Torinovirus

Questo è il paradosso di una cronaca della città nata tra le pareti di casa
di francoplat - sabato 14 marzo 2020 - 1130 letture

La si potrebbe definire, quindi, una cronaca domestica. Se si tiene conto, però, che una parte significativa dei torinesi resta per larga parte del giorno tra le pareti casalinghe, la cronaca assume un valore esemplare e statisticamente significativo. Qual è la condizione della città in questi giorni?

Torino è arrivata a oggi, venerdì 13 marzo, con un atteggiamento di sonnolenta consapevolezza. Vero che il 27 febbraio le scuole sono rimaste chiuse, prolungando così le feste di Carnevale, ma, per due settimane, la questione è rimasta confinata ai luoghi dell’istruzione, come è noto. Per il resto, la quotidianità ha continuato a muoversi lungo il viluppo ordinario della vita cittadina: bar, caffè, ristoranti, centri commerciali, mercati, giardini pubblici, gli stessi cinema hanno visto qualche tiepida misura di cautela, ma difficilmente un osservatore (interno o esterno, non cambia) avrebbe potuto percepire il segno di un tangibile irrigidimento del piano delle relazioni sociali e della vaporizzazione umana negli stessi luoghi della socialità.

Lentamente, però, i numeri dei ricoverati a causa del Covid19 e le notizie di amici lombardi o veneti o emiliani hanno iniziato a corrodere quella sorta di ottimismo che vestiva il larvato timore del contagio, hanno iniziato a indebolire le difese degli scettici, dei vanagloriosi, degli incauti, del popolo di coloro i quali ‘non li gabba nessuno’. A partire dalla scorsa settimana, all’ottimismo non sempre incrollabile è subentrato, gradualmente, un qualche dubbio come sospeso, una domanda: e se fosse vero? Se, al di là di ogni ragionevole forma di speranza, questo virus fosse più vicino a me di quanto non apparisse qualche giorno fa? E ciò si è tradotto in un percepibile, pur se non eclatante, sfoltimento dei grandi raduni, non senza che, ancora questa domenica, il bar di una cittadina della prima cintura torinese, Rivoli, vedesse il dehors colmo di giovani mollemente appoggiati sul proprio aperitivo e sulla fiducia garantita dall’età, sul prometeico sforzo di lottare da pari a pari contro le sirene del malaugurio. E oggi?

Oggi, Torino è una città in cui si avverte qualcosa di inusuale, il silenzio. Non un silenzio assoluto, irreale. Le auto scorrono lungo le arterie di traffico principale, i giardini vedono qualche persona seduta a chiacchierare, ma è quel girovagare affrettato e tenace dei pedoni che sta venendo meno, quella transumanza umana a cui solo può compararsi il muoversi indaffarato delle formiche, il formicolìo dei cittadini. Oggi la città viaggia prevalentemente in auto, poche le persone sugli autobus, scarsi, ma non assenti, i pedoni, non pochi dei quali, se così si può dire, cani-muniti. In effetti, o si accompagna un cane o si trascina un carrello della spesa, giuste le indicazioni ministeriali. Mai come oggi avere un cane per amico diventa uno straordinario lasciapassare all’aria aperta, privo dei vincoli che si potrebbero avere in sua assenza. Non devi giustificare la passeggiata con un quattro zampe, è evidente perché sei sceso di casa ed è interessante considerare come uno degli aspetti talvolta gravosi per chi possiede un cane (scendere per rispettarne le esigenze) sia divenuto oggi una sorta di lasciapassare per l’ora di aria libera. C’è chi litiga, in famiglia, per portare giù Spike o Trilli.

Il silenzio acuisce gli sguardi. A mano a mano che scemano i rumori cittadini, aumenta la categoria del sospetto, che trova nello sguardo gettato sull’altro la sua manifestazione più evidente. Ci si incrocia per strada, spesso si trovano l’una dinanzi all’altra persone camuffate con una mascherina (artigianale con la carta da forno o professionale, chissà dove reperita), ma gli occhi restano scoperti e si muovono guardinghi verso l’altro: sarà contagiato? Ce lo dice quel rapido luccichìo delle pupille, su cui si posa immediatamente un ciglio premuroso, per non diventare troppo offensivi. E ciò vale nella coda alle poste, lungo le corsie dei supermercati, mentre si esce dal portone di casa e si palesa un condomino, quando entri in uno dei pochi esercizi commerciali ancora aperti.

