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Turbolenze egiziane

Nei prossimi giorni la situazione in Egitto potrebbe precipitare e, per comprendere quali potrebbero essere i risvolti futuri, dobbiamo tematizzare la condizione interna in un quadro più complesso.
di Ulmus Morfeo - martedì 22 novembre 2011 - 3010 letture

Dal 19 novembre scorso l’esercito è protagonista di violenti scontri con i manifestanti contro i quali, per ora, vengono impiegati proiettili di gomma e lacrimogeni. Pare proprio che la popolazione egiziana sia uscita dall’incanto della "liberazione" e abbia gradualmente preso atto del risultato concreto raggiunto dalla "rivoluzione": il potere, così come la possibilità di compiere la tanto agognata transizione verso la democrazia, è nelle mani dei militari.

Nei prossimi giorni la situazione in Egitto potrebbe precipitare e, per comprendere quali potrebbero essere i risvolti futuri, dobbiamo tematizzare la condizione interna in un quadro più complesso.

Lo scorso ottobre, nove mesi dopo la destituzione di Ben Ali, le elezioni tunisine si sono tenute in un’atmosfera rilassata coronata da un’affluenza del 90% degli aventi diritto. Il 28 e il 29 novembre, in un quadro molto diverso, dovrebbero tenersi le elezioni in Egitto, altro Paese protagonista assieme alla Tunisia della "Primavera Araba".

L’esercito ha sempre rivestito un ruolo molto importante nell’architettura della politica egiziana e si è guadagnato i favori della popolazione che storicamente in esso ha visto il simbolo per eccellenza della difesa della nazione dal nemico israeliano. Nel conteso delle proteste egiziane che chiedevano la destituzione di Hosni Mubarak l’esercito, schierandosi con i manifestanti, ha rappresentato il vero ago della bilancia per la vittoria della piazza.

Dall’11 febbraio 2011 il Maresciallo Hussein Tantawi è de facto il Capo di Stato dell’Egitto. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha sospeso la Costituzione, sciolto il Parlamento e chiesto ad Essam Sharaf, un membro del precedente governo schieratosi sul fronte dei manifestanti nei giorni delle proteste, di formare un governo.

Dal 19 novembre scorso l’esercito è protagonista di violenti scontri con i manifestanti contro i quali, per ora, vengono impiegati proiettili di gomma e lacrimogeni. Pare proprio che la popolazione egiziana sia uscita dall’incanto della "liberazione" e abbia gradualmente preso atto del risultato concreto raggiunto dalla "rivoluzione": il potere, così come la possibilità di compiere la tanto agognata transizione verso la democrazia, è nelle mani dei militari.

Le immagini degli abbracci tra civili e militari sbiadiscono sempre più man mano che il bilancio delle vittime e dei feriti si aggrava. La data delle presidenziali non è ancora stata fissata e prima bisogna dare all’Egitto una nuova Costituzione. Non è chiaro dunque quando la Giunta militare lascerà il potere mentre i manifestanti chiedono una brusca rottura con il passato: dimissioni dei vertici militari e trasferimento del potere a un esecutivo civile.

Nei prossimi giorni la situazione in Egitto potrebbe precipitare e, per comprendere quali potrebbero essere i risvolti futuri, dobbiamo tematizzare la condizione interna in un quadro più complesso.
L’Egitto è sottoposto a dei vincoli geopolitici molto stringenti. Anche se geograficamente si trova a cavallo tra l’Africa e il cuore del Medio Oriente, l’Egitto trova la sua dimensione politica prevalentemente come componente centrale del subsistema Mediorientale costituito dall’asse Egitto-Mashrek.

E’ nell’ambito di questa posizione che la dimensione egiziana, tematizzandosi nelle dinamiche che coinvolgono la stabilità regionale del Medio Oriente e gli interessi degli Stati Uniti, diventa pienamente internazionale. Essere al centro dei disegni delle grandi potenze può portare grandi vantaggi ad un Paese e/o ai suoi governanti (la dittatura di Mubarak è stata copiosamente finanziata ed armata dagli Stati Uniti) ma allo stesso tempo può costringere la politica entro forme meno flessibili.

Durante le proteste di febbraio gli USA prima di schierarsi ufficialmente in favore dei manifestanti in Piazza Tahrir e della democrazia si sono curati di accertare che dopo la caduta del dittatore il Paese non sarebbe piombato in un "caos democratico" che avrebbe rischiato di minacciare i loro interessi. La stabilità del Paese è stata preservata grazie alla successione dell’esercito che ha rassicurato gli USA circa la continuità degli impegni internazionali assunti dall’Egitto: il re è morto, viva il re.

Quale equilibrio possono trovare le istanze dei manifestanti, gli interessi della Giunta militare e gli interessi statunitensi?Prenderemo in considerazione quello che forse è lo scenario peggiore.

La scorsa settimana l’Egitto ha preso in sede ONU una posizione nei confronti della Siria che dà da riflettere. A discapito degli orientamenti della Lega Araba, il Cairo si è schierato al fianco di Damasco. Già il mese scorso, in qualità di presidente dell’ufficio di coordinamento del movimento dei Paesi non allineati (NAM), l’Egitto non si era limitato a trasmettere agli altri membri il comunicato che la Siria aveva indirizzato loro chiedendo di far fronte comune in sede ONU, ma aveva anche posto in allegato una seconda lettera in cui evidenziava un passaggio del comunicato di Damasco in cui veniva ribadito il bisogno di evitare la strumentalizzazione dei diritti umani a scopi politici.

Generalmente in politica estera prendi a cuore gli interessi di qualcuno solo quando questi sono anche i tuoi interessi. La condotta egiziana potrebbe essere rivelatrice dell’intenzione dei militari di procedere anch’essi con il pugno di ferro qualora e fin quando se ne dovesse presentare il bisogno. D’altronde, al Cairo la conta dei morti è già cominciata e il passo successivo, se la determinazione dei manifestanti non dovesse scemare o trovare soddisfazione, potrebbe essere l’impiego di proiettili reali.

Ovviamente siamo nel campo delle ipotesi ma se queste si rivelassero ben formulate la risultante posizione statunitense potrebbe essere problematica dal punto di vista diplomatico. Nel caso della caduta di Mubarak, gli USA hanno temporeggiato ma alla fine sono riusciti a compiere un’abile manovra: si sono tutelati e allo stesso tempo sono usciti dall’imbarazzante situazione di ambiguità iniziale per pronunciare discorsi in favore della democrazia egiziana e preservare dunque la loro credibilità internazionale. Questa volta potrebbe essere diverso, durante l’escalation della violenza potrebbero non esserci nuovi cavalli su cui saltare nel bel mezzo della corsa. Gli Stati Uniti si troverebbero in una posizione scomoda, schiacciati tra i loro interessi e la loro ideologia, tra la necessità di appoggiare i militari e la difficoltà di voltare pubblicamente le spalle a quella piazza che hanno precedentemente (apparentemente?) sostenuto.

21 novembre 2011

Puoi leggere questo articolo anche su Prospettiva internazionale


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