino d’oro di Apuleio, in Robinson Crusue, in Alice nel paese delle meraviglie o in Via col vento;

7) E’ una storia che finisce male. Ma non solo. E’ costruita secondo una sequenza, vero e proprio archetipo, di cinque tempi. Gli eroi sono sopraffatti da una passione che li porta al disastro e alla morte. E si va dall’Orestea di Eschilo ad Anna Karenina, da Madame Bovary a Lolita.

Interessante, ma poi ho visto - ieri pomeriggio su La7 - un film di Woody Allen, La rosa purpurea del Cairo. Dove collocare questa storia? Forse il numero 6? O il numero 7? La protagonista vive una vita grama negli anni quaranta o cinquanta in america. Vede tutti i film - siamo nell’epoca dei telefoni bianchi - e si rifugia in essi, si immedesima, vive del sogno del lusso, della mondanità e dell’amore. A tal punto che un personaggio del film che sta vedendo - La rosa purpurea del Cairo - esce dallo schermo e si innamora di lei. E’ perfetto, coerente, innamorato. Ma non è vero, come sarà vero l’attore che lo impersona e che le proporrà di fuggire con lei a Hollywood, abbandonando il marito e l’amante di celluloide. Ma era tutta una finzione, l’attore voleva solo risolvere il problema della fuga del personaggio dal film e alla fine la lascia sola. Lei si rifugia di nuovo nel cinema a vedere un film romantico. Il film di Allen è una riflessione sull’arte, sulla realtà e la finzione. E la conclusione non è quella banale della vittoria del principio di realtà che è alla fine del film. E’ invece il potere dell’immaginazione. Innamorandosi del personaggio del film la protagonista trova la forza di opporsi al marito violento, di dire no. E alla fine, malgrado la sconfitta, nel sorriso con cui guarda il nuovo film, ritroviamo riaffermato il potere del sogno, il ruolo della fantasia e dell’immagine.

Il circolo chiuso di Coe è basato sugli incontri dei protagonisti dell’altro suo libro - La banda dei brocchi - dopo quindici, venti e anche più anni. Spesso si ritrovano a riprovare i sentimenti di un tempo, a ritrovarli. Ma è un’ennesima illusione, sembra che anche l’impegno politico di quegli anni possa tornare, ma non è così.

La banda dei brocchi finisce con due ragazzi, Sophie (figlia di Lois e nipote di Benjamin) e Patrick, (figlio di Claire e Philip) che si incontrano a Berlino nel 2003. Anche Il circolo chiuso finisce così, ma mentre nel primo caso il 2003 era un anno immaginato (il libro uscì in Inghilterra nel 2001 e in Italia nel 2002), nel secondo caso il 2003 è reale. In mezzo c’è stato l’11 settembre, la guerra in Afghanistan, la guerra in Irak. Il circolo si è veramente chiuso.

Una generazione - quella dello scrittore, nato nel 1960 - ha vissuto, ha avuto anche la sua seconda occasione, nella vita privata e nella vita pubblica. Adesso altri sono i problemi, altro è l’orizzonte.


20 aprile 2005

La scoperta dei dvd!

Due pomeriggi davanti alla Tv e in serata ho visto anche Ballarò e Porta a porta (è stato eletto il nuovo papa Ratzinger). La mia ferma opposizione all’elezione di questo papa e ai dibattiti sulla crisi di governo si è trasformata nella pigrizia di due pomeriggi dedicati al cinema in Tv. Il dvd del film di Martin Scorsese e Michael Henry Wilson, “Viaggio nel cinema americano”, il dvd di “Film blu” di Krzysztof Kieslowski. Un viaggio nel sogno e nel colore.


27 aprile

La questione dell’identità nella riflessione di Donna Haraway: un estratto del suo Manifesto cyborg (da Manifesto Cyborg, Ed. Feltrinelli, Collana InterZone):

"Nell’immaginario occidentale, i mostri hanno sempre tracciato i confini della comunità. I centauri e le amazzoni dell’antica Grecia, immagini della disgregazione del matrimonio e della contaminazione del guerriero con l’animalità e la donna, hanno stabilito i limiti dell’accentrata polis del maschio umano greco. I gemelli indivisi e gli ermafroditi erano il confuso materiale umano della Francia agli albori della modernità, il cui discorso si fondava sulle categorie di naturale e soprannaturale, medico e legale, portento e malattia, che sono centrali nella definizione dell’identità moderna. Le scienze evoluzioniste e comportamentiste di scimmie e scimpanzé hanno disegnato i confini multipli delle identità industriali del tardo Ventesimo secolo. I mostri cyborg della fantascienza femminista delineano possibilità e confini politici piuttosto diversi da quelli proposti dalla finzione terrena dell’Uomo e della Donna.

