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Tensione tra le Coree: prove tecniche del "New World Order"

il regime di Pyongyang per gli USA più che un nemico è una preziosa sponda: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Insomma, le 20 000 truppe statunitensi stanziate in Corea del Sud e l’opportunità di fare manovre nel giardino della Cina...
di Ulmus Morfeo - martedì 30 novembre 2010 - 2960 letture

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La tensione che corre in questi giorni ad oriente, sul 38° parallelo, è stata ampiamente argomentata da articoli e analisi di tutto il mondo.

Per dirla in breve, pare condiviso che la scoperta di una nuova ed avanzata centrale per l’arricchimento dell’uranio, e le dinamiche legate alla successione di Kim Jong-un, siano le cause alla base dell’attacco su Yeonpyeong.

Per il resto mi permetto di sottolineare alcune storture e riempiere alcuni silenzi che ho rilevato nella rassegna di questi giorni.

1) Alcuni giornalisti hanno individuato nella Cina il burattinaio dei fatti del 23 novembre. Mi pare eccessivo. Sicuramente la Cina è coinvolta nella faccenda ma in modo indiretto. La penisola coreana è un tassello importantissimo nel mosaico della geopolitica cinese ed è inevitabile che Pechino abbia qui le mani in pasta. Tra le altre cose, le centrali per l’arricchimento dell’uranio non sono doni della cicogna, e tantomeno puoi nasconderle dietro i cavoli.

2) Non tutti afferrano il fatto che il regime di Pyongyang per gli USA più che un nemico è una preziosa sponda: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Insomma, le 20 000 truppe statunitensi stanziate in Corea del Sud e l’opportunità di fare manovre nel giardino della Cina sono presentate in funzione anticoreana ma hanno un significato strategico ben più importante: contenimento anticinese. Questo ragionamento non è destinato a variare alla luce delle emerse capacità di deterrenza della Corea del Nord; tutt’altro.

3) Tra centrali, successioni, manovre navali e presunti spettacoli di burattinaggio, ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni è un codice, un dialogo tra potenze. Si sa, la Corea del Nord tradizionalmente non ha una politica estera di largo respiro, compie in una prospettiva limitata azioni volte per lo più ad affermare la sua esistenza. Tuttavia nei mutamenti avvenuti sullo scenario geopolitico asiatico (e mondiale) trainato dall’emergere della potenza cinese, è lecito pensare che Pyongyang voglia farsi due conti e capire quale ruolo potrà giocare ed entro quali spazi di manovra. La penisola coreana è un hot spot del confronto sino-americano in oriente, Pyongyang è cosciente che la presenza americana sulla penisola è avvertita dalla Cina con l’insofferenza che caratterizza ogni situazione di accerchiamento; adesso si tratta di capire fino a che punto e in quali termini. Gli USA cercheranno di far convergere la Cina verso la loro posizione, cercheranno di convincere Pechino che la Corea del Nord è una minaccia per la stabilità e la pace nella regione e che serve cooperare in questo senso. Inutile dire che la Cina avverte le pretese di Washington come una minaccia alla propria sicurezza e alla propria influenza nella regione (vedi punto 2). Ma Washington con o senza il placet cinese tirerà dritto ugualmente.

Mentre scrivo, gli animi sono ancora caldi, le macerie fumanti, i toni alti. L’intera vicenda deve ancora trovare una sua conclusione, ma questa sarà, comunque e nel migliore dei casi, solo temporanea.

Mentre l’ONU è latitante e al G20 si fa terapia di gruppo, l’auspicato G2 pare destinato, almeno in certi ambiti, a non venire mai alla luce. Il vigoroso risveglio della tigre coreana a cui assistiamo in questi giorni è parte di un quadro più ampio in cui Cina e Stati Uniti confrontano le rispettive aspirazioni. I vincoli imposti dal quadro strategico orientale che ruota attorno al Paese di Mezzo stanno venendo in evidenza e continueranno a condizionare i rapporti sino-americani (nonché la definizione degli assetti mondiali) dei prossimi anni.

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