Ecco, il sospetto è uno dei tanti indicatori di quella variegata tastiera di comportamenti che, pur nella sua minore portata, ha accompagnato e accompagna il Covid19 così come accompagnò altre, e ben più letali, epidemie. Perché non manca la quarantena, non sono mancati gli assalti ai forni, le speculazioni sui prezzi, le accuse ai governanti, le notizie false, le voci levate a chiedere perdono a Dio per i cattivi comportamenti umani, la caccia agli untori, la divisione manichea tra scettici e catastrofisti. Non è mancato né manca nulla, a Torino come altrove. Dalle pareti di casa, Torino non appare morta. Appare acquietata e disorientata, rallentata. Resta come sospesa, per quanto non cessi di cercare e trovare modalità di incontro, di relazione. Certo, quella digitale al passo coi tempi, ma anche quella più fisica, diretta: i balconi accolgono, come in una commedia eduardiana, un’umanità desiderosa di comunicare, bisognosa di ritrovare qualcosa di noto ed ecco, proprio dinanzi a chi scrive, una coppia anziana che dialoga con un signore sul balcone accanto, si raccontano il quotidiano, sorridono, distanti alcuni metri, sono l’allegra brigata di Boccaccio, diminuita di numero e invecchiata. E sui balconi di San Salvario (uno dei quartieri della movida torinese) si è ballata la macarena.

Ci si ingegna, come altrove. Così, entrando per un attimo in un quadretto di famiglia, mia sorella resta paralizzata nella potenziale attesa del graffio del morbo, compendiando con un reiterato, laconico e democratico “moriremo tutti” il senso della propria ansia, mio cognato pedala sui rulli per supplire all’ordinaria e lunga corsa in bicicletta all’aperto e il sottoscritto, per fare compagnia all’anziana madre vedova, chiacchiera con lei dalle scale dinanzi l’uscio di casa sua, mentre lei siede su una savonarola in camera da letto e ascolta, con qualche difficoltà, la voce del figlio che arriva flebile da fuori. Torino non è morta, ma è ferita. Lo dicono i via vai delle ambulanze, le vie serali sulle quali scorre, magari, solo il passo lento di un’auto della polizia o le stesse auto della polizia da cui si leva l’invito a restare dentro casa, le piazze principali vuote, nelle quali opere d’arte e monumenti restano così soli da risultare tristi, lo dice un’amica con formula icastica: “persino Barriera (di Milano, quartiere della periferia nord-settentrionale di Torino; n.d.a.), di solito così caotica, tace come un paesino di montagna”. Lo dicono voci informali, ma autorevoli, quelle di appartenenti al personale sanitario: ci aspettiamo cifre prossime a quelle lombarde. Lo dicono, ancora e infine, la ricerca dei suoni dei vicini di casa o la riscoperta del chioccolo, prima soffocato, dei fringuelli o, ancora, il riaffiorare, per qualcuno, del giardinaggio domestico.

Si vive, così, feriti ma non travolti, tra natura e connessione permanente. Anche queste righe molto devono agli amici che, su fb, hanno commentato la ‘loro’ Torino. Si vive in una sorta di quarantena parziale, scalfita da piattaforme scolastiche e professionali, videochiamate e teleconferenze, dalla formazione di altri più o meno deliranti gruppi whatsapp e dalla loro funzione salvifica, si vive con qualche strappo alla regola e il timore che le regole possano inasprirsi. Dai tabaccai non si compra più un pacchetto di sigarette, la soglia si è alzata, e i magazzini virtuali risultano carenti o privi del tutto di cibarie. L’assalto ai forni, appunto. E mentre qualcuno si rintana in casa, altri protestano perché non possono farlo. Anche a Torino, operai e detenuti, per ragioni diverse, levano le loro voci nell’insolito silenzio cittadino. Ma, da casa, è difficile capirne il timbro e le sfumature; come il chioccolo del fringuello, appaiono suoni indecifrabili.

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GisellaBorgoPiazzad\’Armi
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GiuliaDiRienzoViaGaribaldi


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