Molto consegue dal riuscire a pensare le immagini dei cyborg come altri dai nostri nemici. I nostri corpi, noi stessi: i corpi sono mappe del potere e dell’identità. I cyborg non fanno eccezione; un corpo cyborg non è innocente, non è nato in un giardino, non cerca un’identità unitaria e quindi non genera antagonistici dualismi senza fine (o fino alla fine del mondo). Il cyborg presume l’ironia; uno è troppo poco, e due è solo una possibilità. L’intenso piacere della tecnica, la tecnica delle macchine, non è più un peccato, ma un aspetto dello stare nel corpo. La macchina non è un quid da animare, adorare e dominare; la macchina siamo noi, i nostri processi, un aspetto della nostra incarnazione. Noi possiamo essere i responsabili delle macchine, loro non ci dominano né ci minacciano; noi siamo i responsabili dei confini, noi siamo loro. Fino a ora (sembra un secolo) avere un corpo femminile sembrava scontato, organico, necessario, e consisteva nella capacità di fare da madre e nelle sue estensioni metaforiche. Solo stando fuori posto abbiamo potuto godere dell’intenso piacere delle macchine e quindi appropriarcene, col pretesto che in fondo si trattava di un’attività organica. Il mito dei cyborg considera più seriamente l’aspetto parziale, a volte fluido, del sesso e dell’abitare sessualmente il corpo. Il genere in fondo potrebbe non essere l’identità globale, pur avendo un respiro e una profondità radicati nella storia.

La complessa questione ideologica di cosa conti come attività quotidiana, come esperienza, può essere esplorata sfruttando l’immagine dei cyborg. Le femministe hanno sostenuto di recente che le donne sono dedite alla quotidianità, che le donne in certo qual modo provvedono alla vita quotidiana più degli uomini, e che quindi occupano, potenzialmente, una posizione epistemologica privilegiata. Questa è in parte un’affermazione innegabile, che rende visibile la svalutata attività femminile e la colloca alla base della vita. La base della vita? Ma allora, tutta l’ignoranza delle donne, le esclusioni e le carenze di abilità e conoscenza? Che dire dell’accesso maschile alla competenza quotidiana, al saper costruire, smontare, giocare con le cose? Che dire delle altre assunzioni di corpo? Il genere cyborg è una possibilità locale che si prende una vendetta globale. La razza, il genere, e il capitale richiedono una teoria cyborg di parti e di interi. Nei cyborg non c’è la pulsione a produrre una teoria totale, ma c’è un’intima esperienza dei confini, della loro costruzione e decostruzione. C’è un sistema di miti in attesa didiventare un linguaggio politico su cui basare un modo di guardare la scienza ela tecnologia e di sfidare l’informatica del dominio per un’azione potente.

Un’ultima immagine. Gli organismi e la politica organismica, olistica,dipendono dalle metafore di rinascita e invariabilmente attingono alle risorse del sesso riproduttivo. Vorrei suggerire che i cyborg hanno più a che fare con la rigenerazione e guardano con sospetto alla matrice riproduttiva e alla nascita in genere. Per le salamandre, dopo una ferita, come per esempio la mutilazione di un arto, c’è una rigenerazione che comporta la ricrescita di una struttura e il recupero di una funzione, con la possibilità costante di una gemellazione o di altre strane produzioni topografiche al posto della mutilazione. L’arto ricresciuto può essere mostruoso, doppio, potente. Siamo stati tutti feriti, in profondità. Abbiamo bisogno di rigenerazione, non di rinascita, e le possibilità della nostra ricostituzione includono il sogno utopico della speranza in un mondo mostruoso senza il genere.

Le immagini possono aiutarci a esprimere due tesi cruciali a questo saggio: primo, la produzione di teorie universali e totalizzanti è un grave errore che esclude gran parte della realtà, e questo forse sempre, ma certamente ora; in secondo luogo, assumersi la responsabilità delle relazioni sociali della scienza e della tecnologia significa rifiutare una metafisica antiscientifica, una demonologia della tecnologia, e di conseguenza significa accettare il difficile compito di ricostruire i confini della vita quotidiana, in parziale connessione ad altri, in comunicazione con tutte le nostre parti. Il punto non è solo che la scienza e la tecnologia offrono all’umanità il mezzo di ottenere grandi soddisfazioni e sono matrici di complesse dominazioni. Le immagini cyborg possono indicarci una via di uscita dal labirinto di dualismi attraverso i quali abbiamo spiegato a noi stessi i nostri corpi e i nostri strumenti. Questo è il sogno non di un linguaggio comune, ma di una potente eteroglossia infedele. È l’immaginazione di una femminista invasata che riesce a incutere paura nei circuiti dei supersalvatori della nuova destra. Significa costruire e distruggere allo stesso tempo macchine, identità, categorie, relazioni, storie spaziali. Anche se entrambe sono intrecciate nella danza a spirale, preferisco essere cyborg che dea".


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